Un tempo triste

Sogno d’un tempo in cui il volto di mia madre, a volte, sembrava giovane, o forse semplicemente meno stanco, liso. Un tempo in cui queste rughe, precise come cicatrici, stavano appena appoggiate e i polsi potevano mostrarsi, senza bracciali. Un tempo in cui il passo andava deciso, con il peso un po’ qua e un po’ là. Esattamente un po’.

Sogno d’un tempo in cui la voce di mio padre, a volte, si scioglieva in uno sbuffo rilassato. Un tempo in cui si parlava d’altro, del lavoro, dei soldi, cose senza importanza rispetto, eppure sembrava. Un tempo in cui il dolore stava, come fosse accanto, non davanti, a chiudere il possibile, d’una vita senza. Un tempo in cui il passato, e poi certo il futuro, però il presente, il presente si faceva sopportare.

Sogno d’un tempo triste, che pure oggi pare felice, perché – ah, chi mai l’avrebbe detto? –  più felice di questo, del tempo d’adesso.

Arianna

Fotografia di Nadia Lambiase

Come un infinito che si manifesta

Whatever is gone is gone and wise man always make best use of time left.

– S. N. Goenka –

Io credo sia molto difficile accettare che le cose belle abbiano una scadenza. Credo sia difficile guardare nel passato ed amare ciò che è stato senza torturarsi per non poterlo avere un’altra volta indietro. Anche solo per un istante. Come l’amore.

L’amore passato è un amore grande che vive di ricordi messi in cantina. Andare a frugare tra i sentimenti vecchi è proprio come accedere ai giochi abbandonati da piccoli, alle emozioni che ci regalavano. Anche coperti dalla polvere del tempo i sentimenti passati brillano di una luce viva, poiché sono irrimediabilmente nostri, sono i padri e le madri del nostro sentire, di quello che siamo.

E’ anticamente dolce il cullarsi nel dolceamaro generato da ciò che non c’è più e che pure però è stato.

Cullarsi in un volto e in un sorriso,

cullarsi in un’aria di cristallo,

cullarsi in quella volta che all’asilo hai sbirciato sotto la gonna di una bimba,

cullarsi nel bicchiere di vino bevuto insieme ad un amico straniero che ora chissà come sta e cosa fa,

cullarsi in un momento di verità sfuggito, come la sabbia tra le mani.

Il passato è stato per un istante ed ora è dietro per in tempo infinito. E’ questa infinitudine del tempo rimanente che schiaccia gli istanti vissuti, li assottiglia e li riduce ad attimi quasi invisibili, privi di sostanza.

Il misero di ciò che è passato accade proprio quando, in un istante andato, è stato per noi possibile percepire l’infinito. Così tutto il cosmo e tutto il tempo, tutte le leggi, si sono per un attimo espresse, come un infinito che si manifesta in un infinitesimo.

Sono gli infiniti che ci attendono, tuttavia, che più mi regalano speranza, che mi impongono di non fermarmi là dove sto già bene. E’ per quegli infiniti che sono disposto ad abbandonare gli infinitesimi infiniti già passati, che seppur meravigliosi, possono (forse) essere trascesi. Questo è il tavolo verde su cui ho puntato tutte le fiches della mia vita.

Giulio

Affezionati e bastardi…

Una coppia di miei cari amici si sono sposati. Hanno fatto il salto, poche settimane or sono. Li ho visti in chiesa, vestiti di bianco, con il viso raggiante.

Mi sentivo, lo ammetto, un po’ in colpa quel giorno, per via degli scherzi che avevo combinato la sera prima, a loro insaputa, in casa loro, con l’aiuto di alcuni amici affezionati e bastardi (bonariamente bastardi, come me).

Mi ha colpito parecchio questo matrimonio, devo dire. Diverso da tutti gli altri a cui ho partecipato. Sono i miei primi amici che vedo sposarsi e la cosa mi ha fatto riflettere.

Lui, lo sposo, ha la mia età, siamo cresciuti assieme, con le pistole ad acqua, i dadi e i giochi di ruolo e ora eccolo, un uomo con l’anello al dito, sereno, contento. Hanno trovato casa e stanno cominciando a fare dei progetti.

E’ accaduto così in fretta che non me l’aspettavo, mi ha còlto impreparato. E mi son sentito di riflesso un bambino, che pensa ancora a giocare con il duplo (vi ricordate vero cos’è il duplo? per chi ci ha giocato da poppante è indimenticabile!). Mi viene così da pormi un po’ di domande su me stesso, sulla mia vita, sui miei progetti.

A che punto sono io?

La cosa che più mi ha toccato è la riposta che mi hanno dato quando gli ho chiesto come hanno fatto a farsi una promessa così importante, così a lungo termine. Com’era possibile, mi domandavo, essere così certi del proprio amore da giurarselo per sempre? Così sicuri di quello che il loro cuore proverà tra 30 anni? Mi sembrava tanto meravigliosa quanto assurda, la naturalezza e semplicità con cui si sono uniti all’altare, che ci sono rimasto di sasso. Davvero.

La risposta che mi hanno dato mi ha lasciato a bocca aperta. E’ bellissima, e ve la voglio riportare.

Mi hanno detto che è probabile che non si capisca il matrimonio se non si sente la vicinanza con Dio. In tal caso è facile che esso (il matrimonio) appaia tanto sconsiderato quanto azzardato. E’ chiaro, mi dicevano, che da soli non si va da nessuna parte, e proprio per questo occorre credere in Dio, affidarsi a Lui. Come un fiore che per non seccare deve essere messo in un vaso pieno d’acqua così il matrimonio deve essere rimesso a Dio, che lo contenga e lo alimenti. Solo così è possibile fare la promessa, perchè forgiata “da” e “in” Dio, e per questo diventa  un legame che esula e trascende la debolezza e la pochezza umana spesso causa di odio e divisione. Con la fede si conferisce così all’amore il potere di vincere su tutto e di durare per sempre.

Fede come sentire, come gesto, come afflato interiore. Oltre lo schema di un dogma religioso, oltre le barriere dei nostri diversi credo. Sentire Dio che esiste come entità, oltre cristianesimo o buddismo aggiungerei io…, sentire veramente la sua presenza viva nel cuore e a lui affidare la nostra forza, le nostre scelte, il nostro futuro.

Ringrazio allora qui pubblicamente questi due sposi, perchè hanno saputo commuovermi, e perchè gli voglio proprio un gran bene e non so se gliel’ho detto come meritano. Ecco.

Giacomo

Da un’altra prospettiva…

Suona la sveglia.
Un braccio si allunga per spegnerla. La mano trova il cubo, schiaccia un pulsante, il suono cessa.

Tra le mura di un castello antico è scoppiata la guerra. Corro da una parte all’altra come messaggero, su per i viali ghiaiosi, a lato dei muretti di pietra bianca, attraverso i prati ben tenuti dei terrazzamenti della parte est. Poi un suono strano comincia a suonare, e comincia la fine del mondo. Qualcosa accade, tutto viene inghiottito, risucchiato in un vortice. Forse vengo risucchiato solo io. Non so. I miei piedi non trovano più l’appoggio e in una frazione di secondo vengo sbalzato in un altro posto. Mi sveglio in un corpo che sta spegnendo una sveglia, in una mattina di primavera, a Trento.

Il mio corpo si stiracchia, si mette seduto, poi si alza. Si spoglia nudo per poi rivestirsi con dei nuovi indumenti. Il mio corpo scende le scale, la mano apre la porta del bagno, il mio corpo si gira, la mano richiude la porta. Il mio corpo fa la pipì. Poi il mio corpo va in cucina, beve un bicchiere di acqua, riempie il bollitore con dell’altra acqua e la mano preme il pulsante dell’accensione.

Mi ricollego a questa vita con facilità, come se fosse da sempre che accade. Mi ricollego a questa vita, ogni mattina, come se fosse normale routine, abitudine chiara, nitida, come se fosse logico che accada, un’ovvietà. Apro gli occhi e mi riallaccio a questo scorrere del tempo, come se fosse l’unico esistente. Tra i miei ricordi, a differenza dei miei sogni, non c’è traccia d’altro se non di momenti che ho vissuto piuttosto recentemente e con questo corpo, quello assonnato che ha appena spento la sveglia. Eppure in questa breve esperienza di vita fatta ho già appreso che prima o poi arriverà sicuramente un momento in cui non riuscirò più a governare questo corpo, non riuscirò più a muoverlo. Cosa mi accadrà in quel momento? Se il mio corpo morirà io potrò continuare a vivere? E dove?

Giacomo

Oggi tirannia, domani quel che sia

Parlavano come tiranni,
si comportavano come tiranni
e governavano come tiranni.
Come facevamo a sapere che erano tiranni?

Mi rimbalza in mente quella canzonetta di Robin Hood, quella mentre sono tutti in prigione dai topolini ai cani. C’è pure Cantagallo, il menestrello con la zampa alla catena. Non voglio scrivervi le parole esatte, guardate il video. Così anche noi ci ritroviamo con la nostra tirannia, una tirannia che non è fatta di olio di ricino, ma di pornografia televisiva, di prostituzione, di storie di mafia vecchie ormai di decenni, che tutti sanno e nessuno mette in conto.

Al Capone,  dopo trent’anni di onorata carriera nel crimine, fu condannato nel ’30 per evasione fiscale: un grande criminale messo in gatta buia per la peggio cazzata. Il Silvio adesso rischia di rimetterci i testicoli per aver agito troppo d’uccello, poveretto. Mio padre dice che alla fine se la caverà, un po’ ci spera, mentre per me sarebbe una grande gioia vederlo in galera. Non agli arresti domiciliari, proprio dietro le sbarre. La verità è che non dovrebbe essere condannato solo per concussione e prostituzione minorile, ma anche e soprattutto per essersi succhiato l’Italia come si fa con le mentine, poco alla volta, dal ’94 ad oggi (o da molto prima?). Io non scrivo mai di politica, non me ne intendo. Ma Il Silvio, questo male insanabile del nostro Paese, non è solo politica, è la massima espressione di un potere ormai vecchio, insensato, tutto da cambiare. Possibile che ci siano persone che ancora osano chiamare questa cosa democrazia? Questa specie di aborto di situazione, democrazia. Questa società impazzita, le cui redini sono in mano a un puttaniere. I greci antichi ci riderebbero in faccia, ci sfotterebbero alla grande.

Questa è una tirannia, una forma strana e innovativa, che comprende anche il lavaggio del cervello. Che paura può fare un voto se posso entrarti nella testa e dirti quello che devi pensare? Che paura può fare chi la pensa diversamente se questo pensiero è subbissato da una valanga di cazzate, di notizie fuffa, di servizi tg sugli animali, partite di pallone e veline?

La frase che ho messo all’inizio è una vignetta comparsa sull’Internazionale 11/17 Febbraio 2011, ripresa da El Pais. Mi ha fatto riflettere parecchio. Come facciamo a non sapere che sono tiranni? Come facciamo a non agire contro questa tirannia, che subiamo in modo triste, come i personaggi del cartone animato. Dov’è Robin Hood? Dov’è Riccardo Cuor di Leone? Non sono qui, non in questa realtà. Eppure qualcosa bisognerà pur fare. Da dove ripartiremo quando il Silvio sarà un ricordo? Vorremo davvero un altro ultrasettantenne da votare? Come colmeremo l’enorme vuoto che questo tiranno lascerà dietro di sé? Con chi?

Tutto il villaggio la sta cantando dice quest’attualissimo Sceriffo di Nottingham, ma se tutto il Paese canta e manifesta contro il nostro principe Giovanni, dopo, cosa farà?

Giulio

Due mondi

Il mondo dei giovani non è il mondo dei giovani: è il mondo del futuro. Il mondo degli adulti, che si ostinano a chiamarsi tali, è il mondo dei vecchi: il mondo del passato. In Italia non c’è più una sola Italia, nemmeno due Italie, nemmeno due Europe. Ci sono due mondi differenti: quello dei giovani e quello dei vecchi. Il mondo del passato guarda al nostro mondo attraverso un cannocchiale, ma le lenti della statistica, degli studi sociali, dei talk show sono lenti distorte, che ne falsano l’immagine.

Come possiamo pretendere di essere capiti? Come possiamo pretendere che il vecchio accolga il nuovo? Non è possibile! Il nuovo prende il posto del vecchio, lo sostituisce e l’unico vera relazione tra questi due mondi avviene grazie a quei giovani e a quei vecchi che cercano sinceramente di stabilire un contatto, un ponte tra i due mondi. Sono pochi.

Per tutti gli altri, per tutti i vecchi che non si sforzano di andare incontro al nuovo, il futuro è già deciso: l’unica traccia che rimarrà di loro sarà la ferita incisa sulla scorza del pianeta, tracciata con un coltello la cui lama è l’effetto serra, la cui emorragia è lo scioglimento dei poli e gli stravolgimenti che verranno. Ma cosa rimarrà dei loro valori? Cosa rimarrà dei loro modelli?

Io che sto dentro al mondo del futuro vedo tra i giovani un enorme oceano di possibilità, di gente che ha voglia di tutto meno che di farsi studiare come topi da laboratorio dagli antichi abitanti di queste terre. Vedo gente che ha voglia di fare, che magari non sa come o cosa, ma ha voglia di fare.

Siamo il mondo del futuro, per la puttana, siamo tutto quello che rimarrà tra quarant’anni. Non c’è nessuna battaglia, perché è una sfida vinta in partenza il cui risultato è dettato dalla legge del tempo, più antica dell’umanità stessa. E siamo noi giovani che dobbiamo averlo chiaro, siamo noi giovani che dobbiamo lavorare ogni giorno per fare, per ricavarci lo spazio, per respirare e modellare l’Italia (ed il mondo?) come preferiamo.

Abbiamo l’unica vera opportunità: il tempo. Dobbiamo solo metterci all’opera.

Giulio

Fotografia di Desirèe Munter

La monnezza del pensiero che genera poesia

I rifiuti sono negazioni che rimuoviamo volontariamente dalla nostra vita; o anche involontariamente, per superficialità, inerzia, dimenticanza, paura. Oggetti che riteniamo di non poter più utilizzare, scarti della vita, marcescenze che ci infastidiscono, scomodo surplus che ingombra il cammino e sporca la vita.

Questo avviene anche con il pensiero: ci insegnano oggi che per vivere bene occorre sbarazzarsi delle riflessioni scomode e compromettenti, responsabilizzanti, scandalose, vergognose, depressive. E’ fastidioso guardare in faccia le parti più brutte nostre e del nostro mondo, ci vuole un gran coraggio, ed è più comodo evitarle facendo una strategica pulizia o lasciare che siano gli altri a smaltirle.

Eppure la poesia e la speranza per me nascono soprattutto da qui, dal rifiuto, dallo scarto, dal rigurgito, dalla smorfia di disgusto di dolore di rabbia nei confronti del presente:

1967 – Dino Buzzati, Urlo

Grazie allora a chi parla di mafia e narcotraffico,  dell’isolamento dei portatori di handicap, di immigrazione e razzismo, di tossicodipendenza, di eutanasia, aborto, omosessualità, di un’Italia indebolita da un cattolicesimo inutile; grazie a chi denuncia la propria condizione di lavoratore precario o di disoccupazione, a chi si sdegna dell’attuale immagine della donna e dell’abuso dei minori,  a chi comprende e rende noto che se gli studenti in manifestazione agiscono con violenza fanno solo il gioco voluto dai nostri politici al governo.

Parliamo assieme di tutto questo, parliamone a lungo. E poi ripartiamo da qui: perché da qui nasce l’idea di un sogno comune di poesia, da qui nasce lo sforzo per riproporre la dignità nostra e del nostro paese. Se non prendiamo coscienza del mostro che ci vive ogni giorno accanto nelle nostre vite quotidiane, esso ci ingloberà nelle sue viscere più profonde. Lentamente la nostra vita di persone alienate diventerà un’abitudine e per sempre ci abitueremo alla pubblicità battente degli schermi televisivi nelle stazioni dei treni e delle metropolitane, allo spaccio nel parchetto dietro casa, alle pasticche in discoteca, all’ubriaco lasciato solo il sabato sera accasciato per terra, ai cinquecento euro di stipendio mensili. E se lentamente un pomeriggio d’inverno ci scenderà una lacrima di malinconia sulla guancia, non sapremo nemmeno più ricordare che cos’è che ci manca.

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace — uomo che tarda
all’atto, che nessuno, poi, distrugge.

Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
d’una leva che arresta
l’ordigno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.

Giulia

Poesia di Eugenio Montale

Per difetto

Un altro (o il primo?) capitolo della Grammatica del quotidiano, edizione AdC 2010.

I verbi difettivi sono quei verbi che non hanno alcune o tutte le voci di una coniugazione. In italiano sono un po’ e di solito sono quelli che mancano del participio passato e quindi di tutti i tempi composti, poi ci sono quelli che mancano (anche) del passato remoto. Alcuni esempi? Delinquere e competere non hanno il participio passato, sono azioni che si possono attuare solo nel presente (istantaneità), di cui si può raccontare con l’imperfetto (scenario di un passato o possibilità), o che si possono progettare o prevedere nel futuro. Anche discernere il bene dal male ha le stesse caratteristiche, anche se la forma futura non è molto utilizzata: la scelta etica è qualcosa di istantaneo, che si fa o si fece in un momento preciso della vita. Concernere manca anche del passato remoto: qualcosa concerne/concerneva qualcos’altro e basta, in questo/quel momento. La coerenza è una qualità puntuale, un punto su una curva.

Questo succede grammaticalmente parlando. E nella vita quotidiana? Proviamo a pensare a verbi (azioni o stati) che, pur non essendo difettivi dal punto di vista puramente grammaticale, in alcune voci della loro coniugazione perdono di significato. Tutto ciò ha a che fare con la critica sociale, forse, con la lotta e con la rivoluzione. Il verbo lavorare, per esempio, ha un che di fantasmagorico coniugato al presente. Molti di noi lo usano al passato (ho lavorato, lavoravo, lavorai, avevo lavorato o lavorassi o avessi lavorato…), perché manca la possibilità di parlarne al presente. Il futuro è poi una scommessa, un azzardo preceduto sempre da un se. La politica ci toglie la libertà di pensare modi e tempi delle nostre azioni, svuota di significato i progetti, e ci fa pensare al glorioso passato del si stava meglio quando si stava… meglio.

Compiti per tutti: giocare a trovare verbi difettati.

Buona critica a tutti.

Gianmarco

Il pozzo

Il cielo era nero, nuvole nerissime coprivano il sole e la luce. Attraverso la fitta coltre di polvere vulcanica i pochi raggi che arrivavano alla terra erano rifratti e tinti di rosso così che il cielo sembrava la superficie di una colata lavica che si raffredda, un nero intenso su di uno sfondo rosso fuoco. Qualcosa di oscuro aveva ingoiato l’uomo in quegli ultimi decenni ed ora una forza mai vista aveva reso schiave le masse. Gli uomini stavano camminando assieme, tutti fianco a fianco, verso il pozzo.

Così veniva chiamato, il pozzo. Era un enorme cratere di qualche chilometro di diametro che si estendeva nella pianura di Kanusia, dove un tempo era coltivato il grano per tutta l’Eurasia. Vastissima terra che per infinite distanze veniva coltivata con le più rivoluzionarie macchine operatrici, terra importantissima per la sopravvivenza di 8 miliardi di persone. Nessuno avrebbe mai immaginato che sarebbe potuta finire così.

Quegli immensi paesaggi che si coloravano d’oro al momento della raccolta erano brulli e secchi che la terra si increspava e si raggomitolava su se stessa rivelando le ferite dell’arsura, crepe nell’argilla. Perchè quelle masse  avessero camminato così tanto non lo si seppe mai, perchè chi fu svegliato si dimenticò del sogno e di come era iniziato. I cavalieri del LogisLux  erano avvolti di quella luce bianca che era tanto rara in quell’oscurità come le briciole dell’amore che un tempo aveva vissuto su quel pianeta. Si ergevano sui cumuli di detriti in mezzo alla folla e cantavano le melodie più struggenti mentre tutta quella gente, che riempiva la prateria, venuta da mezzo mondo, stava camminando silenziosa verso il pozzo. Le persone riempivano l’orizzonte e coprivano tutta la terra che ad un uomo alto su un cavallo è dato di vedere. E tutti camminavano come sordi alle melodie dei cavalieri, stregati dal richiamo del pozzo. Nessuno più parlava, pensava, era padrone di se stesso, non reagivano se scossi o picchiati, non rispondevano a chi li chiamava ne ai canti incantati che le fiaccole ancora intonavano. Tutti si stavano dirigendo al pozzo e vi si gettavano, buco nero dell’oblio del mondo, risucchio oscuro di cui nessuno era mai riuscito a vedere il fondo.

Giacomo