La frutta

Ci siamo arrivati, alla fatidica frutta. Le parole che corrono sulle prime pagine dei giornali e nei forum di informazione, quelle che suonano più o meno come “Meglio essere uno sporco maschilista che essere gay”. A questo punto, cosa rimane da fare? Non lo sappiamo più, forse. Più che denunciare, indignarci, dire fare baciare lettera testamento, sembra che niente abbia la forza necessaria a far cadere questo soffocante potente che si è nutrito dei bassi istinti, che è stato votato dalle basse emozioni… Questo è il punto: Berlusconi è un’emanazione culturale (lo è sempre stato, lo è diventato?), penso a volte che sia una specie di concretizzazione di alcuni valori culturalmente accettati, un’incarnazione di come l’italiano vorrebbe che sia l’italiano che cerca di essere. Un uomo con una virilità ostentata, detentore di un potere squisitamente economico con cui può raggiungere i suoi obiettivi, raggirare la legge, trovando l’inganno una volta fatta la legge, o facendo una legge con l’inganno, sistemando i propri affari, salvaguardando gli interessi del familismo amorale. Un uomo che, nonostante l’avanzare dell’età, si attornia di gioventù, legittimando la costruzione di mete culturali allineate alla logica del successo e dei quindici minuti di celebrità. E ci sarebbe da dirne ancora: il fatto è che ho l’impressione che ad un certo punto B. sia apparso, come fosse stato creato nel laboratorio della società italiana, come fosse comparso nella forma che conosciamo, cullato e alimentato dalle nostre infime volontà di potere, pompate dal rampantismo degli anni Ottanta e dal modello d’azione sociopolitica che – piccolo incidente di percorso – Tangentopoli aveva mostrato. Che sia apparso come quella frutta geneticamente modificata che non marcisce mai, se non in chi se ne ciba, diventando tumore.

Gianmarco

 

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Tutto questo non ha senso

Sapete che c’è? C’è che è difficile essere se stessi. Non basta dire sono me stesso perché si inneschi un qualche automatismo. Già c’è una contraddizione profonda, filosofica, nel bisogna essere se stessi. Se c’è imposizione, quale spontanea affermazione del sé può scaturirne? Non basta, si diceva, essere se stessi. Bisogna problematizzare, ossia mettere più corsivi. Quando si decide di essere se stessi, ci si dà un taglio: come vestire, cosa mangiare, come parlare, cosa dire, come e dove andare, da che parte stare, dove sedersi a tavola, che drink bere e via dicendo fino a cosa amare, desiderare, ma soprattutto chi. Quando si dà il taglio, si decide di accettare il desiderio nell’oggetto (soggetto) attraverso il quale si manifesta: non si sceglie di amare un genere o l’altro, si accetta di essere se stessi per quanto concerne la significatività degli altri rispetto a noi. Così, abbiamo messo a posto tutti i discorsi sul gay si nasce o si diventa? Io sono gay, per scelta solo se intendiamo questa scelta come risultato di un progressivo cammino di consapevolezza del desiderio, ossia – ad un livello superiore – se svincoliamo l’essere se stessi gay dal semplicismo dell’azione sessuale e ci volgiamo a considerarla pura e semplice manifestazione di un desiderio rivolto ad un certo tipo di oggetto del desiderio. Ovvero, udite! udite!, anche noi gay amiamo, odiamo, soffriamo, a noi gay piacciono delle persone e non piacciono altre persone; selezioniamo le amicizie, frequentiamo altre persone e a volte formiamo coppie durature o meno durature, e quando siamo single può capitare che abbiamo rapporti occasionali per puro piacere, o tradiamo e siamo traditi; ci ammaliamo tanto quanto, mangiamo le stesse cose, il nostro sangue può essere al massimo di quattro gruppi sanguigni, e via dicendo.

Essere se stessi gay è difficile, perché la facilità è solo delle cose riconosciute come degne di indifferenza. L’attenzione storica sul tema è una continua fonte di problematizzazione, di messa fra corsivi e parentesi, incisi. Si potrebbe problematizzare ciascuna delle azioni (o degli stati) che ho elencato prima, ma ci vorrebbe un’enciclopedia. Credo basti un dizionario, considerato che parole come amare, piacere, amicizia, coppia, tradimento, malattia ecc. sono comuni all’esperienza di molti, gay e non. O sbaglio? Sbaglio?

Quello che non vedo più è la problematizzazione, sempre più l’uscire allo scoperto, il coming out (ben diverso dall’outing, non mi stancherò mai di dirlo, n.d.R.), soprattutto nelle nuove generazioni, è vissuto con una leggerezza che ha una doppia faccia: da un lato, vivaddio, ci si può ora permettere di dire facilmente al mondo sono gay, il tema è sdoganato e il vocabolario pressoché diffuso; dall’altro lato, la leggerezza è spesso una superficialità nel conoscere il significato, il portato di senso che accettare di essere gay porta con sé e che l’essere se stessi gay continua a portare con sé. Voglio dire, quelli che passarono quando passai io, quelli che conosco o di cui conosco l’esperienza, hanno accompagnato la progressiva presa di coscienza del con una (a volte fragile e simbolica, ma pur sempre presente) progressiva ricerca del significato, senso, dell’esperienza di essere se stessi gay nella storia, con una prospettiva critica (almeno in nuce) sul rapporto fra l’essere se stessi gay e l’essere se stessi gay socialmente. Per il volgo, se guardiamo Milk di Gus Van Sant ci incazziamo, non per la storia di un personaggio di un film, ma perché quella storia ci richiama le connessioni fra la storia personale e la storia sociale di ciascuno.

Non voglio dire che se vuoi accettare di essere te stesso gay tu debba farti delle nottate in libreria o un abbonamento al canale dei documentari storici; ma è bene che tu sappia cos’è l’esperienza. L’unica cosa che ci rimane è la consapevolezza, la mancata problematizzazione – come è successo per l’eterosessualità dogmatica – ha portato al maschilismo, al patriarcale, al caimanesimo. Non problematizzare l’essere se stesso gay è un modo per lasciare aperta la porta alla violenza, alla discriminazione, allo schiacciamento delle idee su un piano puramente terreno. E non solo da parte di chi non è come noi, ma soprattutto all’interno di quella cosa che esiste e che non dovrebbe esistere e che noi chiamiamo: la comunità gay.

Non basta dire sono me stesso gay per esserlo sensatamente (cioè, per esserlo).

Gianmarco

Florence and the mystical machine gun

I’m weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

(Radiohead, Creep)

Io odio Firenze. Non mi piace, la trovo un ammasso di vie e palazzi, arte buttata lì a cataste, pronte a bruciare sotto i flash calorosi di freddi e macchinosi turisti d’assalto. Eppure, ieri sera mi sono trovato a Firenze, avendo stamane un colloquio di selezione eccetera. Ho raggiunto l’ostello, ho sistemato le mie cose, e mi sono deciso a fare un giro della città. Da solo, completamente da solo. Percorrendo una delle tante viette, ho optato per un salto nella piazza del Duomo. Visto: un battistero che si para come una fortezza davanti alla chiesa. Enorme. E vabbé, fa arte. Nel frattempo cercavo un posto dove mangiare qualcosa, senza essere spennato, ché l’oca padovana l’ho già fatta. Così giravo, forte del mio nuovo copricapo che mi rende simile ad un brigante della Sicilia d’altri tempi, per ciottolati e pavé. Alla fine sono entrato in un Sushi Bar, di quelli che ti siedi davanti al bancone della cucina e fanno tutto in diretta; freddo, allora zuppa di miso per scaldarmi e qualcosa che suona come cosomaki sake maki bau bau, c’era del salmone. Bene, poi era ancora presto e allora ho mandato dei messaggi alle mie fonti e ho chiesto: “cercare locali gay zona Duomo a Firenze”. La più celere fonte mi ha sciorinato una lunga sequela di nomi e indirizzi, dei quali ne ho individuati un paio e lasciamo perdere. A chi la do a bere? Non si va da soli nei locali, e poi io domattina ho un colloquio, e anche se ci andassi, cosa farei, un vodka lemon solitario al bancone? Meglio rifugiarsi nell’irish vicino all’ostello, penso, due birre e a nanna, nella solitudine. Ma continuavo a cercare le vie della lista, speranzoso di trovare qualcosa che non mi facesse regredire alla timidezza delle medie. Ho trovato il bar dell’Arcigay: l’entrata sembrava quella di un sexy shop, stesso genere di simulazione, lascio perdere. Gli altri sono lontani, o dalle informazioni che mi arrivano troppo scicchettosi e da rimorchio. Io voglio gli intellettuali, le famiglie di fatto, voglio la bettola gay. Mi rifugio al’irish (ormai conoscendo a memoria quelle vie dall’ostello al Duomo). Complimenti per la bettola, ho pagato una Kilkenny tanto quanto la mia intera cena. In più uomini mediocri guardano ventidue uomini seguire un pallone mangiando patatine e bevendo cose (gli uomini, non i giocatori). Io mi rintano, bevo la mia ed esco. La città è troppo fredda, e io odio tutta questa solitudine. Rifletto sul perché non possa fermarmi in un luogo e basta, e sul perché il calcio sia considerato uno sport interessante. Penso che non mi sentivo così solo dai tempi di… L’utero? Non so, questa mattina mi sono svegliato presto, ho fatto una pessima colazione con caffé annacquato e sono uscito alla volta del selezionatore. Penso che non mi sono sentito così solo dalla sera prima.

Dove appartengo?

Gianmarco