Perché un figlio

Perché un figlio – chiedo
come perché
perché proprio
un figlio, perché?

Beh ovvio: la natura, la biologia,
e poi tutti ormai
adesso, forse
possiamo, non sempre potremo,
per essere felici,
perché più felici con.

Un figlio perché la cultura,
il sistema sociale,
per non morire
accartocciati senza
nemmeno uno sguardo
a fare caldo attorno.

Un figlio perché terrorizza
il vuoto davanti,
per lasciare qualcosa
come scudo
contro il male del mondo.

Un figlio perché i nonni,
la stanza già pronta,
per chiudere la porta
e parlare soltanto
di pappa, cacca, nanna.

Un figlio per tornare bambini,
per crescere ancora,
per aprirci
a terribili cose possibili,
per non pensare
ai sette miliardi umani,
al clima che cambia,
per tenere tutto piccino
dentro a una mano.

Un figlio per avere
una creatura nuova
che esiste,
non dà spiegazioni,
per sentire insieme
fortissima paura e poi
qualcosa di sottile, simile
a una carezza.

Foto: Gegio

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Generare o non generare

E’ una questione che emerge, non da tanto. Fino a qualche decennio fa, non c’era neanche da porsi il problema. Sarebbe stato assurdo come chiedersi se permettere al cuore di battere o impedirglielo, come se la cose dipendesse da noi.

Ora invece è una domanda, non retorica, sebbene la pressione sociale verso la genitorialità come strada obbligata resti fortissima, soprattutto nei confronti delle donne. Chi dichiara di volere figli, non deve per forza motivare, giustificare la propria scelta. Al contrario, chi non desidera figli è spesso costretto (perché subissato di domande) a fornire spiegazioni, ragioni, a rivelare “dove sta il problema”. Come se fosse un problema, appunto, il fatto di non desiderare d’esser madri. (Tra parentesi: nel caso degli uomini che non vogliono diventar padri mi pare prevalga una pressione sociale meno violenta).

Un’amica è incinta, e dopo aver passato i primi tre mesi con forti nausee, ora soffre di sciatalgia. Un’altra ha partorito due gemelli dieci anni fa, e da allora ha problemi di schiena. Un’altra ancora mi confessa che, se dipendesse solo da lei, resterebbe incinta in continuazione, perché “è una cosa fighissima”.
Insomma: dipende.

Così come chi nasce: dipende. Tantissimo. Ci son quelli che dormono, quelli che proprio no, quelli sani, quelli che nascono malati o che si ammalano dopo. Quelli che da adolescenti rinfacciano ai genitori la fatica di averli messi al mondo, quelli che fanno di tutto per andarsene, da questo mondo, e a volte ci riescono. Ci son quelli bene o male sereni, e contenti di esserci. Dipende. Da tante cose e non solo né principalmente dai genitori, né dalla madre, come ancora troppi credono, e predicano. Dipende anche dalla fortuna e dalla sfiga o, detto diversamente, dal caso. Dall’insegnante che trovano, dal gruppo dei pari, dal fatto se saranno considerati belli o brutti durante l’adolescenza, dalle loro materie preferite e inclinazioni, e dalla coincidenza di queste ultime con le competenze valorizzate dalla società in cui si trovano. Insomma, dipende.

Ecco, io credo che di fronte a questo “dipendismo” sia sbagliato (termine forte, lo so) convincere chi non vuole figli ad averne. Perché essere genitore significa accogliere quello che viene per tutta la vita: può andar bene, ma può anche andar male. E quindi bisogna sentirsela.

Arianna