Per il resto, tutto bene

Come va, eh, certo, cosa vuoi, la crisi, sì, beh, la crisi, disoccupato, sì, ma l’affitto per ora, ti dico, per fortuna i miei, non posso lamentarmi, in effetti, progetti, ma sai, in fondo, certo, sarebbe meglio, è andata così, poi, certo, la crisi, chi più, chi meno, bisogna essere ottimisti, c’è sempre chi sta peggio, forse è anche colpa mia, in fondo, avrei dovuto studiare ingegneria, mio padre già me lo diceva, ti scegli il futuro, domani, domani che poi adesso, comunque, dai, per il resto, tutto bene, il weekend esco, sì, certo, con gli amici, anche in settimana, per distrarmi, è importante, altrimenti, ma no, comunque, guarda, davvero, in fondo, per il resto, tutto bene.

Arianna

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Speranza di vita

Madame E. non se la passa poi male. E’ vecchia, certo, ma non malata. “Non ho dolore da nessuna parte”, ripete, quasi per convicersi che, in fondo, sta bene. Eppure, anche se nessuna sofferenza la tormenta, i suoi passi sono incerti, affaticati. Esce solo in carrozzella, altrimenti detta “voiture“.
Abita in una casa di cura, nel suo quartiere di sempre: stessa linea di metrò, un paio di fermate più in là. Si mangia bene – dice – e le infermiere sono gentili, però Madame E. si annoia: “Vuoi sapere cos’ho fatto stamattina?” “…” “Niente” “Niente?” “Niente”. Poi ci ripensa: “Beh, ti ho aspettata”.
La memoria, ogni tanto, la tradisce: “Non sapevo che saresti venuta oggi!”, esclama quando mi vede comparire nella sala comune. “Oggi è mercoledì? Allora sì, è giusto, ti avevo detto mercoledì, in effetti. Ah, ma lo vedi? Non ho più niente qui, niente di niente!”. Una testa vuota, così si sente.
“Allora, andiamo? Ce l’hai la voiture?”.
Fuori, al parco, incrocio gli sguardi di altre donne, mamme, con i loro bambini nei passeggini. Io invece non ho figli, e porto a spasso Madame E.
“Non voglio vivere fino a cent’anni”, mi dice, e pare quasi una supplica, come se mi stesse chiedendo di prometterglielo, di rassicurarla che no, non la obbligheremo a restare.
“Nemmeno io voglio vivere a fino a cent’anni”, penso.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

A Chiunque

Pubblico con piacere questa poesia, scritta da una persona che non conosco, che mi è giunta accompagnata da queste parole: “mi ha colpito la determinazione ed il critico disincanto di una giovane donna appena ventenne che, sulla sua pelle, ha già sperimentato la violenza del potere:. due settimane di carcere, ed ora in domiciliazione obbligatoria, per la sola ragione di non aver rinunciato alla propria dignità ed al diritto di resistere (al tav). Insomma, mi piace la forza che riesce a conservare ed esprimere, nonostante tutto, uno stimolo per ciascuno di noi”.

Ecco la poesia:

e io?
mi ritrovo nella normalità dell’essere ventenne, sperimentando la vita.
né anarchica, né pacifista.
solo pacificamente alla ricerca di me stessa.
molto preoccupata per i miei sogni.
molto infastidita da questo gelido e assurdo progresso.
molto indignata ad osservare i giochi politici.
ancora illusa dell’esistenza di giustizia.
nata a Rovereto, però cresciuta in canavese,in un paesino di 1200 anime in una realtà rurale e leggermente bigotta come l’ambiente del liceo della zona che ho frequentato.
riesco a riconoscere gli alberi, ma non i modelli d’auto. in quarta superiore vinco una borsa di studio e parto per l’india per un anno. semplicemente per curiosità ed entusiasmo per la scoperta di qualcosa di nuovo di diverso.
dopo il liceo riparto con uno zaino, viaggio per spagna e francia, poi decido di tornare e stabilirmi a torino.
lavoro, vivo, esploro nella città. mi creo la mia indipendenza.
intanto sogno di essere ostetrica.
i sogni non piacciono, non oltrepasso il numero chiuso.
ora farò agraria:foreste e boschi.
e intanto mi guardo attorno, vivo, provo ad esprimermi, riconfermo la mia libertà.
metto in atto una goffa e autentica rivolta individuale: non un semplice stare, ma una appassionata ricerca di umanità.
un po’ incosciente, come ogni giovane ha diritto di essere.
un po’ sfortunata, come ogni giovane non dovrebbe essere.
e ora amarezza.
si ricompone il puzzle, si rivedono immaggini…
e non mi sento più umana. ma un oggetto, un mezzo.
eppure non perdo la dignità.
non voglio filosoffeggiare.
non eroina, non martire.
resto.
resto umana.
e voi non lasciatevi intimidire.
non abbiate paura.
se avete qualcosa da dire, ditela. se poi vi tocca dirla urlando, si vede che ne vale la pena.
è tempo di resistere, è tempo di lottare!
grazie per la solidarietà e la vicinanza di chi ci ha scritto o ci ha pensato nel periodo in carcere..
‘a sara dùra
con amore…

Marianna
Fonte: www.notav.info

L’obbligo di morire

E così, è arrivato anche per me il momento di sottopormi alla temuta iniezione. Qualche mese fa, la nostra gente si è espressa a larga maggioranza a favore dell’imposizione di un limite di tempo concesso su questa terra. Il periodo massimo di vita vissuta – si è stabilito – corrisponde a 85 anni, non un giorno di più. Domani è precisamente il mio 85esimo compleanno.
Per quanto possa sembrare assurdo, ho votato anch’io a favore di questa misura, volta anzitutto a razionalizzare le sempre più magre risorse pubbliche a disposizione. Ha ragione chi punta il dito contro il fatto che gli anziani assorbono la quasi totalità della spesa assistenziale: siamo un peso per tutti, è ora di togliere il disturbo. Del resto, 85 anni non sono pochi, non ho motivo di lamentarmi. Me ne vado, tutto sommato, in buona salute, dormirò nel mio letto anche stanotte.
Rimpianti? No, nemmeno. Sì, certo, avrei potuto evitare qualche errore (soprattutto la ripetizione compulsiva di alcune categorie di errore) ma, in fondo, mi pare di aver vissuto bene. I miei figli sembrano sinceramente dispiaciuti all’idea di doversi separare definitivamente da me, così come i miei nipoti. Credo che questo basti, come prova di una vita felice. La felicità, poi, non ho mai capito esattamente cosa fosse, non l’ho cercata, ma non escludo di averla trovata. Sì, lo ammetto: sebbene mi sia espresso a favore del limite d’età, alcune volte questo contratto d’esistenza a tempo determinato mi è parso crudele, disumano. Anch’io, come tanti vecchi prossimi alla fine, ho esclamato: «Come si permettono – un generico loro, gli altri, lo Stato, la società… – di stabilire la durata della mia vita? Che arroganza! Si vogliono sostituire al Creatore??». Ma poi le statistiche sulla spesa pubblica, le pensioni misere con cui ci tocca sopravvivere, l’inevitabile deperimento fisico e mentale a cui tutti andiamo incontro mi hanno fatto tornare alla ragione. Anche se, grazie ai progressi della medicina, sarebbe possibile vivere fino a 100, 120 anni, reputo egoistico prolungare troppo a lungo le nostre passeggere esistenze, consumando oltre modo le scarse risorse economiche ed energetiche a disposizione. È giusto lasciare il posto ai giovani: 85 anni, in fondo, non sono neanche pochi.

Arianna

da un’idea di D.

Due mondi

Il mondo dei giovani non è il mondo dei giovani: è il mondo del futuro. Il mondo degli adulti, che si ostinano a chiamarsi tali, è il mondo dei vecchi: il mondo del passato. In Italia non c’è più una sola Italia, nemmeno due Italie, nemmeno due Europe. Ci sono due mondi differenti: quello dei giovani e quello dei vecchi. Il mondo del passato guarda al nostro mondo attraverso un cannocchiale, ma le lenti della statistica, degli studi sociali, dei talk show sono lenti distorte, che ne falsano l’immagine.

Come possiamo pretendere di essere capiti? Come possiamo pretendere che il vecchio accolga il nuovo? Non è possibile! Il nuovo prende il posto del vecchio, lo sostituisce e l’unico vera relazione tra questi due mondi avviene grazie a quei giovani e a quei vecchi che cercano sinceramente di stabilire un contatto, un ponte tra i due mondi. Sono pochi.

Per tutti gli altri, per tutti i vecchi che non si sforzano di andare incontro al nuovo, il futuro è già deciso: l’unica traccia che rimarrà di loro sarà la ferita incisa sulla scorza del pianeta, tracciata con un coltello la cui lama è l’effetto serra, la cui emorragia è lo scioglimento dei poli e gli stravolgimenti che verranno. Ma cosa rimarrà dei loro valori? Cosa rimarrà dei loro modelli?

Io che sto dentro al mondo del futuro vedo tra i giovani un enorme oceano di possibilità, di gente che ha voglia di tutto meno che di farsi studiare come topi da laboratorio dagli antichi abitanti di queste terre. Vedo gente che ha voglia di fare, che magari non sa come o cosa, ma ha voglia di fare.

Siamo il mondo del futuro, per la puttana, siamo tutto quello che rimarrà tra quarant’anni. Non c’è nessuna battaglia, perché è una sfida vinta in partenza il cui risultato è dettato dalla legge del tempo, più antica dell’umanità stessa. E siamo noi giovani che dobbiamo averlo chiaro, siamo noi giovani che dobbiamo lavorare ogni giorno per fare, per ricavarci lo spazio, per respirare e modellare l’Italia (ed il mondo?) come preferiamo.

Abbiamo l’unica vera opportunità: il tempo. Dobbiamo solo metterci all’opera.

Giulio

Fotografia di Desirèe Munter

Le parole, vi prego, le parole

Sul fenomeno free press.

Fannulloni per forza (Leggo) – Giovani italiani ignoranti e pigri (Metro) – Istat: un giovane su 5 non lavora né studia (City)

Sono tre modi diversi di presentare dei dati statistici. La statistica è utilizzata sempre con finalità accusatorie, evidenziando il dato più negativo, indipendentemente dalla percentuale. Quando si dice che il 46% dei cittadini tra i 25 e i 64 anni ha al massimo la licenza media, ricordiamoci che il 54% (più della metà) ha un titolo di studio superiore alla licenza media. E quando si dice che il 21% dei giovani fra 15 e 29 anni non studia né lavora, beh, innanzitutto c’è un 79% che fa il contrario, e poi soprattutto che una persona non lavori (ancora) a 15 anni è un dato abbastanza rassicurante, e che non studi (più) a 29 anni, altrettanto, almeno un po’, per chi lo capisce. Che poi siano risultati poco soddisfacenti rispetto alle medie europee, è un altro discorso (di statistica descrittiva). Il dato più preoccupante riguarda la retrocessione della situazione femminile nel mercato del lavoro, quello sì che deve far pensare, in primis a una regressione del modello di relazione fra i sessi, che poi ha eco nella vasta gamma di immagini di attualità.
Ma per tutti è più importante, sempre, cavalcare l’onda del malcontento, come se fosse utile alla giovane generazione che siamo sentirci dire, dalle prime o terze pagine dei giornali, che siamo fannulloni invece che senza opportunità, che siamo pigri e ignoranti e via dicendo. Grazie per l’aiuto, continuate a sparare sulla Croce Rossa.
Il Paese affonda e lo fa non perché Quello va con Quelle, ma perché parliamo solo o quasi di questo, mentre affondiamo.

Gianmarco.

 

Un discorso perlomeno inutile

Alla fine, se ogni mattina nessuno sembra potersi permettere di perdere un treno della metropolitana, nonostante il successivo arrivi entro tre minuti, e di conseguenza si sta come sardine in scatole, questo non inerisce una certa cultura della puntualità, che non concede nessun quarto d’ora accademico fuori dalle università? Ci sono luoghi di lavoro in cui o entri all’orario prestabilito, mettiamo le nove, o se entri alle nove e zerodue hai perso un’ora, ossia hai perso una parte di stipendio, e per due minuti di ritardo nel passare la tua banda magnetica nell’apposito lettore, devi farti un’ora intera in più per recuperarla. Va bene, la puntualità è un valore, ma un valore imposto con la minaccia della violenza è un fondamentalismo, e non va più tanto bene. È anche vero che se ci fosse il permesso di entrare tra le nove e le nove e un quarto, ad esempio, la maggior parte se ne approfitterebbe e entrerebbero tutti a ridosso delle nove e un quarto. Che è un po’ come dire a ridosso delle nove. Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che si tratti di semplice opportunismo o “voglia di lavorare saltami addosso”? È un po’ come dire: i giovani sono tutti maleducati e non rispettano. Poi io vedo in giro solo giovani che chiedono scusa se urtano una persona per strada; che cedono il posto a una donna incinta o a chiunque ne abbia più bisogno; che si imbarazzano a chiederti una sigaretta e ti danno del Lei anche se potresti essere il loro fratellone; che si interessano del mondo a modo loro, senza sbandierarlo o comprare giornali, ma andando sui quotidiani online; che sono contenti di aver potuto votare, come azione civile; che sono più generosi di noi “adulti” con chi ti suona la fisarmonica in metrò; che fanno tanto i bulletti e ti rubano il cappello, ma se glielo vai a richiedere te lo ridanno, anche un po’ dispiaciuti… In poche parole, vedo dei giovani. Tutto questo per dire, che se magari si accogliesse un po’ di più una certa cultura del ritardo, che poi altro non è che una cultura della lentezza ritrovata, non credo che ci sarebbe una cloaca di opportunismo. Magari, vedendo il treno pieno, qualcuno potrebbe dire: va bene, prendo quello dopo; mi leggo ancora un po’ il free press o il mio romanzo; dai, dicevi?
Tutti più rilassati, che già fa freddo.

Gianmarco

Il bosco coetaneo

Sapete com’è fatto un bosco d’abete rosso? Se salite per le pendici del Bondone, qualche chilometro da Trento, ve ne renderete conto. E’ fatto di piante… tutte alte uguali, grosse uguali, diritte uguali. E’ un bosco coetaneo, piantato tutto nello stesso anno, cresciuto insieme, su a prendere la luce, nella concorrenza, nella fame di divorare il cielo. Le fronde degli abeti sono verdi solo in alto, lontano. Scendendo giù tra i rami secchi l’occhio cade a terra, dove tra le foglie, rimane una magra ombra di sottobosco.

Il sottobosco muore, strozzato da chi, là in cima, si è preso tutta la luce. Nessun altro abete può crescere, nessuna pianta giovane ha possibilità di arrivare a quelle cime poiché la luce le viene concessa con il contagocce, quando una fronda vecchia ondeggia, per un attimo.

Ecco, la mia generazione è quel sottobosco. Quel sottobosco morente, che si dimena, che brucia ma fatica a salire verso l’alto, perché una generazione di vecchie piante, ormai quasi anziane, gli prende la vita, le opportunità, le possibilità. Una generazione avara, che ha dovuto ottenere da sola ciò che poteva ottenere e ora come Mazzarò non vuole cederla. “Roba mia viettene con me!”. Così fanno, i nostri abeti rossi, che sono anche i nostri genitori, dopotutto, o i loro amici.

A volte penso che l’unico metodo sia quello valido anche per le piante: il boscaiolo.

Giulio

Calda torrida estate

Il caldo strozza il cervello. Per questo motivo gli autori di questo blog, scrivono di meno. Per lo stesso motivo i lettori di questo blog, leggono di meno. E’ un fatto, il caldo torrido ci fa venir solo voglia di lago/mare/piscina/doccia, voglia di acqua che lavi via il sudore, voglia di vivere nudi sulla nuda terra. Il buonsenso ci trattiene dal non andare in giro ancora più svestiti di così. Così ce ne andiamo in giro, soprattutto fatti di carne, di pensieri carnali, votati all’esterno, al guardarsi attorno. Tutti stanno fuori la notte. La vicina si lamenta per i ragazzetti che vengono sotto casa alle due a chiacchierare e fumare di nascosto. A volte suonano i campanelli. Alle una la città è ancora in piedi, ma solo una parte. Cammino alle due per le strade deserte, passo davanti a sociologia e vengo invaso da un mare di persone che…bevono? Fanno festa? Studiano di notte? Ci provano? Non lo so, non ho ancora capito che ci facciano tutte quelle persone a sociologia una notte a settimana. Però ai giovani piace stare lì. Sembra una città più giovane, l’estate.

I vecchi sono rintanati nelle loro case, con le persiane abbassate per non far entrare il caldo. Si svegliano quando i nipoti vanno a dormire. Alcuni muoiono da soli, nell’indifferenza e nella solitudine. Non guardo i telegiornali, ma credo lo dicano anche i notiziari serali. I vecchi spesso sono poveri, hanno lavorato tutta la vita e si ritrovano con una micropensione, poca famiglia accaldata al mare e la televisione. Eccoli lì, davanti alla televisione, quando suona un venditore di condizionatori truffaldino che estorce loro tremila euro per un pinguino de longhi. Se ne va e l’anziano rimane con il suo pinguino, pensa che è meglio aspettare che ritorni il figlio per farsi spiegare come accenderlo.

Il mio cane ansima tutto il giorno. Non so perché il creatore li abbia fatti in modo che possano sudare solo dalla lingua. Sta tutto il giorno ad alitare nel vuoto, sdraiato. La notte, se viene in camera mia, non riesco a dormire. Smette di solito dalle tre alle sei del mattino. Erano quattro estati che non stavo qui in città, che non vivevo la fine di luglio nella mia cittadina. Volevo proprio ricordarmi come fosse, come fossero le albicocche, come fosse la montagna di notte. In estate rimangono solo pensieri estivi, privi di consistenza, aeriformi, vaporizzati dalla canicola.

Giulio