Prescrizione?

Voglio chiedere che cosa ne pensate, chiamare in causa gli esperti, i giuristi, e farmi spiegare la prescrizione, perché proprio non capisco.

Trovo assurdo che non si possa piú punire perché è passato troppo tempo, trovo assurdo che, anche se il reato sussiste, non si possa procedere.

Trovo assurdo che i tempi di prescrizione siano piú lunghi in campo civile che non in penale, ma come ho già detto, l’assurdo é che esista proprio la prescrizione.

Qual é il senso? Perché esiste?
Spiegatemelo voi, io non ci arrivo.

Giacomo

Chi ha paura dello sfigato?

Oggi non mi sono piaciuta. Per niente.
Chiacchieravo con un collega, ad un certo punto si avvicina un’altra insegnante, che non gode di una buona considerazione sociale all’interno della scuola. Gli altri insegnanti e gli allievi mi hanno fatto capire che è un po’ “strana”, forse non è il suo mestiere, oppure sta attraversando un periodo di sofferenza, non so, ma si vede che non sta bene. Non è una brava insegnante, a quanto sembra. Inoltre, non è una bella donna (secondo i canoni dominanti) e poi è impacciata, vestita con abiti che sanno di vecchio, tristi. Insomma, interpreta il ruolo della “sfigata”.
Ora: come mi sono comportata io nei suoi confronti?
L’ho ignorata. Ho continuato a parlare come se lei non ci fosse, non ho cercato di coinvolgerla nella conversazione fino al momento in cui lei ha attirato a sé l’attenzione in maniera esplicita, rivolgendosi direttamente al collega, per parlare della classe in cui entrambi insegnano.
Domanda scomoda: mi sarei comportata diversamente con una persona non etichettata come “sfigata”?
Risposta ancora più scomoda: sì.
Domanda difficile: perché?
Risposta possibile: perché ho paura di trovarmi nella sua condizione e perché voglio essere considerata positivamente all’interno della scuola e in qualche modo devo aver pensato che parlare con lei non sarebbe stato interessante o, peggio, che avrebbe reso anche me un po’ “sfigata” (non è detto che io non lo sia, del resto).
Conclusione: c’è molto lavoro da fare…

Arianna

Piccolo trattato sull’inutilità dell’arte

Mi è capitato di parlare di giudizio sull’opera d’arte. Il tutto è partito dall’ambito musicale. Quando puoi dire che un pezzo è un bel pezzo? Con ordine, con ordine. Sono dell’opinione che un brano (e in generale un’opera di genio artistico) possa essere giudicato sotto diversi aspetti, lungo un continuum di oggettività. Può essere giudicato il testo (ossia il contenuto, il significato, il messaggio) e la cornice (la musica, l’arrangiamento, il significante), può essere considerato il rapporto fra i due, fra forma e contenuto. Ancora, può essere importante lo strumento, la tecnica. La forma può essere giudicata da un punto di vista, diciamo, tecnico, matematico, da professionista della musica. Insomma, un giudizio è qualcosa di complesso, ed è giusto sia così. C’è chi dice: un bel testo senza una bella musica non vale niente; e chi, al contrario, dice, l’importante per me è che la musica sia bella, mi danno fastidio quelli che apprezzano un pezzo anche solo per il testo. Personalmente, le due cose non le vedo così inconciliabili, in realtà pendo dalla parte del contenuto: un bel quadro con una brutta cornice, rimane un bel quadro, o no? Allo stesso modo, un brano con un testo che manifesti una certa ricerca del migliore modo di esprimere un messaggio, di veicolare un significato, può innestarsi su una scelta strumentale non altrettanto fine (o forse è la musica che si innesta sul testo?), e risultare nel complesso una bella canzone.

Faccio due esempi. Andate tutti a cercarvi (no, lo faccio io per voi), questa canzone, o quest’altra. Si tratta di due pezzi di musica elettronica, seppure a diversi livelli: sospendete il giudizio personale, e provate ad avere un atteggiamento di apprezzamento ingenuo ed innocente. Nel primo caso (pura musica elettro), ci sono cinque secondi di musica reiterati, su cui si innesta un testo interpretato da una voce, secondo me, azzeccata: ora, il testo non è granché, è totalmente funzionale all’arrangiamento, eppure, il risultato è, direi, convincente, aldilà dei gusti personali. Nel secondo caso (un rock che prende in prestito l’elettronica), il testo occupa poco spazio, essendo la stessa strofa ripetuta per diverse volte, che poi lascia spazio a minuti di strumentazione pura, e se noi volessimo giudicare il complesso, rimarremmo delusi dal rapporto fra la forma e il contenuto, ma musicalmente è un grande pezzo, l’arrangiamento è il pezzo.

Altri esempi ci vengono dal cantautorato, e dato che siamo italiani, pigliamo dei brani italiani, che poi sono quelli che hanno scatenato il discorso che qui riporto. Uno è questo. Si tratta di un esempio di bella armonia fra testo e arrangiamento, anche se non c’è una esplicita funzionalità reciproca: il contenuto tratta delle contraddizioni, un po’ yin e yang, insite nelle cose, e la musica è uno scheletro di semplicità, pochi suoni che rendono un’idea di… ditemelo voi. Qui il testo è il pezzo. Oppure questo, di una band minore, e che alla prima sembra un pezzettino, ma poi, se si sente… Beh, gli strumenti ve li ho dati.

Il punto è che la musica è molto più di quello che si ascolta. Ossia, molto più di quello che tecnicamente si può considerare; il giudizio complesso è qualcosa che si inoltra nei reami del soggettivo, e nessuno può pretendere di avere dei criteri oggettivi di valutazione. Si hanno, al massimo, dei criteri personali di oggettività. Non stiamo a discutere del bello oggettivo kantiano, o della sensazione del sublime. Parliamo di aderire o meno a dei canoni imposti culturalmente, o di rinchiuderci in una precisa categoria di genere musicale, o artistico in generale. La preferenza non coincide con il gusto. E questo va oltre l’opera d’arte, potrebbe anche significare (e lo fa) che, ad esempio, l’azione sessuale non è un’azione identitaria. Ma questo è un altro capitolo della lotta.

D’altra parte, come diceva Oscar (Wilde, per gli amici), all art is quite useless, così anche l’arte dell’oggettività del giudizio.

Così io posso ascoltare Battiato e Madonna, e non sentirmi un incoerente.

Gianmarco