Ah, ecco

Ieri notte, preso dallo sconforto per la disoccupazione galoppante, e dall’entusiasmo per i progetti con l’amica attualmente oltralpe, ho mandato curricula (è il plurale, please) e candidature a chicchessia per qualsiasi genere di lavoro trovassi sotto la categoria disperazione in appositi motori di ricerca.

Una nota agenzia di somministrazione lavoro, di quelle che per amicizia chiameremo tagliatori di teste, offre uno stage presso le loro sedi per apprendere l’alchemica arte del Candidate Management, che altro non è se non l’arte di far perdere una mattinata a qualcuno che poi starà lì all’incirca cinque minuti per sentirsi dire che il suo curriculum è poco collocabile. Probabilmente ti insegnano come dirlo, un po’ quello che deve apprendere come dire ai parenti del paziente che è morto. Questo stage si svolgerà nel primo semestre dell’anno prossimo venturo. Ma quello che nella loro bacata testolina ha generato la meraviglia è che pensano che chi si candidi abbia talmente tanta voglia di fare lo stagista presso di loro -come dire, provare a passare dall’altra parte della scrivania – da accettare di farlo per 210 (leggi: duecentodieci,00) euro al mese e buoni pasto di 5 euro per ogni giorno di effettiva presenza. Non ci paghi nemmeno le bollette, o ti van via in metropolitana e spesa alimentare e di candele (perché se non ci paghi la luce, ai moccoli ti ritrovi).

Cosa vuol dire? Che persino lo stage è diventato qualcosa che può essere fatto da chi se lo può permettere, da chi ha le spalle coperte, la famiglia che lo sostiene e via dicendo. Che poi, se tu mi dessi quei duecento euro per un mesetto di mio impegno, ancora ancora, ma me li stai dando per sei lunghi mesi. Ossia, a non spenderli, alla fine avrò 1200 euro da parte. In metà anno.

Non so voi, ma credo che ormai sia chiaro che ci sia qualcosa che non funziona, non funziona, non funziona. Non va, non va, non va. Forse che di stage non si vive, lo sappiamo tutti, ma che io per sei mesi della mia vita debba cercarmi altri lavoretti per integrare quella miseria, è una limitazione della mia libertà. Ma tanto, lo fa chi può farsi pagare il resto da qualcun altro. Io sono uno di quelli, lo ammetto, ma mi sento libero di non chiedere più di tanto l’aiuto a chi vorrebbe, secondo una logica peraltro paternalisticamente irritante, darmela, quella mano.

Non è finita. Mi hanno chiamato, e mi chiedono se sono realmente interessato: non nego, invento qualche parolona e qualche frase ad effetto. Allora mi comunicano che ci sarà un assessment che mi porterà via la mattinata, è consterà di dinamiche di gruppo.
Non so voi (e due), ma io questa cosa dei colloqui con i giochi la trovo urticante: dobbiamo essere tutti capaci di interagire al centopercento, tutti dobbiamo essere bravi collaboratori in quella mattina, fingere un’abilità che, a parere mio, non si può improvvisare. Essere amiconi problem solving.

Mi darò alla macchia?

Gianmarco