La difesa della cipolla

Tra le molte metafore con le quali si rappresentano il rapporto tra cultura e identità, e la definizione delle stesse, c’è quella della cipolla. La cultura è così vista come qualcosa di stratificato, che va dagli strati più esterni (struttura, oggettivazione) via via verso il nucleo, che racchiude l’individuo nella sua individualità fatta di diverse cose quali i valori per come sono interiorizzati e agiti, le attitudini, l’educazione rielaborata nel quotidiano dell’interazione, e via dicendo. Un’altra metafora è quella dell’iceberg, che fa propria l’indicazione secondo la quale di un iceberg noi vediamo solo la parte emersa, ossia circa il venti per cento. Questo quinto è struttura, oggettivazione, cose culturalmente prodotte, mentre la parte sommersa è il nucleo della cipolla. Insomma, la cultura è una cipolla surgelata. Qui parliamo di intercultura: nell’incontro fra due iceberg, se la parte sommersa è troppo forte, troppo sommersa, lo scontro può avere un esito tragico, tipo che ci si cappotta. O si sa di cipolla. Comunque, riflettevo oggi per le vie michelangiolesche e leonardesche e brunellesche che quando ci si sposta dal luogo geografico cui la propria cultura appartiene, viene quasi istintivo difendere il nucleo e tutti gli strati più vicini, caricando o affermando alcune diversità, o meglio peculiarità della propria identità culturale. Così io mi ritrovo a Firenze a dire un fracco per dire “un sacco”, a intercalare con stica o ad aprire le “e” a dismisura. Il dibattito è aperto.

Gianmarco

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