La vita altrove

Ieri mattina, entrando in ufficio, mi sono accorta che hanno violato la mia identità, il mio profilo virtuale, la mia pagina yahoo. Ci sono entrati dentro e hanno disposto della mia rubrica. Oltre a violare me hanno cercato di fregare i miei amici, usando la mia identità. Hanno sorpassato indebitamente un confine, di fatto, inesistente, che non esiste da nessuna parte nella realtà reale, ma esistente in una realtà virtuale. E mi sono sentita violata nell’intimo di me medesima corporale. Ho cambiato password. E cambiando password, improvvisamente, si è cancellata la mia identità passata. Tutti i miei contatti perduti, tutta la corrispondenza persa. Come se fossi rimasta sola al mondo, come se fossi sparita per il mondo. Mi è mancato il respiro e mi sono sentita letteralmente venire meno. Eppure respiro, eppure fisicamente sto bene. Eppure gli amici non sono spariti, anzi!!

Nadia

Web 2.0

Più pericoloso ancora è il clamoroso deficit di attenzione verso questi temi (l’impatto sociologico-antropologico del Web 2.0) da  parte dei media e soprattutto della comunità intellettuale. Lodevole eccezione, il pamphlet di Jaron Lanier (“You are not a gadget”) sul corso attuale dell’evoluzione di Internet.

Inventore informatico, filosofo, saggista, scenziato, pioniere del Web, tra i protagonisti indiscussi della rivoluzione informatica e autorità riconosciuta nella SIlicon Valley, Lanier ha assunto un atteggiamento critico non tanto verso la “cultura digitale” in sé, quanto verso gli sviluppi e le ultime direzioni che ha imboccato.  Fino a ieri del tutto organico alla comunità degli informatici d’avanguardia, ora Lanier è considerato quasi alla stregua
di un apostata.

Provo a riassumere qui la sua riflessione (NB: sto chiaramente e deliberatamente sproloquiando).
Negli ultimi dieci anni la struttura di Internet si è notevolmente modificata: l’utente, inizialmente confinato in una veste puramente passiva – in origine la fruizione della  Rete si riduceva alla navigazione tra le pagine Web – ha finito con l’assumere un ruolo molto più partecipativo: interagisce in tempo reale con gli altri utenti (ad esempio attraverso i social network ) e con la rete stessa, contribuendo a modificarla. Sebbene il cambiamento sia stato graduale, la notevole differenza qualitativa tra le due fasi ha spinto alcuni guru della Rete ad tracciare un’ideale cesura tra due stadi evolutivi del Web: la prima fase è stata chiamata “Web 1.0”, la seconda “Web 2.0”, (secondo una nomenclatura correntemente usata per indicare le versioni successive dei programmi). Facebook e Twitter, ma anche Gmail, Youtube, Wikipedia sono fenomeni tipicamente “2.0”.

La scuola di pensiero attualmente egemone nella Silicon Valley ha costruito, e continua a costruire Internet basandosi su alcune idee fondamentali, ad esempio:
– che la Rete sia una vera e propria entità che trascende gli individui che vi partecipano
– che la massa degli utenti sia sempre più saggia e produttiva dei singoli (crowd wisdom)
– che la cultura aperta (open culture) non possa che favorira la curiosità e la creatività
-che la privacy sia impossibile e soprattutto non abbia utilita’.
Questi presupposti sono falsi:  non hanno alcun riscontro empirico, e anzi, sono ampiamente smentiti dai fatti. Ma soprattutto, sono pericolosi: stanno infatti  orientando la struttura dei nuovi media in un modo che deprime lo sviluppo dell’individuo.

Come Lanier argomenta, occorre fare molta attenzione perché il cambiamento informatico è irreversibile: una volta che certe strutture diventano troppo grandi o troppo usate diventa impossibile modificarle.
Ad esempio, il formato MIDI, usato per far collegare strumenti elettronici (es. tastiere ecc.)
con un computer, contempla solo alcuni intervalli precisi di note riducendo drasticamente
la possibile varietà di suoni. In teoria sarebbe possibile creare alternative a MIDI, ma esso
e’ ormai presente nei callulari, negli ascensori, ecc., ed é di fatto impossibile eliminarlo in favore di formati che permettano una maggiore ricchezza espressiva.
Secondo Lanier questa è una metafora dei rischi che si corrono a progettare strutture infromatiche rigide che possono imbrigliare la fantasia e restringere la varietà.
Ad esempio, la videata di Facebook tende a ridurre l’identità di una persona a un
insieme predefinito di gusti e scelte, impostato secondo la mentalità da matricola
di un’università americana.  Oppure, You tube non favorisce affatto l’originalità
musicale ma incoraggia il meshup, cioè l’amalgama scomposto di brani
preesistenti.
Sul lungo periodo, la cristallizzazione di strutture rigide, l’esposizione continua all’osservazione altrui, la prevarivazione della Rete sul singolo utente rischiano di
inibire fortemente lo sviluppo e l’espressione individuali. Questo è il rischio più grande del Web 2.0. Come chiosa Lanier, “you must be someone before you can share yourself”.

Naturalmente il Web racchiude anche un’infinità di potenzialità positive, per esempio
per comunicare con persone a distanza, per condividere passioni con altri anche sconosciuti, per diffondere conoscenze…

Michele

Il nome proprio

Vorrei conoscere
il nome
dei fiori le foglie di ogni frutto il nome
proprio.
Il nome di ogni pietra albero e di ciascun
seme
nella terra o nel vento  di tutti
gli uccelli gli insetti di quei cani
nel  parco.
Il nome di questa ragazza che ride delle donne
amiche nemiche lontane vicine di quelle
che ho invidiato sfiorato di tutte
e ciascuna a cui non ho chiesto
“Come ti chiami?”
Il nome degli uomini sul mio autobus
treno sul precedente successivo
di poco di tanto
di quelli
che ho consigliato amato a volte 
ferito.

Il nome di chi mi guarda
dal fondo  dello specchio
chiama
un nome forse
mio.

Vorrei conoscere il nome di ogni esistente il nome
proprio.
E poi chiamare ciascuno
dire “Ciao”.

Arianna

La difesa della cipolla

Tra le molte metafore con le quali si rappresentano il rapporto tra cultura e identità, e la definizione delle stesse, c’è quella della cipolla. La cultura è così vista come qualcosa di stratificato, che va dagli strati più esterni (struttura, oggettivazione) via via verso il nucleo, che racchiude l’individuo nella sua individualità fatta di diverse cose quali i valori per come sono interiorizzati e agiti, le attitudini, l’educazione rielaborata nel quotidiano dell’interazione, e via dicendo. Un’altra metafora è quella dell’iceberg, che fa propria l’indicazione secondo la quale di un iceberg noi vediamo solo la parte emersa, ossia circa il venti per cento. Questo quinto è struttura, oggettivazione, cose culturalmente prodotte, mentre la parte sommersa è il nucleo della cipolla. Insomma, la cultura è una cipolla surgelata. Qui parliamo di intercultura: nell’incontro fra due iceberg, se la parte sommersa è troppo forte, troppo sommersa, lo scontro può avere un esito tragico, tipo che ci si cappotta. O si sa di cipolla. Comunque, riflettevo oggi per le vie michelangiolesche e leonardesche e brunellesche che quando ci si sposta dal luogo geografico cui la propria cultura appartiene, viene quasi istintivo difendere il nucleo e tutti gli strati più vicini, caricando o affermando alcune diversità, o meglio peculiarità della propria identità culturale. Così io mi ritrovo a Firenze a dire un fracco per dire “un sacco”, a intercalare con stica o ad aprire le “e” a dismisura. Il dibattito è aperto.

Gianmarco