L’illusione di vivere il massimo

L’illusione di vivere una vita felice, di avere la felicità a portata di mano, di poterla conquistare comodamente, con un’auto nuova, una settimana al mare, una cena al ristorante o tuttalpiù con un paio di cocktails.

L’illusione che tutto vada bene, o che tutto vada male, l’illusione di vivere il meglio o di vivere il peggio, che la vita è fatta di alti e bassi dove gli alti sono altissimi e i bassi bassissimi. L’illusione di vivere una vita smussata, con gli alti e i bassi della stessa misura, uguali, quasi che non si distinguono. L’illusione dell’indifferenza, della routine, della noia, del sempre uguale, del sole che sorge sempre a est, che due palle.

L’illusione di aver agguantato una felicità intensa, duratura, solo perché abbiamo fatto l’amore con passione, l’illusione che basta un po’ di fisicità, di erotismo, di orgasmico orgasmo per potersi dire felici e risolvere con una serata di sudore tutti quei problemi di coppia che sono nati dai nostri egoismi, dalle nostre mancanze. E per fortuna che riusciamo almeno in questo modo a riavvicinarci, perché tanti si lasciano per questo, perché si scoprono dopo anni troppo distanti  seppur dormendo nello stesso letto.

Così facciamo l’amore e godiamo di quella felicità intensissima come fosse eterna. Il mattino dopo ci alziamo però come prima, di nuovo paurosi, incerti, e persa quella sensualità ritorna la vita e con essa le sue preoccupazioni. Così eccoci di nuovo a camminare sul bordo di un dirupo, di quella giornata che potrebbe, che forse non è, ma che verrà, che comincia male e finisce peggio, che distrugge le nostre certezze dalla prima all’ultima lasciandosi dietro solo frustrazione.

L’illusione di vivere il meglio che la vita può offrire, altalenando però di continuo, senza sosta, senza poter decidere di restare su, senza poter decidere di non scendere giù. E a chi piacciono i bassi poi? Li potessimo eliminare!! Una bella spianata dei bassi verso l’alto, questo ci vorrebbe, o un paio d’ali per vivere sempre tra i sogni, dove la felicità è sempre al massimo. Frustrati dall’impotenza di non poter cambiare, di non poterci fare nulla, ci accontentiamo di come vanno le cose, forse manco ci accorgiamo che c’è qualcosa che non torna.

Vogliamo una vita al massimo, sempre al massimo, basta minimi, basta soffrire. Eppure non abbiamo potere di scegliere, non abbiamo potere di decidere, sicuramente non sulla vita, sugli eventi, sul fatto che sia sereno o nuvoloso. Non abbiamo potere sembrerebbe nemmeno sul nostro umore, così condizionabile che sembra un bambino capriccioso. Mi chiedo allora, ma siamo davvero padroni di noi stessi? Potremo mai diventarlo?

Giacomo

Illusione e inganno

Nell’Antropologia filosofica, Kant distingue tra illusione (illusio) e inganno (fraus). C’illudiamo quando accettiamo consapevolmente di sospendere la nostra incredulità e crediamo a quel che non è reale. Illusione è gioco, poesia, teatro, arte. L’illusione non contraddice la verità, perché è consapevole.
Al contrario, c’inganniamo quando, inconsapevolmente, prendiamo per vero quel che vero non è. Inganno è una copia scambiata per l’originale. L’inganno è falso, perché è inconsapevole.
Quindi: illudiamoci, ma non inganniamoci. Illudiamo, ma non inganniamo.

Arianna

Infelicità autogiustificata

“Tutte le persone di cui ho solo sentito la voce o di quelle che ho visto di persona hanno una straordinaria abituale capacità: elaborano precise giustificazioni del loro dolore, profondo o leggero, esistenziale o superficiale. In questo modo permangono nell’angoscia. Incapaci di trovare di meglio del male della vita e soffrendolo, rimangono capaci di autogiustificare la propria condizione: giustificatamente infelici, piuttosto che involontariamente felici.”

“Come comportarsi nei confronti di un mondo tutto sbagliato? Come inserirsi in un sistema eterno, immobile, attonito, torto su se stesso e privo di intelligenza. L’idiozia è colpevolizzare quel poco di sensato che c’è nel mondo, quel briciolo di verità scintillante che è tutto nella vita. Un senso, una dignità. Troppo facile vivere bene, troppo facile è amare il prossimo, riconoscergli un valore. Bisogna uccidere e uccidere. A detta di tutti è un male inevitabile: uccidi il tuo pensiero, fallo a brandelli, distruggi il tuo corpo, ma stai in silenzio. Solo a brandelli ti è dato vivere.”

“Uno sguardo di una ragazza, due occhi nel traffico per uno sgomento unico. Mi parlavano del suo senso di estraneità nei confronti di un’istituzione ch’essa amava, nonostante tutto. Mi raccontava del fatto che si sentiva inadeguata rispetto ai tempi, al cronometro inflessibile dei tram, delle metropolitane, dei genitori e degli impegni. Non riusciva a darsi pace del fatto di essersi “persa nel frattempo”, di aver “perso del tempo”. Mi chiedo se si possa perdere ciò che non si può possedere. Il giudizio del mondo, mi diceva, la condannava nell’errore. Il passato non si può cancellare e lei aveva “perso due anni”. Ormai neanche Dio ci poteva far nulla e lei sarebbe stata dietro quelli che l’avevano sorpassata. Una ragazza di vent’anni o poco più che aveva “perso due anni”. -E quanti minuti?- Le chiedo io… -Più che abbastanza-. Mi dice lei. Il tempo a nostra disposizione è limitato, non dalla morte, ma dalla nostra infelicità. Non vale la pena di tutto questo, se la vita si riduce al vuoto di un numero qualunque.”

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili