La piega della tristezza

Milano, lunedì mattina, tram 14.
Umanità schiacciata e infastidita dal contatto reciproco, ciascuno pensando allo spazio che vorrebbe prendere, e allo spazio occupato dagli altri.
Tra una fermata e l’altra, un signore calvo con gli occhiali si mette a sbraitare contro il vicino: “Se non ti piace tornatene nel tuo Paese! Caproni! Puzzate come dei caproni, ci mettete il profumo sopra per coprire la puzza… fate schifo!”.

Mentre mi unisco al coro dei “Basta! La smetta!”, cerco il viso dell’uomo a cui sono rivolte quelle parole. Ma vedo soltanto la nuca, il collo, dove una piega, di colpo, profonda: la piega della tristezza.

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Il limite

Il confine è all’ordine del giorno, il confine è sui giornali. Moltissimo della nostra vita si riassume in una continua guerra al diverso, dettata da una xenofobia quasi ancestrale, quasi non-umana per la sua complessità, per il suo radicamento e la sua frequenza in ognuno.

A livello fisico, mentale, emotivo, a livello della personalità, a livello di società quasi tutto l’atteggiamento umano si riassume nella paura del diverso.

Così, con il confine ed il muro, teniamo gli altri lontani e al contempo delimitiamo ciò che siamo davvero. Siamo “di qua” rispetto al “di là”. Siamo belli e non brutti, simpatici e non stronzi, bianchi e non neri, forti e non deboli, israeliani e non palestinesi, umanisti e non scienziati e tutti i contrari e tutti gli opposti. E gli altri stanno fuori. Non sappiamo dove, ma fuori.

Il confine ci delimita, segna la geografia della nostra nazione, ma anche della nostra personalità e della nostra vita. Attraverso la distanza dall’altro prendiamo coscienza di noi stessi. Sono convinto che se arrivassero gli “alieni” saremmo d’improvviso più consapevoli di essere “esseri umani”. Quelli però tardano e noi ci scanniamo.

Più il nostro confine è chiuso vicino al nostro centro, più si manifesta la nostra piccolezza. Il confine rappresenta il limite della nostra mente. Questo oggi mi è chiaro. Per ogni essere umano che teniamo fuori, per ogni emozione, ogni sfaccettatura che guardiamo come altro, per ognuna di queste cose, noi siamo più piccoli, sempre più piccoli.

Sempre più piccoli, più piccoli, più piccoli. Sempre più piccoli…

Giulio

Roma

Vi mandano via:
è una questione di spazio. Ma
loro non sanno, loro,
dalle camicie bianche e tese
dalla pelle oliva e negra
dai cuori torba e agnello, loro
non sanno che
lo spazio è più grande
immenso: infinito. Che
lo spazio si piega, si curva, li inghiotte.
Li porterà via, come acqua nell’Autunno
di un cesso, via dalla storia,
i politici del pitone. Li masticherà,
maciullerà, dimenticherà. E sarà sangue,
gioia, un attimo: e poi nessuno saprà più dire
il loro nome.
E noi staremo là sopra, ancora, come
sempre. Ancora sopra a quel
carro: a ridere
e a bere. Con la ruota in mano, e il sole
sotto la suola. Senza rivolgergli
neppure il saluto
Lacio Drom. Noi i loro fasci
li inghiottiremo,
masticando piano.

AlexGonella

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Profumi nuovi

Il mercato del giovedì mattina, cammino tra le bancarelle mentre nell’aria colgo un suono di altri momenti, rumori che mi riportano ad altri luoghi. Mi volto: un commerciante arabo gesticola animatamente, sposta e ricolloca alcuni vestiti. Dal lato clienti due donne grassocce con il capo coperto ridacchiano e si confrontano, valutando la merce. Profumo di…Marrakech. La loro conversazione, i loro modi ed i loro gesti sono perfettamente marocchini, eppure alzo gli occhi e lì in alto se ne sta, il campanile del Duomo. Profumo di una città che cambia, sotto gli occhi di tutti.

Ora di pranzo, mi dirigo alla fermata del bus in piazza Fiera e nella luce del sole verso di me cammina una famiglia. Un uomo panciuto in abiti semplici ed una barba lunga e curata, una donna con il velo che spinge un passeggino, di fianco un altro bimbo che saltella ovunque. Li ascolto…anche loro, squisitamente arabi nelle parole e nei gesti. Poi alzo gli occhi, stanno attraversando l’arcata di pietra a sinistra del Torrione. Profumo di una città che cambia.

Pomeriggio, taglio diritto per piazza Italia ed affianco due signore velate che sghignazzano tra loro, camminano placide, mentre una delle due spinge un ragazzo disabile sulla sedia a rotelle. Lui ha uno sguardo perso e quel tipico copricapo musulmano. Parlano arabo. E’ una passeggiata nel centro cittadino della loro città, una passeggiata nel centro di Trento. Profumo di una città che cambia.

Giulio