Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Chi ha paura dello sfigato?

Oggi non mi sono piaciuta. Per niente.
Chiacchieravo con un collega, ad un certo punto si avvicina un’altra insegnante, che non gode di una buona considerazione sociale all’interno della scuola. Gli altri insegnanti e gli allievi mi hanno fatto capire che è un po’ “strana”, forse non è il suo mestiere, oppure sta attraversando un periodo di sofferenza, non so, ma si vede che non sta bene. Non è una brava insegnante, a quanto sembra. Inoltre, non è una bella donna (secondo i canoni dominanti) e poi è impacciata, vestita con abiti che sanno di vecchio, tristi. Insomma, interpreta il ruolo della “sfigata”.
Ora: come mi sono comportata io nei suoi confronti?
L’ho ignorata. Ho continuato a parlare come se lei non ci fosse, non ho cercato di coinvolgerla nella conversazione fino al momento in cui lei ha attirato a sé l’attenzione in maniera esplicita, rivolgendosi direttamente al collega, per parlare della classe in cui entrambi insegnano.
Domanda scomoda: mi sarei comportata diversamente con una persona non etichettata come “sfigata”?
Risposta ancora più scomoda: sì.
Domanda difficile: perché?
Risposta possibile: perché ho paura di trovarmi nella sua condizione e perché voglio essere considerata positivamente all’interno della scuola e in qualche modo devo aver pensato che parlare con lei non sarebbe stato interessante o, peggio, che avrebbe reso anche me un po’ “sfigata” (non è detto che io non lo sia, del resto).
Conclusione: c’è molto lavoro da fare…

Arianna