Le trafic est interrompu

“Le trafic est interrompu sur la ligne 5, dans les deux sens”.

A Parigi capitava spesso. Ieri, invece, a Milano, ci hanno comunicato che non si poteva accedere alla metro perché c’era stato un suicidio. Non “traffico interrotto” bensì “suicidio”: una persona ha detto ad altre persone che una terza persona si era suicidata.
“Ma quindi adesso come facciamo? Per quanto tempo è bloccata la verde?”
“Nooo! Vabbè, ma non è possibile! Bloccata fino a quando?”
“Ma pensa te che sfiga… proprio oggi che ero già in ritardo…”
“Sì, ma non ci pensano ai disagi che creano? Se proprio si devono suicidare, non possono farlo nel weekend?”.

06. semaforiMi sono fermata, a piangere, per la disperazione di questa persona che non conosco e per la fretta di arrivare ai nostri insignificanti luoghi di lavoro, così la metropoli gira gira, e non pensa.
Ho fatto tardi, ovviamente.

Foto: Mosca 2012

Annunci

L’illusione di vivere il massimo

L’illusione di vivere una vita felice, di avere la felicità a portata di mano, di poterla conquistare comodamente, con un’auto nuova, una settimana al mare, una cena al ristorante o tuttalpiù con un paio di cocktails.

L’illusione che tutto vada bene, o che tutto vada male, l’illusione di vivere il meglio o di vivere il peggio, che la vita è fatta di alti e bassi dove gli alti sono altissimi e i bassi bassissimi. L’illusione di vivere una vita smussata, con gli alti e i bassi della stessa misura, uguali, quasi che non si distinguono. L’illusione dell’indifferenza, della routine, della noia, del sempre uguale, del sole che sorge sempre a est, che due palle.

L’illusione di aver agguantato una felicità intensa, duratura, solo perché abbiamo fatto l’amore con passione, l’illusione che basta un po’ di fisicità, di erotismo, di orgasmico orgasmo per potersi dire felici e risolvere con una serata di sudore tutti quei problemi di coppia che sono nati dai nostri egoismi, dalle nostre mancanze. E per fortuna che riusciamo almeno in questo modo a riavvicinarci, perché tanti si lasciano per questo, perché si scoprono dopo anni troppo distanti  seppur dormendo nello stesso letto.

Così facciamo l’amore e godiamo di quella felicità intensissima come fosse eterna. Il mattino dopo ci alziamo però come prima, di nuovo paurosi, incerti, e persa quella sensualità ritorna la vita e con essa le sue preoccupazioni. Così eccoci di nuovo a camminare sul bordo di un dirupo, di quella giornata che potrebbe, che forse non è, ma che verrà, che comincia male e finisce peggio, che distrugge le nostre certezze dalla prima all’ultima lasciandosi dietro solo frustrazione.

L’illusione di vivere il meglio che la vita può offrire, altalenando però di continuo, senza sosta, senza poter decidere di restare su, senza poter decidere di non scendere giù. E a chi piacciono i bassi poi? Li potessimo eliminare!! Una bella spianata dei bassi verso l’alto, questo ci vorrebbe, o un paio d’ali per vivere sempre tra i sogni, dove la felicità è sempre al massimo. Frustrati dall’impotenza di non poter cambiare, di non poterci fare nulla, ci accontentiamo di come vanno le cose, forse manco ci accorgiamo che c’è qualcosa che non torna.

Vogliamo una vita al massimo, sempre al massimo, basta minimi, basta soffrire. Eppure non abbiamo potere di scegliere, non abbiamo potere di decidere, sicuramente non sulla vita, sugli eventi, sul fatto che sia sereno o nuvoloso. Non abbiamo potere sembrerebbe nemmeno sul nostro umore, così condizionabile che sembra un bambino capriccioso. Mi chiedo allora, ma siamo davvero padroni di noi stessi? Potremo mai diventarlo?

Giacomo

In fondo

Non fa una grande differenza. I palazzi stanno al solito posto, dritti come di consueto, e pure gli alberi (quei pochi) son gli stessi di sempre. Fiori non se ne vedono – è vero – ma neanche prima, in fondo.
Il traffico del centro sembra, in fondo, lo stesso, e ai lampioni identica pesa la fatica dei giorni, da sudare fino a sera. L’asfalto non piange quei piedi che han smesso di corrergli dietro, né i semafori conoscono la nostalgia dei passaggi andati.
Le maniglie non lamentano la perdita delle dita, che le stringevano con dolcezza, o rabbia. Cosucce – queste ultime – di cui, in fondo, nemmeno s’accorgevano. Alle sedie non manca il calore d’un tempo, né i letti si disperano per il vuoto troppo leggero, d’un corpo che non torna.
Soltanto una minoranza tra gli esistenti si affligge per le cose passate ad altro stato (se migliore o peggiore, in fondo, non fa differenza). Ma quei pochi farebbero bene a imitare i molti: la maggioranza vince e, in fondo, con ragione.

Arianna

Otto anni dopo

ParisSono tornata, hai visto? Eh, te l’avevo promesso! C’ho messo un po’ – è vero – ma cosa importa? Otto anni, in fondo, non sono neanche tanti. Siamo cambiate entrambe però: otto anni, in fondo, non sono neanche pochi.  
Ma fa differenza per te, una persona in più, in meno, soffri le perdite, le conquiste? Ti accorgi di me?
E, dimmi, ti sei mai chiesta perché tutti corrono, quando sono giù, nei tunnel del metrò? No, non è soltanto perché hanno fretta. Perché tutti corrono di più, quando sono là sotto? Perché vogliono scappare dai tuoi corridoi: brutti, sporchi, puzzolenti. Lo sai, questo? Sì, sei bella, certo, ma non sempre, non dovunque. E ci pensi mai agli autisti del metrò, tutto il giorno al buio, tra le ombre della Ville Lumière?

Io, oggi, c’ho pensato. 

Arianna 

Ingenuo, sfigato.

-Ingenuo-
Chiamatemi pure così,
non m’importa.
-Sfigato-
Me ne frego.
-Sei sfigato-
Lo sarei davvero
se fossi come voi
Non voglio
le catene
che usate per adornarvi,
tenetevele.
Voglio il mondo
e la libertà
e non mi bagnerei la bocca
con quest’acqua parola
se non l’avessi assaggiata.
Essere spontaneo
senza freni
toglierli
strapparli
uno ad uno
come le sbarre di una gabbia
è dura
lo so
essere liberi
dai nostri preconcetti zavorra
più facile parlarne
senza saperne il gusto.
Il cuore mi si alza così
piuma
nell’aria
non è piombo né ruggine
oggi volo
tra le sberle e le carezze
l’ho scelto
vivete voi l’indifferenza
il fango d’inibizione
e l’aria stantia
di chi si reprime lo slancio.

Giacomo

Roma

Vi mandano via:
è una questione di spazio. Ma
loro non sanno, loro,
dalle camicie bianche e tese
dalla pelle oliva e negra
dai cuori torba e agnello, loro
non sanno che
lo spazio è più grande
immenso: infinito. Che
lo spazio si piega, si curva, li inghiotte.
Li porterà via, come acqua nell’Autunno
di un cesso, via dalla storia,
i politici del pitone. Li masticherà,
maciullerà, dimenticherà. E sarà sangue,
gioia, un attimo: e poi nessuno saprà più dire
il loro nome.
E noi staremo là sopra, ancora, come
sempre. Ancora sopra a quel
carro: a ridere
e a bere. Con la ruota in mano, e il sole
sotto la suola. Senza rivolgergli
neppure il saluto
Lacio Drom. Noi i loro fasci
li inghiottiremo,
masticando piano.

AlexGonella