Insospettabili felicità

Osservo il mio coinquilino, studente di ingegneria di 21 anni, e mi rattristo.
Partenza al mattino alle otto precise, sessanta minuti di metro nell’ora di punta (quindi gomitate, caldo afoso anche d’inverno, lamentele continue e sbuffi), dieci minuti a piedi in una zona industriale alla periferia di Parigi, lavoro al computer per otto-dieci ore, dieci minuti a piedi nella stessa zona industriale alla periferia di Parigi, sessanta minuti di metro (sempre nell’ora di punta), una cena frugale a base di scatolette e schifezze surgelate, poi di nuovo davanti al computer, giochi di ruolo in 3D, sfide con nemici virtuali fino a mezzanotte, poi a dormire.
“Come va?”, gli chiedo quando lo incrocio in cucina.
“Benissimo!”, risponde lui raggiante.
“Davvero?”
“Ma certo, sto benissimo! E tu?”

Insomma, il mio coinquilino si reputa felice.
Chi l’avrebbe mai detto.

Arianna

L’amour du travail bien fait

Le chercheur professionnel, publiant et reconnu, a refusé de lire le révélateur article Preuve définitive que le malheur des chercheurs augmente avec la spécialisation parce qu’il ne relevait pas de son domaine.
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Il ricercatore professionista, che pubblica ed èapprezzato, si è rifiutato di leggere l’illuminante articolo Prova definitiva che l’infelicità dei ricercatori aumenta con la specializzazione perché non rientrava nel suo ambito.
M.
Foto: Nadia Lambiase

Infelicità autogiustificata

“Tutte le persone di cui ho solo sentito la voce o di quelle che ho visto di persona hanno una straordinaria abituale capacità: elaborano precise giustificazioni del loro dolore, profondo o leggero, esistenziale o superficiale. In questo modo permangono nell’angoscia. Incapaci di trovare di meglio del male della vita e soffrendolo, rimangono capaci di autogiustificare la propria condizione: giustificatamente infelici, piuttosto che involontariamente felici.”

“Come comportarsi nei confronti di un mondo tutto sbagliato? Come inserirsi in un sistema eterno, immobile, attonito, torto su se stesso e privo di intelligenza. L’idiozia è colpevolizzare quel poco di sensato che c’è nel mondo, quel briciolo di verità scintillante che è tutto nella vita. Un senso, una dignità. Troppo facile vivere bene, troppo facile è amare il prossimo, riconoscergli un valore. Bisogna uccidere e uccidere. A detta di tutti è un male inevitabile: uccidi il tuo pensiero, fallo a brandelli, distruggi il tuo corpo, ma stai in silenzio. Solo a brandelli ti è dato vivere.”

“Uno sguardo di una ragazza, due occhi nel traffico per uno sgomento unico. Mi parlavano del suo senso di estraneità nei confronti di un’istituzione ch’essa amava, nonostante tutto. Mi raccontava del fatto che si sentiva inadeguata rispetto ai tempi, al cronometro inflessibile dei tram, delle metropolitane, dei genitori e degli impegni. Non riusciva a darsi pace del fatto di essersi “persa nel frattempo”, di aver “perso del tempo”. Mi chiedo se si possa perdere ciò che non si può possedere. Il giudizio del mondo, mi diceva, la condannava nell’errore. Il passato non si può cancellare e lei aveva “perso due anni”. Ormai neanche Dio ci poteva far nulla e lei sarebbe stata dietro quelli che l’avevano sorpassata. Una ragazza di vent’anni o poco più che aveva “perso due anni”. -E quanti minuti?- Le chiedo io… -Più che abbastanza-. Mi dice lei. Il tempo a nostra disposizione è limitato, non dalla morte, ma dalla nostra infelicità. Non vale la pena di tutto questo, se la vita si riduce al vuoto di un numero qualunque.”

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili