La grande rabbia e l’amore

La grande rabbia, che ti sbuca dalle mani, come se d’un tratto aprissi le palme e fuori ne sgorgasse la pressione dell’ingiustizia. E’ tutto sbagliato, ovunque. Solo gli esseri umani mantengono una propria umanità, ma a momenti. In altri momenti l’hanno smarrita già, oppure l’hanno semplicemente dimenticata, per un po’. Tutto il resto è sbagliato. La società, la politica, la finanza, la guerra, la disuguaglianza, l’ambiente, l’immigrazione, l’edilizia, la scuola, il lavoro, l’alcol e le droghe, la sessualità, la religione. E’ tutto potentemente distorto, volgarmente contraffatto da far venire il vomito. Poi ci potremmo dire molte cose, autogiustificarci, perdonarci o defilarci nelle responsabilità.

Ma, a me, sbuca la rabbia dalle mani, mi viene da piangere di fronte all’enormità della deviazione che abbiamo intrapreso, come umanità, dal senso dell’esistere su questo pianeta. Se chiudo gli occhi e ripenso ai passati nascosti, a quelli non divulgati, alla bellezza estetica di certe vite lontane…

…l’unico desiderio che prende forma, è quello di ritirarsi, di astenersi. L’unica protesta che mi viene davvero in mente è quella di disertare questa umanità, per amore. Per amore della stessa. Nel frattempo sono ancora qui, a fare. E pur sapendo che anche altri, mi sento solo, ché siamo troppo pochi.

Giulio

Annunci

La Grecia e altre storie

Un amico greco mi racconta che dalla pensione dei suoi genitori (non altissima già di partenza) sono stati detratti 200 euro. 200 euro in meno ogni mese, mentre i prezzi (dal cibo alle medicine) continuano ad aumentare.
“E’ così… ma non si lamentano, perché sanno che in futuro la situazione sarà ancora peggiore”.
“Ma dovete protestare!”
“Beh, sai, i miei genitori hanno più di 60 anni ormai, non scendono certo in piazza”.

***

Mi rattrista notare che, nei momenti di crisi, prevale sempre l’egoismo, e la semplificazione. Abbiamo davvero poca fantasia.
Quante volte ho sentito dire: “I greci, gli italiani… fatti loro! Hanno speso troppo! I tedeschi lavorano di più, per questo se la passano meglio”.
Come se le responsabilità (e i guadagni) fossero davvero condivisi. Neppure le perdite lo sono, del resto: le paga solo chi non ha conti in Svizzera.
D’altra parte, il ben-avere europeo non poteva durare a lungo, fondato com’è sulla miseria delle persone tenute fuori dalla fortezza. Tuttavia: perché sempre i (relativamente) ultimi devono rimetterci?

***

Documentario Debtocracy caldamente consigliato: se un debito è immorale (contratto all’insaputa della popolazione, non nel suo interesse ecc.), non bisogna pagarlo. Ecuador docet.

Arianna

A Chiunque

Pubblico con piacere questa poesia, scritta da una persona che non conosco, che mi è giunta accompagnata da queste parole: “mi ha colpito la determinazione ed il critico disincanto di una giovane donna appena ventenne che, sulla sua pelle, ha già sperimentato la violenza del potere:. due settimane di carcere, ed ora in domiciliazione obbligatoria, per la sola ragione di non aver rinunciato alla propria dignità ed al diritto di resistere (al tav). Insomma, mi piace la forza che riesce a conservare ed esprimere, nonostante tutto, uno stimolo per ciascuno di noi”.

Ecco la poesia:

e io?
mi ritrovo nella normalità dell’essere ventenne, sperimentando la vita.
né anarchica, né pacifista.
solo pacificamente alla ricerca di me stessa.
molto preoccupata per i miei sogni.
molto infastidita da questo gelido e assurdo progresso.
molto indignata ad osservare i giochi politici.
ancora illusa dell’esistenza di giustizia.
nata a Rovereto, però cresciuta in canavese,in un paesino di 1200 anime in una realtà rurale e leggermente bigotta come l’ambiente del liceo della zona che ho frequentato.
riesco a riconoscere gli alberi, ma non i modelli d’auto. in quarta superiore vinco una borsa di studio e parto per l’india per un anno. semplicemente per curiosità ed entusiasmo per la scoperta di qualcosa di nuovo di diverso.
dopo il liceo riparto con uno zaino, viaggio per spagna e francia, poi decido di tornare e stabilirmi a torino.
lavoro, vivo, esploro nella città. mi creo la mia indipendenza.
intanto sogno di essere ostetrica.
i sogni non piacciono, non oltrepasso il numero chiuso.
ora farò agraria:foreste e boschi.
e intanto mi guardo attorno, vivo, provo ad esprimermi, riconfermo la mia libertà.
metto in atto una goffa e autentica rivolta individuale: non un semplice stare, ma una appassionata ricerca di umanità.
un po’ incosciente, come ogni giovane ha diritto di essere.
un po’ sfortunata, come ogni giovane non dovrebbe essere.
e ora amarezza.
si ricompone il puzzle, si rivedono immaggini…
e non mi sento più umana. ma un oggetto, un mezzo.
eppure non perdo la dignità.
non voglio filosoffeggiare.
non eroina, non martire.
resto.
resto umana.
e voi non lasciatevi intimidire.
non abbiate paura.
se avete qualcosa da dire, ditela. se poi vi tocca dirla urlando, si vede che ne vale la pena.
è tempo di resistere, è tempo di lottare!
grazie per la solidarietà e la vicinanza di chi ci ha scritto o ci ha pensato nel periodo in carcere..
‘a sara dùra
con amore…

Marianna
Fonte: www.notav.info

Primo: socializza

Oggi vorrei esporre qui alcune riflessioni su un tema che mi sta molto a cuore: l’importanza di socializzare la fortuna. Prendetele per quello che sono: considerazioni embrionali, da approfondire e irrobustire. Ma spero che l’idea di fondo passi, perché ritengo sia una questione importante.

Cominciamo dal caso più semplice: la fortuna materiale. Poniamo, ad esempio, che un individuo disponga di un appartamento di sua proprietà. Ora, i casi sono tre: 1. l’ha ereditato 2. ha ereditato la somma necessaria per acquistarlo 3. ha aperto un mutuo. Ciascuno di questi casi è determinato almeno in parte da fortuna, che io definirei in questa sede come l’insieme di fattori che producono una condizione favorevole e che non sono ascrivibili al merito individuale. Anche il caso 3. non può considerarsi determinano esclusivamente dai meriti del soggetto in questione perché per aprire un mutuo bisogna fornire garanzie (ad esempio, la tipologia e durata del contratto di lavoro) condizionate anche da una buona dose di fortuna.

Altro caso: poniamo che un individuo svolga una professione che gli piace, che lo fa sentire “realizzato”, il tutto (esageriamo!) con un contratto dignitoso. Bene, anche questa situazione – a mio parere – non è solo ed esclusivamente merito del soggetto, ma anche di condizioni favorevoli che si sono create e che gli hanno permesso di occupare tale posizione. Questo non significa che la persona citata non abbia meriti, ma semplicemente che non deve solo a questi ultimi la propria condizione.

Ancora un esempio: poniamo il caso di un individuo che vive una relazione sentimentale felice e/o si trova circondato da amici cari a cui vuole e che gli vogliono sinceramente bene. Ora, anche qui non ritengo che sia solo ed esclusivamente merito della persona in questione se il suo bisogno di amore, affetto e riconoscimento sociale si trovano appagati. Il soggetto citato deve (non solo ma) anche alla fortuna le competenze sociali e le caratteristiche che contribuiscono a renderlo amabile, probabilmente prodotte in contesti familiari e sociali favorevoli. Incontrare le “persone giuste” così come acquisire intelligenza sociale ed emotiva è (non solo ma) anche questione di fortuna.

Dunque, ammesso e non concesso tutto questo, ovvero che – a mio parere – nessuno è esente dal dover ringraziare la sorte se gode di una condizione favorevole sotto qualunque punto di vista: che si fa? E proprio qui sta il punto. Data la disuguaglianza di opportunità fortunate che sempre esisterà e ammettendo che si tratta una disuguaglianza a volte evitabile o almeno riducibile, chi dispone di un bene (materiale o immateriale) ha l’obbligo morale di socializzarlo. Nessuno è colpevole se nasce in una famiglia ricca, ma se questa persona non fa niente – nel corso della sua vita – per limitare almeno un poco questa ingiustizia, finisce per rendersi corresponsabile del persistere della disuguaglianza. Naturalmente l’ideale sarebbe che lo Stato contribuisse ad appianare le disuguaglianze in termini materiali e di opportunità (lavorative, formative, affettive) attraverso una tassazione progessiva e l’utilizzo dei proventi delle tasse per servizi alla collettività (come nelle democrazie scandinave, per intenderci). Ma mi sembra necessario anche un percorso di educazione e auto-educazione all’importanza della socializzazione di ciò che la “buona sorte” ci regala, per completare l’azione dello Stato o sostituirla dove essa è carente.

Abituiamoci a pensare che non abbiamo il diritto di appropriarci di tutto ciò che ci appartiene. Se posso prendere 100, non è detto che io ne abbia il diritto. Magari ho diritto di prenderne 80 e il resto lo devo “restituire” al collettivo, in qualche modo, ad esempio finanziando enti o associazioni che limitano gli effetti negativi dell’attuale sistema economico-sociale sempre più “esclusivo” nel senso di “generatore di esclusi”. Oppure si dà il caso che io possa prendere 20 e magari ho diritto di prendere 50. Allora è facendo appello alla giustizia (non alla bontà) che chiederò a chi ha “troppo” di socializzare con me quel bene, che si trova lì concentrato, non equamente distribuito.

Mi sembra necessario cominciare ad educarci ad una visione più ampia rispetto a quella individuale o famigliare, in cui il centro non sia il mio “ego” né tantomeno i miei figli, ma qualcosa di più vasto, capace di comprendere anche i figli di chi ha perso il lavoro e non sa come mantenerli. L’obiettivo della mia vita non può ridursi “solo” nel soddisfare i miei bisogni materiali ed emotivi. Tutto questo va bene. Ma non basta: voglio chiedermi quotidianamente come posso socializzare ciò che ho e come posso contribuire a ridurre almeno un poco le disuguaglianze e i danni che contribuisco a creare o riprodurre prendendo parte all’attuale sistema economico-sociale. Non tutti devono né possono svolgere una professione “di utilità sociale” e quindi dedicare la maggior parte del proprio tempo e risorse al “bene comune”, ma tutti si devono porre il problema di contribuirvi, in qualche modo. Se lavoro in una multinazionale che sfrutta il lavoro minorile perché – poniamo – “non avevo scelta”, come minimo (ed è davvero il minimo!) devo utilizzare parte del mio stipendio e/o del mio tempo libero per limitare i danni che contribuisco a produrre durante le mie ore lavorative.

Insomma, il punto è: ti va bene qualcosa? Ti ritieni “fortunato” sotto qualche aspetto? Potresti partecipare maggiormente al bene della collettività, definito come la migliore condizione possibile per il maggior numero di individui possibile? Molto bene: allora hai la responsabilità di farti venire qualche idea creativa che permetta di allargare al massimo gli effetti positivi della tua condizione e/o di ridurre al minimo quelli negativi. Ho l’impressione che, se continuiamo a vivere “ciascuno per sé”, il nostro stare su questo pianeta si risolverà in una guerra tra avvoltoi (con tutto rispetto per gli avvoltoi).

Arianna