Una proposta che non si può rifiutare

Nell’improvvisazione teatrale vige una regola: non si possono rifiutare le proposte. Ciascun personaggio ha un obiettivo ma, per raggiungerlo, deve accettare le situazioni suggerite dagli altri attori. Ad esempio, se qualcuno esclama: “Piove!”, non si può ribattere: “Ma no, guarda che ti sbagli: c’è il sole!”. Piove. Punto. Si parte da lì.
L’evolversi della scena non dipende da un solo personaggio, e nessuno può eliminare i cambiamenti alla situazione condivisa prodotti dalle azioni altrui. Ciascuno può fare la sua parte (e tentare di raggiungere il suo obiettivo) dopo aver accettato le proposte degli altri attori. Inutile sprecare energie sforzandosi di negare che piova, o lamentandosi di quanto sarebbe bello se ci fosse il sole. Piove: su questo, non c’è niente da fare. Soltanto dopo aver accettato la proposta, si potrà cercare riparo sotto un portico, oppure starsene lì, a prender la pioggia.

Arianna

Credo in un solo io

Io credo nei ruoli.

Il concetto di ruolo è sempre stato associato a quello di aspettativa, ossia il ruolo è l’insieme delle aspettative che gli altri hanno su quello che noi faremo una volta che avremo assunto il ruolo. Questo implica che ci siano dei ruoli predefiniti pronti per essere usati: il capo, la vittima, la segretaria, il tirocinante, lo studente-fuori-sede e via dicendo. Sì, questi ruoli esistono, ma sono sedimenti di un’interazione, e come tali, sono modificabili, destrutturabili.

Io credo nei ruoli aperti.

Un ruolo è aperto quando le aspettative che lo creano sono disattendibili. Il rafforzamento delle aspettative è qualcosa che ha a che vedere con l’interazione puntuale fra due ruoli, l’interazione istantanea o di breve periodo. La variabile tempo è sempre quella che la fa un po’ da randagio nelle spiegazioni di concetti sociologici, a volte la si trova a volte non la si considera, o la si considera solo quando serve a uscire da un vicolo cieco. Questo perché siamo abituati a pensare che la sedimentazione sia un prodotto, e non un processo. Questo per dire che i ruoli si possono abbandonare, o modificare, solo dopo un’interazione di medio o lungo periodo, non in un istante.

Io credo nei ruoli come processo.

Ciascuno si crea il ruolo e soprattutto si crea il modo di attendere alle aspettative che ha sul proprio comportamento di ruolo. Tutti i giorni ciascuno di noi pone in atto una personale politica della vita, che altro non è che gestire, secondo il proprio schema di interpretazione della realtà, il rapporto con ciò che è Altro. Ciascuno di noi è un Me, ossia l’immagine che io ho di me stesso intersecata con l’immagine che io so che gli altri hanno di me, e questo ha inevitabilmente a che fare con il ruolo che io decido di interpretare nel palcoscenico della vita. Nel comizio della vita. Nella campagna elettorale della vita.

Perché chiunque, in fondo, desidera essere scelto.

[Credits: Herbert Mead, Irving Goffman]

Gianmarco

No, gracias – note sul rituale dell’interazione in Ispagna

Noi siamo abituati a rifiutare un’offerta con la formula no, grazie, e a vedere l’altro incassare questo colpo con la tranquillità che è propria di questa situazione. Qui, invece, dire no, gracias equivale a offendere l’interca cultura iberica. Tutti noi pensavamo che questi spagnoli fossero più diretti, meno formali, più spontanei e giocherelloni. Invece, il rituale dell’interazione in Barcellona è assai complicato. Ad esempio, se io chiedo a qualcuno «Andiamo a prendere un caffé?» a Milano risponderei con un semplice «No(, grazie)».Qui invece si ha a che fare con un delirio giustificatorio. Non si può rispondere semplicemente no, si deve dire sempre «No, es que…».  Ossia: no, è che… devo andare, ho da fare, ne ho già bevuti tre, mia madre è malata e sarebbe una cattiveria bere caffè mentre lei non può… e via dicendo. Ma non finisce qui. Quando qualcuno ti offre qualcosa, se rispondi subito sì, sei un morto di fame (ricordiamo sempre di non dire mai gracias). Di norma, l’interazione avviene in questo modo

«¿Quieres tomar algo?» – Prendi qualcosa (con me)?
«No, es que tengo que volver a casa» – No, è che devo tornare a casa
«¡Va! Tomate algo (conmigo)» – Dai, su, prenditi qualcosa
«No, de verdad, es que ya he tomado un café antes» – No, davvero, è che ho già bevuto un caffé prima
«Venga, tomamos una caña, ¿no?» – Beh, prendiamoci una birretta allora, no?
«Vale!» – Ok

Ancora peggio la situazione di congedarsi. Seduti ad un tavolo con della gente conosciuta da poco, se si dice Me voy (Me ne vado), poi non te ne vai prima di 10 minuti. O meglio, resti e poi dopo dieci minuti (tipo le ultime sigarette, l’ultima birretta…) ripeti Venga, voy (suona come: Ora proprio me ne vado), e solo allora puoi pensare che nel giro di 5 minuti ti puoi alzare dalla sedia e fuggire.

Tutto per dire, pazzi questi iberici. Divertentissimi. Adorabili. A me tutto questo piace un sacco.

dal vostro corrispondente a Barcelona
Gianmarco