Perché ci ignoriamo?

Una donna si lamenta delle sue colleghe: “Non ne sanno niente, loro, di che cosa significa avere figlio e marito lontani… le ferie non le uso mica per andare al mare, io! Lo potrò vedere almeno una volta all’anno mio figlio? Sembra di chiedere la Luna! Non hanno proprio idea di quello che vuol dire…”

Una famiglia di etnia sinti riesce a uscire dal campo nomadi dove stava, grazie a un prestito acquista un appartamento. I vicini si lamentano, non vogliono che venga ad abitare accanto a loro. La famiglia continua a pagare le rate del prestito, le paga tutte, poi il terremoto, crolla la palazzina. Il padre, ormai anziano, si sente male, è ricoverato d’urgenza. Un signore sul tram borbotta: “I Rom non vogliono integrarsi”.

Otto educatrici si licenziano dalle cooperative in cui lavoravano, ne fondano una nuova, inaugurano la sede, organizzano laboratori per bambini e adolescenti. Adesso però non sanno se qualcuno parteciperà ai loro campi estivi: nel Comune in cui vivono i bambini dormono in tenda con i genitori.
A qualche chilometro di distanza, invece, si parla di vacanze. Pochi Stati del mondo (tra quelli non in guerra, ovviamente) mancano all’appello, quindi la scelta è presto fatta: si visiterà quel poco che ancora non si è visitato. Facendo attenzione a passare solo per i circuiti turistici.

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Non potremo mai sapere esattamente “l’effetto che fa” trovarsi in prima persona in una situazione in cui non ci troviamo. Però perché ci interessiamo così poco ai vissuti altrui? Cosa ci spinge a ignorarci a vicenda?
Ipotesi: la felicità altrui può provocare invidia (e noi non vogliamo provare invidia); la sofferenza, invece, può provocare un sentimento sordo d’impotenza, o di colpa oppure di paura (e noi non vogliamo rovinarci il godimento della nostra più fortunata condizione con questo tipo di sentimenti). Più in generale, il tentativo di comprendere i vissuti degli altri potrebbe trasformarci (e noi vogliamo restare tali quali siamo).

Arianna