La trave nell’occhio

Una giovane argentina, che vive e studia a Parigi, afferma che gli stranieri “invadono” il suo Paese, perché l’istruzione è gratuita a differenza di quella degli altri Stati latinoamericani.

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Un ragazzo che ha trovato lavoro nell’azienda famigliare subito dopo il diploma, con un ottimo contratto e salario conseguente, afferma che i disoccupati dovrebbero semplicemente “darsi da fare”. E’ una questione di meritocrazia, del resto.

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Due studenti iscritti al Politecnico di Torino sono stati sfrattati dalla residenza universitaria in cui abitavano, in seguito ai tagli alle borse di studio. Forse è tempo che noi tutti che ci riempiamo la bocca di parole come solidarietà e lotta alle disuguaglianze sociali ci sporchiamo le mani, è venuto il tempo di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per cominciare.

Arianna

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Perverso giusto (VM 18)

Parliamone. Uno mi chiede: «Hai mai praticato pissing?». Beh, è successo, in una certa atmosfera, dato un certo feeling, la sintonia, è successo che, colti da stimoli vescicali nella doccia, ne approfittammo per sperimentare. Si era d’accordo entrambi nello stesso momento su quella cosa. Successe. Non mi dispiacque, perché fu divertente. «Che schifo. Per me è una mancanza di rispetto per l’altro, pisciargli addosso», mi dice. Dipende dalle condizioni in cui avviene, dico io, se in situazione di violenza o di complicità.
Parliamone. «Oggi sono andato in un bagno dell’università e ho trovato due tipi e ci siamo masturbati a vicenda», racconta quello stesso di cui sopra. Due sconosciuti in un bagno pubblico.
Si chiama relativismo e noi ce lo teniamo stretto.

Gianmarco

Dentro la fortezza

Sei fuori.
Sull’altra sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: la fortezza.
Arrivano luci, risate, musica.

Non sei solo.
Tanti come te si accalcano per guardare dall’altra parte, puzzano di umanità frustrata, repressa, malata. Allungano occhi, narici, orecchie, bramano le briciole, gli echi di quella festa.
I più disperati tentano di attraversare il fossato, ci provano a nuoto, si lanciano in salti improbabili, azzardano un volo.
Li osservi fallire, ma non ti commuovi.
Sapevano benissimo a cosa andavano incontro.

Poi, il miracolo.
Dalla fortezza calano un ponte, proprio davanti a te.
“Sali!”
“Ma… io?”
“Sbrigati, c’è posto per una persona soltanto”.
Non capisci perché abbiano scelto te, non sei diverso dagli altri, forse semplicemente ti sei trovato al posto giusto nel momento giusto ma non c’è tempo per pensare, devi agire. Adesso.
E tu non sei stupido: scegli la salvezza.

Sei dentro.
Su quella sponda.
Volgi lo sguardo oltre il fossato: fuori.
Arrivano buio, pianti, fetore.

L’umanità che conosci è lontana, ma non abbastanza.
Il vento ti porta i suoi lamenti.
“Lascia perdere quei poveri disgraziati! Tanto cosa ci vuoi fare… il mondo va così”
“Del resto, anche loro… cosa pretendono? Non possiamo accoglierli tutti!”.
Finalmente capisci: c’è posto per pochi, e c’è posto per te.

Sorridi.
Ce l’hai fatta.

Arianna

Prèfiche

Recentemente ascoltato un brano dei Manic Street Preachers. Dice: If you tolerate this, then your children will be next. Se tolleri qualcosa, i tuoi bambini saranno i prossimi a subirla.
La tolleranza è un concetto negativo e un comportamento acritico di rinuncia alla riflessione. La tolleranza è «finché se ne stanno a casa loro, a fare certe cose». È «Io non sono razzista, ma li ammazzerei tutti», «non sono contro questi stranieri, ma finché non rubano». È «a me non danno fastidio i gay, ma se si baciano per strada sì».
La tolleranza è ipocrisia. È appoggiare una campagna antiomofobia, partecipare a una manifestazione.
Per i figli degli altri. E poi essere omofobi in casa.
Tolleranza è rassegnarsi, l’etimo tal si ritrova in Tàntalo, il paziente. Punito dagli déi, egli non poteva né cibarsi né abbeverarsi: ogni qualvolta ne sentisse il desiderio, il lago si prosciugava e i frutti scomparivano, volando nel vento o ritraendosi. Per non parlare del supplizio del macigno, con conseguente stato di terrore perenne. In altre versioni, egli doveva sorreggere un intero monte.
La tolleranza è la sopportazione paziente di un peso, sotto quel peso che accettiamo. Senza la volontà di comprenderlo.

Gianmarco