Irma Cristallo

Terra d’autunno, landa,
vento che spazza e foglie
secche, accartocciate
nell’aria e nel fango.

Esile, nuda, spaurita,
che saresti della primavera
che scherzo ti fu:
che ora oggi sei qui in fasce
e già il tempo ti miete.

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Era in quel castello
nel giardino, all’ombra del frassino
che la vecchia non capiva
ti guardava attraverso, oltre,
e voleva che tu stessi bene
per lei, per non sembrar più madre
di chi è triste e scontento!

Il tuo dolore, la tua voglia
di scappare da lei, da quella casa
che ti uccideva la vita
che te la rubava prima che fosse tua.

Così vedendoti ventenne
sofferente
al tavolo delle feste,
altro non le venne
che sistemarti il tovagliolo al petto
sulla tavola imbandita
davanti ai parenti
e cominciare a imboccarti
come si fa con i lattanti.

Tu socchiudesti gli occhi
lacrimando,
con i pugni serrati
fremesti la voglia di sputarle addosso
e rovesciarle sul vestito la minestra
invece frustrata apristi la bocca
e accettasti il boccone tremante
di vergogna e disprezzo.

Era la mia nausea
che più non contenni
che mi alzai e ti portai via
che la spinsi e la feci cadere
o che volli farlo e non feci
io non ricordo più,
mi dispiace, di quella scena
se non quella donna malvagia
che ancor oggi, vite or sono,
ancor tremo e rabbrividisco.

Giacomo