A ciascuno il suo (dolore)

Il dolore scava muri profondi, che assomigliano ai muri alti, ma sono alti al contrario. Ritaglia porzioni di mondo rassicuranti, perché abitate da una persona soltanto, al limite accompagnata da un pesce rosso (muto) e da una pianta grassa (capace di sopravvivere – com’è noto – senz’acqua e senza cure).

Il dolore si frammenta, come le facce d’un prisma che riflettono ciascuna la sua parte di luce, e la sua parte soltanto. Può derivare da eventi condivisi, ma poi si trasforma in un vissuto personale, che separa e divide: nessuno può capirti, nessuno. E tu, del resto, non puoi capire gli altri. Siete tanti, ciascuno solo.

Il dolore tira fuori il peggio, incattivisce, e riesce a convincerti che sei scusato di tutto: “con quello che ho vissuto io…”. Ed è forse questa la lotta: resistere al richiamo del dolore, il tuo, che s’impone come più profondo, più grande, l’unico “vero”. E’ un richiamo che vuole toglierti la voglia di sbirciare oltre i muri, di là. Per scoprire che ogni tanto succede qualcosa dall’altra parte.

Arianna