Perché sono tornata

Per caso, e per amore, è capitato, qui gli affetti, gli amici più cari.
Per rabbia, nei confronti dell’Italia che va come sappiamo, e io lontana, non ci provavo nemmeno, a cambiare le cose (qualcosa), provavo solo a scappare, solo per me.
DSC_0058_2Per rabbia nei confronti degli italiani che vanno all’estero e poi si vantano di com’è tutto più bello, più facile, più meglio, e disprezzano chi resta, perché evidentemente meno brillante, intelligente, capace, perché – dicono – “se vuoi, puoi, partire, invece che stare, a lamentarti”.
Per rabbia nei confronti degli italiani che vogliono star bene, e se ne fregano di chi rimane, di chi – magari nel piccolo, magari a fatica – ci prova, anche per gli altri.
Per rabbia nei confronti degli italiani che si vergognano di fronte agli svizzeri, ai francesi, ai tedeschi, e quando ti presentano pare quasi una scusa: “Sì, beh… è italiana anche lei”.

A volte me lo chiedo, se ho fatto bene.
Certo sarebbe meno dura, se anche chi va, e non torna, chiedesse: “Cosa posso fare?”.
Perché qualcosa, anche da lontano, volendo, si può.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

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Voglio restare

Non credevo di desiderarlo così tanto, eppure vorrei proprio restare qui, in Italia.
Ho sempre sostenuto “a Torino o all’estero”: se non potevo stare nella mia città, tanto valeva andarmene in un Paese “migliore” (più ricco, più equo, più comprensivo e comprensibile).
E invece no.

IMG_3343Perché anche in altre città, in Italia, mi sento e mi sono sentita a casa.
Perché, pur non abitando dove son nata e cresciuta, resto comunque vicina, a distanza di treno, e posso decidere all’ultimo minuto, di prendere e tornare.
Perché anche se gli amici di sempre non posso vederli per una birra in settimana, mi sento più facilmente vicina, in sintonia, con le persone che incontro, e le nuove amicizie ricordano a volte un poco, a volte un tanto le storiche, quelle che “praticamente sorelle”.
Perché parlo italiano e posso sfoggiare tutto il mio repertorio (costruito con dedizione fin dai tempi delle elementari) di battute idiote.
Perché domenica abbiamo fatto le prove di teatro vicino a casa di mia nonna, un posto obiettivamente niente di che, ma per me così pieno di storie, di ricordi… e mi sono commossa.

Perché mi piacerebbe contribuire a cambiare qualcosa in meglio, e voglio provarci a partire da me, da qui.

Spero
(e tanti altri sperano con me: http://www.vogliorestare.it/).

Arianna

Foto: Montone, Umbria 2014

Dittatore

Dittatore4650757042_3b2382ceb6_b
che non muori, non scompari, non invecchi
che permei, più profondo di quanto immaginassi
realtà e immaginario

Quando la fine del tuo impero
del tuo dolore, della tua rabbia
la tua vittoria

Quanti i tuoi figli, i tuoi pensieri
dinastie epiche bibliche
ridicole
funeste

Quando affonderanno per non tornare più?

Irene

Foto: Eva Munter

Italiane a Parigi

Può capitare, un venerdì sera a Parigi, di trovarsi con due amiche, entrambe italiane, entrambe di Torino, a infrangere le norme della buona educazione. Ci si può così trovare, con due amiche torinesi, a parlare in italiano, sebbene allo stesso tavolo siedano francesi, e francofoni in generale.

Può capitare di cominciare a discutere di Italia, di italiani, di noi, di come ci sentiamo, dell’accento che resta e tradisce, dell’accento che resta e ci piace. Delle battute pungenti, del disagio, della rabbia, della nostalgia. Può capitare di cominciare a parlare di tutto questo, e non riuscire a smettere, con gli occhi lucidi, la voce rotta, le mani tra i capelli.

IMG_2304Può capitare che qualcuna confessi di non sopportare i francesi, quando dicono: “Ah venite tutti qui, eh?”; e può capitare che un’altra risponda:
“Beh, però è vero che siamo tantissimi…”; può capitare di parlare della voglia di tornare, della voglia di andare ancora più lontano, della vergogna per l’Italia… perché l’Italia ormai… ma ci rendiamo conto? Può capitare di dire che ce lo meritiamo, perché alla fine Berlusconi l’abbiamo votato noi, beh noi no, però gli altri, insomma qualcuno… qualcuno l’ha votato! Può capitare di rimproversarsi di essere troppo pessimiste, troppo ottimiste, di evocare il ritorno degli anni di piombo, la guerra civile, una rinascita. Può capitare di dire che i migliori se ne vanno, e poi che i migliori restano, i migliori son quelli che stanno lì a resistere, a sopravvivere, tagliandosi 400 euro al mese da uno stipendio già magro, perché in Comune han detto che o così o si licenzia. I migliori son quelli che provano a cambiare le cose nel posto in cui sono cresciuti, perché è il posto che conoscono meglio, e perché vogliono andare a trovare i nonni. I migliori son quelli che non abbandonano la nave che affonda, che si riufitano di lavorare per Mediaset, che fanno volontariato. Può capitare di dire che i migliori non siamo noi, che ce ne siamo andati, e che vorremmo tornare, ma quando torniamo vediamo più cose, e il confronto con l’altrove ormai noto ferisce.

E può anche capitare di dire chissenefrega dell’Italia, dell’Italia in quanto tale. Non siamo né fiere né dispiaciute di essere italiane. Non l’abbiamo scelto. Semplicemente, cerchiamo di fare del nostro meglio, nel luogo in cui viviamo. Certo, molte cose fanno schifo in Italia, e qui la vita è più facile, più equa, più civile. Ma in fondo bisogna tendere a ridurre le disuguaglianze, ovunque ci si trovi. Se si vive in un Paese che se la passa bene, bisogna ingegnarsi per distribuire quella ricchezza anche ad altri luoghi (ricchezza che, del resto, spesso poggia su gigantesche ingiustizie e sullo sfruttamento di altri Stati).

Chi emigra per stare meglio, e ci riesce, e dimentica le sofferenze di chi ancora arranca, è solo un egoista.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013

Scontro di culture: Africa – Europa. Due modi opposti di salutare.

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Che si sa, quando c’è da salutare qualcuno, che gli dai la mano, c’è un sistema per farlo, un modo giusto, che si è imparato nel tempo, che bisogna fare così per diversi motivi, e quindi té gliela stringi la sua mano per dire che sì, tu hai spina dorsale, che sei un tipo deciso e che ci sei, presente, con tutta la tua energia davanti a lui, e perché la mano floscia mezza moscia è un insulto,  che sembra che gli dici che hai schifo di dargliela la tua mano, e quindi non si fa, la mano moscia noi tutti la evitiamo in principio. Poi gli occhi, importantissimi gli occhi! Lo guardi nelle palle dei suoi, per fargli capire che mentre lo senti fisicamente nella mano lo guardi anche negli occhi, che c’è un contatto di anime, che gli vedi dentro e ti fai vedere dentro, senza paura perché non hai nulla da nascondere, e gli dici in questo modo nuovamente che sei presente, davanti a lui, che non sei uno che sta con la testa tra le nuvole e non sa da che parte è girato o che saluta mentre pensa a qualcos’altro.

Beh, in Africa mi è successa una cosa strana. Tutte le persone a cui stringevo la mano non mi guardavano negli occhi e mi facevano la mano moscia. All’inizio mi sembrava un caso, poi vedendo che non era così ho chiesto a uno di loro e così mi ha risposto, che loro non la stringono la mano perché chi la stringe è uno aggressivo, e che è male essere aggressivi, perché vuol dire che si prevaricano le persone e questo non va bene. Bisogna essere dolci con le persone, dolci e andargli incontro, umili. Per questo non guardano nemmeno gli occhi, che è una cosa sbagliata, che è un gesto di sfida, di chi aggredisce e vuole imporsi. Che loro non guardano negli occhi, e che in questo modo onorano chi gli sta di fronte, come per dirgli nella massima umiltà che sono lì per noi, per servire, che sei te il “padrone”, e che loro si offrono a te, basta che li chiami e vengono a darti una mano. E’ il loro modo per darti il benvenuto, per farti sentire bene e a casa, e per farsi sentire vicini, per metterti a tuo agio e dirti che di loro ti puoi fidare, che non ti faranno mai del male.

Beh, oggi davanti al supermercato ho salutato il ragazzo senegalese che sta alla porta, con le sue cinture e i suoi ombrelli. Gli ho dato la mano e lui mi ha fatto la mano moscia e non mi ha guardato negli occhi. Beh, mi sono sentito onorato, e gli ho sorriso con tutto il mio cuore.

Giacomo

Vergogna

Ricapitolando… cosa festeggiamo esattamente? Cosa ci rende orgogliosi di essere italiani? Se devo essere onesta mi vengono in mente soprattutto le cose di cui non sono certo orgogliosa, le cose che mi fanno anzi vergognare di appartenere ad un popolo di bigotti e razzisti la cui ignoranza è garantita e tutelata dalle stesse istituzioni.
Accoglienza… Eppure esiste questa parola, per sicurezza l’ho cercata anche nel vocabolario che, fortunatamente, non è ancora stato considerato testo fazioso e in quanto tale bandito.
Accogliere= ricevere, ospitare.Esempio: accogliere con gioia.
Leggo più volte eppure da nessuna parte trovo scritto accogliere= respingere “l’invasione” dei profughi con le armi se necessario. Può essere che la Lega utilizzi un vocabolario differente…chissà.
Di certo il vocabolario non l’ha mai aperto la gente intervistata oggi a Roma, Roma sì la capitale di questo stato grandioso, gente pronta a farsi bella e a spalancare le porte di fronteai pellegrini in arrivo per la Santa Pasqua ma terrorizzata e ostile di fronte alla “pericolosità” di 100 (100…numeri che fan girare la testa a fronte di 60 milioni di persone in Italia) tunisini in cerca di rifugio e ospitalità. Ma d’altra parte la povertà genera ignoranza e il problema di fondo è che il Potere non offre strumenti per combattere l’ignoranza ma si costruisce, ahimè, sul mantenimento della stessa, così da garantire e perpetuare una “guerra tra poveri”.
Mi vergogno di vivere in un Paese che tutela l’ignoranza, innalzandola a stendardo, a messaggio politico, a valore nazionale.
Apri le porte Italia, apri le porte a chi ti può insegnare cosa significhi accogliere, cosa significhi Umanità e solo allora avrai  motivo di festeggiare.
Festeggiare l’ignoranza del tuo popolo ti rende ridicola…per usare un eufemismo…

Marta, disgustata.

Non è che sono povero, ma…

Non è che sono povero, ma l’altro ieri mi si sono strappate le braghe. Peccato, ho pensato. Erano un regalo. Si sono strappate in due punti, erano lise.

Non è che sono povero, ma quando penso alle mie vacanze mi chiedo come ci potrò andare. Quei quattro soldi che guadagno mi bastano giusto giusto per l’affitto e la pappa.

Non è che sono povero, ma se dovessi ammalarmi non so come lo pagherei, l’affitto e il cibo. Non ho malattia e non ho ferie, almeno non pagate.

Non è che sono povero, ma mi chiedo come farei se dovessi sostenere delle spese mediche importanti, qualche visita specialistica privata o altro.

Non è che sono povero, però non è che sono ricco. Le mie povertà e le mie ricchezze sono così diverse da quelle delle generazioni precedenti e degli altri popoli del mondo! Sono ricchissimo d’istruzione, di possibilità di mobilità, di pensieri. Il cibo non mi manca mai, ho sempre la pancia piena. Però la macchina non potrei permettermela mai e poi mai. Il bollo e l’assicurazione. Ma allora sono povero? Se devo curarmi una carie come lo pago il dentista? Come me le compero un paio di braghe nuove? Però posso andare a Barcellona per quattro soldi. Posso telefonare in Australia per ore via internet. Sono ricco? Perché ritagliarsi uno spazio nel mondo del lavoro è così complesso? Perché una casa grande come un buco costa 200.000 euro e un garage (quattro mura!) 50.000?

Quando potrò permettermi un garage tutto mio? Dovrei fare un mutuo di trent’anni per permettermi un garage. Per quattro mura mie. In Africa tutti hanno quattro mura in cui vivere senza pagare, eppure sono poveri. E invece io sono ricco.

Non è che sono povero, ma ogni tanto me lo chiedo: sono povero?

Giulio

Due mondi

Il mondo dei giovani non è il mondo dei giovani: è il mondo del futuro. Il mondo degli adulti, che si ostinano a chiamarsi tali, è il mondo dei vecchi: il mondo del passato. In Italia non c’è più una sola Italia, nemmeno due Italie, nemmeno due Europe. Ci sono due mondi differenti: quello dei giovani e quello dei vecchi. Il mondo del passato guarda al nostro mondo attraverso un cannocchiale, ma le lenti della statistica, degli studi sociali, dei talk show sono lenti distorte, che ne falsano l’immagine.

Come possiamo pretendere di essere capiti? Come possiamo pretendere che il vecchio accolga il nuovo? Non è possibile! Il nuovo prende il posto del vecchio, lo sostituisce e l’unico vera relazione tra questi due mondi avviene grazie a quei giovani e a quei vecchi che cercano sinceramente di stabilire un contatto, un ponte tra i due mondi. Sono pochi.

Per tutti gli altri, per tutti i vecchi che non si sforzano di andare incontro al nuovo, il futuro è già deciso: l’unica traccia che rimarrà di loro sarà la ferita incisa sulla scorza del pianeta, tracciata con un coltello la cui lama è l’effetto serra, la cui emorragia è lo scioglimento dei poli e gli stravolgimenti che verranno. Ma cosa rimarrà dei loro valori? Cosa rimarrà dei loro modelli?

Io che sto dentro al mondo del futuro vedo tra i giovani un enorme oceano di possibilità, di gente che ha voglia di tutto meno che di farsi studiare come topi da laboratorio dagli antichi abitanti di queste terre. Vedo gente che ha voglia di fare, che magari non sa come o cosa, ma ha voglia di fare.

Siamo il mondo del futuro, per la puttana, siamo tutto quello che rimarrà tra quarant’anni. Non c’è nessuna battaglia, perché è una sfida vinta in partenza il cui risultato è dettato dalla legge del tempo, più antica dell’umanità stessa. E siamo noi giovani che dobbiamo averlo chiaro, siamo noi giovani che dobbiamo lavorare ogni giorno per fare, per ricavarci lo spazio, per respirare e modellare l’Italia (ed il mondo?) come preferiamo.

Abbiamo l’unica vera opportunità: il tempo. Dobbiamo solo metterci all’opera.

Giulio

Fotografia di Desirèe Munter

Eclissi

Eclissi di sole parziale a Milano: le nuvole copriranno il sole per tutto il giorno. È il duro mondo, Luna: sono arrivate prima loro.

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Il problema, o la verità (cioè, la verità è il problema) è che la FIAT vuole andarsene dall’Italia. L’orgoglio nazional-industriale non può certo permetterlo. Ma quanto può essere produttivo costringere un’azienda a rimanere dove non ha interesse a rimanere?  Come un figlio capriccioso che vuole andarsene di casa, ma ci resta un po’ per rendere ai genitori la vita difficile, un po’ per comodità. Da un lato la logica imprenditoriale dirotta la produzione verso lidi più ameni, dall’altro il dirottamento ha conseguenze importanti sulla vita di una buona parte della popolazione. Già, un dilemma o un paradosso à la Zenone, o forse soltanto la cancrena di un sistema politico-industriale vicino al collasso.

* * *

Non si trova Yara. I giornalisti dicono che le informazioni a riguardo sono coperte dal massimo riserbo. Ci mancherebbe: come servizio d’informazione, il massimo che dovrebbe essere concesso di dire ai tiggì è: «Scomparsa ragazza in provincia di…  Fatta così così e così, al momento della scomparsa ecc. Gli inquirenti indagano. Nel caso la vediate, chiamate il.» e poi «Continuano le ricerche di Yara. Nessuna novità/Aggiornamenti. Gli inquirenti continuano. Se la vedete chiamate il.» Questa è informazione; tutto il resto è Barbara D’Urso.

* * *

L’eclissi di una sazia e spenta civiltà.
Questo vuoto esploderà. Esploderà.
(Subsonica, La glaciazione, ‘L’Eclissi’, 2007)

Gianmarco