Lavorare gratis (ma anche) no

“Mi ha detto esplicitamente che è disposta a fare lo stage gratis… beh… potremmo pensarci”
“No, abbiamo sempre retribuito gli stage, continuerei a farlo”
“Beh comunque se è disposta a lavorare gratis significa che è davvero motivata… è un punto a favore, no?”

No, significa che non ha coscienza dei suoi diritti né del valore del suo lavoro. Ed eventualmente può significare (punto a sfavore) che non è sensibile al tema delle disuguaglianze tra chi può contare su risorse famigliari e chi, invece, ha bisogno di reddito.

Difendiamoli, quei pochi diritti che ci sono rimasti.
Eccheccazzo.

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5 colloqui di servizio civile

Approssimativamente l’anima

tra questa e l’altra sponda

tuo padre già svanito

sepolto nel Mediterraneo

(il nuovo mare dei cadaveri

la ferita che l’Africa mai ricuce

la violenza che l’Europa mai risana)

quel tuo curricula perfetto

il primo impiego a dieci anni

e l’italiano così incerto

tra i corsi e l’emozione.

 

Ed ora col tuo viso pulito

chiudi gli occhi

seduto nell’involucro metallico

cuore di lamiera

cuore di container

dove in tredici hai vissuto

sofferto, sperato, trovato

l’incommensurabile forza degli occhi

aperti ora

come braci sul mondo

 

ed ancora tua madre

quella che chiami fragilità

per non chiamare pazzia

quelle occhiaie lunghe di troppa

erba

troppo metal

troppa vita che scorre

dalle mani alla chitarra

il fiore degli anni

il fiore della sofferenza

due fiori recisi.

 

La giovinezza del tempo presente

l’insostenibile attesa di un lavoro

teoria smisurata all’università

gli occhiali e le mani sudate

la speranza di un impiego

pagato poco, pagato

però

tu che aduso ai tirocini

lanci gli anni come sassi

in attesa del giusto che non viene.

 

Infine il lavoro nei campi

la sicurezza ostentata

la tua giovane forza dell’est

a raccogliere mele perfette

cosi buone – in verità

cosi ingiuste – in verità

anche tu senza casa

anche i tuoi ventidue anni confusi

nella folla

degli universitari allo sbando

nonostante il cellulare

nonostante la camicia.

Giulio

Il lavoro che piace

Nel discorso ai neolaureati di Standford, Steve Jobs li esorta a fare ciò che amano. A trovare, dunque, o inventare, se ancora non esiste, il lavoro che piace.
Ecco, questa idea che non si debba lavorare solo per lo stipendio è molto diffusa, per lo meno tra i privilegiati che si pongono la domanda del: “Che lavoro mi piacerebbe svolgere? Per cosa mi sento portato?”.
Da un lato, per carità, bellissimo fare un lavoro che piace, visto che il lavoro occupa gran parte del tempo che passiamo da svegli. Dall’altro, però, mi pare che si corra il rischio di scavare solchi sempre più profondi tra chi lavora “per passione” e chi lo fa “per soldi”. E di catalogare le persone, e il loro grado di felicità, anche sulla base della professione che svolgono. Perché, diciamocelo, ci sono alcuni lavori che nessuno (o quasi nessuno) sceglierebbe “per amore”, se avesse la possibilità, appunto, di scegliere.

Tutto ciò per dire che l’altro giorno ho conosciuto una ragazza, e come spesso succede, ci siamo chieste reciprocamente che cosa facciamo nella vita. Lei fa le pulizie nelle case. E io sono rimasta lì, in silenzio per un attimo, perché mi sembrava di non poterle porre la classica domanda: “Ti piace? Ti trovi bene?”. Mi sembrava ovvio che non le piacesse. Poi però gliene ho fatta una simile: “E com’è? Come ti trovi?”. Mi ha raccontato un po’ di cose relative al suo lavoro, ma sembrava tutto sommato abbastanza contenta.
E io mi sono vergognata del mio imbarazzo iniziale.

In ogni caso, credo che la battaglia essenziale sia quella della libertà DAL lavoro (reddito minimo garantito, riduzione dell’orario di lavoro…), perché l’ingiunzione al lavoro che piace mi sembra creare ancora più disuguaglianze e schiavitù, anziché libertà: “visto che ti piace, allora puoi lavorare sempre”, “visto che ti piace, non pretenderai mica che ti paghino pure!”.

Voi che ne pensate?

Arianna

 

 

 

Ho già l’età

Trent’anni. Anno più, anno meno.
Chi si sposa, chi fa un figlio, chi compra casa, chi si realizza professionalmente.
E poi ci sono quelli in attesa: del lavoro, del periodo, dell’incontro, della guarigione.
“Alla mia età si dovrebbe… Ho trent’anni eppure… Gli altri già…”.
E’ difficile non cedere al sentimento di aver fallito, perché una vita “non ancora” sembra indegna, se misurata con il metro del successo sociale. Ma c’è un pensiero più doloroso del “non ancora”, ed è il “per ora”: per ora, sopravvivo. Per ora.

Arianna

Tout le monde travaille

“Ho scelto questa casa di cura perché è vicina al metrò, speassenzaravo che i miei nipoti sarebbero venuti a trovarmi… beh, no! Lavorano! E i miei figli, pure! Tout le monde travaille…”.
Madame E. sarebbe molto più contenta se fossero i suoi nipoti a portarla a spasso. Invece, me ne occupo io.

***

“Quando torni?”, mi chiede mia nonna.
“A Natale”
“Fino a Natale stai lì? Non puoi tornare prima?”
“No, nonna, devo lavorare, ho delle cose da fare qui…”
“E cosa fai oggi pomeriggio?”
“Vado da Madame E.“.
Mia nonna sarebbe molto più contenta se fossimo noi nipoti a occuparci di lei. Invece, deleghiamo a un’altra persona.

Oggi non ho voglia di andare da Madame E.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Desidero, desideri, desidera, desideriamo, desiderate, desiderano.

Non so, più si va avanti più mi sembra vera la frase che si desidera sempre ciò che non si ha dando per scontato ciò che si ha, dall’amore alla salute, dalle esperienze agli oggetti.

A ragione posso dire che è sbagliato, che si dovrebbe fare questo e quello, che la felicità sta dentro e non fuori, e tutte queste belle cose che ci insegnano i libri dei saggi o chi per loro. Solo che mi sentirei un ipocrita a raccontarmela così platealmente, io vivo sulla mia pelle costantemente questo desiderio continuo di fare, avere, essere più di quello che faccio, che ho e che sono.

A questo punto vorrei smettere di desiderare, e basta. Sono abbastanza stufo di questa qualità insoddisfatta che accompagna il mio vivere, sempre rincorrendo qualcosa. Mi sembra di correre e correre per niente, perchè tutto cambia ma non cambio io e il mio stato interno. Mi piacerebbe poter vivere tranquillo, finalmente, senza desideri.

Giacomo

In memoria delle vittime di Barletta

Manciata di donne morte
urla private
come vita
da non mostrare.

Inghiottite dentro a un corpo
sudato per altri
nella schiena e le dita
riproduzione obbligata.

Molti “se”, “se soltanto”
eppure “già”
“di nuovo”.

Arianna
Foto: Nadia Lambiase

La vita? me la vivró più avanti, se avrò tempo, ora ho da fare.

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Cera una volta un pescatore. Si alzava molto presto per andare in mare, gettava le sue reti e pescava. Faceva una vita modesta, riusciva sempre in qualche modo a pescare ció che gli serviva per vivere e mantenere la sua famiglia. Ogni giorno, al mattino, tornato in porto vendeva il suo pesce e trascorreva poi il resto della giornata prendendo il sole, leggendo, giocando con i suoi bambini, stando in compagnia di sua moglie. Non era ricco, ma nemmeno povero, era felice.
Un giorno un uomo d’affari venne in città e incontró il pescatore, così, dopo essersi conosciuti l’uomo d’affari esordí:
-Perchè se la pesca va bene non provi a risparmiare un poco? In breve tempo potresti permetterti altre reti, con le quali prendere più pesce e guadagnare di piú. Poi potresti comprare una barca più grande, altre reti, permetterti un paio di persone che ti aiutino. Dopo dieci anni, diciamo, potresti essere diventato abbastanza importante da comprare altre barche, ed espanderti in altri mari, avresti una compagnia bella grande e dopo, diciamo, altri vent’anni potresti ritirarti poco a poco, essere capo di una compagnia che funziona da sola, trovare un buon amministratore, e avere tempo libero per fare quello che tutti vorrebbero e goderti finalmente la vita.
-Dimmi, cosa potrei fare nel mio tempo libero allora? Come mi godrei la vita?
-Mah, vedi, potresti per esempio leggere un libro, avere tempo di stare con tua moglie, giocare con i tuoi nipoti tutto il pomeriggio, stare un po’ al sole…

Giacomo

Povera rabbia

ostacolo sormontabileOk, le cose sarebbero potute andargli meglio. Tutto sommato, però, non se la passava male. Neanche bene, d’accordo, ma sarebbe potuto stare peggio. Si può sempre stare peggio, no? No, questa forse era una cazzata. Però nel suo caso era vero: sarebbe potuto stare peggio.
A volte, di nascosto, se lo augurava: stare peggio, per essere finalmente in diritto di sfogare quella rabbia che gli montava dentro, da parecchio tempo ormai, e poi se ne stava lì, incastrata tra i pensieri, e l’affitto da pagare. Sempre a inizio mese, poi. Ma chi glielo assicurava che ci sarebbe arrivato, al fondo di quelle quattro, cinque settimane?
Quattrocento euro mensili non sono tanti, non bastano per starci dentro, inutile starsela a raccontare. E la rabbia montava, la sentiva in pancia, nelle vene delle gambe, tra i denti. Ma coi tempi che corrono… quante cazzate! I tempi, quelli se ne fregano, a correre sono sempre gli sfigati che s’arrabattano tra un lavoretto e l’altro, si sbattono di qua e di là con un piano B sempre pronto in testa: “Faccio domanda per ‘sto bando, così se non mi rinnovano il contratto ho le spalle coperte per altri tre mesi. E se poi mi rinnovano il contratto, alla peggio rinuncio”.
Non riusciva a rilassarsi, gli rimproverava il suo amico Fili, dall’alto del suo contratto a tempo indeterminato. E la rabbia montava, più furiosa. Furiosa? Sì, furiosa. Ma anche triste. Non c’era una logica, un senso alla base di quelle disuguaglianze macroscopiche, era tutto un gran casino, un gran casino di merda. Aveva paura di ammalarsi: “Se mi ammalo, affondo, è la volta buona che affondo. Come lo pago l’affitto, se mi ammalo?”.
Si faceva troppe paranoie, gli rimproverava il suo amico Fili (quello del contratto a tempo indeterminato). E mai una volta che offrisse da bere. Erano amici, però ognuno si faceva la sua vita: felice, quella di Fili, infelice, la sua.
Dava troppa importanza al lavoro, ai soldi. Forse Fili aveva ragione, forse si stava perdendo dietro ai contratti, ai soldi che non bastano mai, alla rabbia che monta dentro da tanto tempo, dietro alla tristezza che gonfia gli occhi, e all’invidia. Per le vite degli altri.

Arianna