Lettera ai miei amici, razzisti.

Alcuni miei amici sono razzisti. E’duro ammettere che il razzismo strisciante se ne sta anche nelle cerchie affettive più strette e che durante un discorso qualsiasi è possibile che qualcuno faccia un commento razzista. Sommessamente, razzista, come può essere razzista un trentenne con laurea magistrale. E’ ancora più duro ammettere che quando sento un commento razzista uscire dalla bocca delle persone a cui voglio bene è ancora più difficile reagire, perché, dare del razzista a qualcuno, significa metterlo in una situazione di disagio e lì, nel bel mezzo di una cena o di un aperitivo, nel più e nel meno, è più difficile prendere il discorso e scaraventarlo nei meandri della pochezza umana. Così scrivo alcune parole qui, nella speranza che magari, qualche amico razzista, legga e prima di aprir bocca rifletta un poco (o semplicemente di più).

Caro amico razzista,
è bello incontrarti, star con te, far quattro chiacchiere, condividere una cena, un abbraccio, parlar di come stai e di quel che ci succede. Vorrei solo chiederti un’attenzione, più del solito. Sforzati di non cedere al razzismo. Il razzismo ti striscia dentro, come quella volta che hai detto “con dei vicini così, non è zona per crescere i miei figli”, oppure quella volta che hai detto “gli albanesi sono così, maleducati”, oppure ancora quando mi racconti di come quel signore che sul bus parlava in arabo ad alta voce e… “non si vergognava, dopo quello che è successo.” Io lo so, che è dura in questo mondo, non cadere nel razzismo. Soprattutto se ti bevi la tv e i giornali a colazione, ma proprio devi far qualcosa. Prima di aprir la bocca, prima di tagliare un bel giudizio condito con generalizzazione, chiediti: “non sarò razzista?”. Perché si, lo sei. Sei razzista quando fai di una religione un difetto, di un popolo un atteggiamento, quando riduci, semplifichi, quando ti vuoi allontanare dal diverso solo perché distante da te. La signora con il velo che ti ha rubato il posto, è semplicemente una signora maleducata. Il marocchino che spaccia è semplicemente uno spacciatore. L’albanese che svaligia le case è un ladro. Il negro che ti ruba il lavoro è semplicemente un signore che il datore di lavoro ritiene possa fare meglio di te (è così ad ogni colloquio, in qualsiasi settore). L’arabo è una lingua, semplicemente una lingua (sembra incredibile dover affermare questo, eppure oggi è necessario).
Il razzismo tuo è quello di tutte le epoche, proprio uguale a quello di tutte le guerre, proprio quello che il futuro studierà con compassione, quando difficilmente si riusciranno a distinguere le genti e quando apparterremo tutti allo stesso nucleo di valori, umani, universali.

Ti sono vicino, anche se una parte di me vorrebbe cancellarti dalla rubrica. Ma tu, in fretta, datti un occhio, fatti una revisione e frena, frena le parole. Dei tuoi albanesi, dei tuoi cinesi, dei tuoi musulmani, dei tuoi marocchini, dei tuoi zingari, io ho in mente i volti. E i volti, ahimè per te, non corrispondono.

Giulio

Il gran rifiuto

Gentili Selezionatori/trici,

vi scrivo per comunicarvi che non parteciperò alla giornata di Assessment.

Potrei inventarmi una scusa, ma penso che una delle due parti debba pur essere sincera: non parteciperò perché penso che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo.

Credo che la dinamica di gruppo sia una metodologia, seppur valida in taluni contesti, abusata. Vi basterà fare un giro per il web per scoprire che in un certo senso non ingannate più nessuno: è conoscenza diffusa che è privilegiato nella selezione chi è già allenato a sostenere questo genere di “colloquio”, ossia chi si rivela, per semplificare, il più simpatico nelle ore in cui, di solito, viene chiesto di sopravvivere nel deserto o di convincere gli altri a buttarsi dalla mongolfiera. Spesso le competenze o il curriculum o le motivazioni individuali passano in secondo piano, nel migliore dei casi.

Com’è possibile allora valutare l’idoneità di qualcuno attraverso la sua capacità di fingersi un altro per compiacere i rigidi schemi comportamentali di cui vi avvalete?

È completamente diverso il comportamento di una persona in un gruppo di sconosciuti con i quali è costretto a collaborare nel giro di venti minuti o di poche ore, sconosciuti che sono l’uno contro l’altro nella competizione, rispetto al comportamento della stessa persona in un vero gruppo di lavoro che si stabilisce fra chi è già collega. Per questo credo che il colloquio individuale, in cui il singolo ha lo spazio necessario per presentare se stesso, offrendo allo stesso Selezionatore la possibilità di conoscere a fondo chi ha davanti, rimanga ancora lo strumento migliore.

D’altra parte il problema è sempre lo stesso: c’è chi è dalla parte giusta della scrivania, e chi dalla parte sbagliata, meno garantita.

Parlo di garanzia anche in relazione alla vostra specifica offerta. Se solo ci fosse un’autorità garante della correttezza delle offerte, avrebbe da ridire su uno stage, l’ennesimo stage formativo, che offre un rimborso spese del genere, ridicolmente inutile e limitativo della libertà individuale di coltivare una qualche progettualità, per un periodo così lungo. In questo modo non fate altro che confermare l’opinione diffusa secondo la quale anche lo stage è diventato una forma di occupazione riservata a chi se lo può permettere, ossia a chi ha qualcuno che gli copre le spalle economicamente, nello specifico la famiglia, se non addirittura un altro lavoro: nella telefonata di conoscenza che ho ricevuto, mi avete chiesto di cosa mi occupassi attualmente, e alla mia risposta: niente, sono inoccupato, ha corrisposto un lungo silenzio da parte del mio interlocutore. Di cosa si trattava? Della sorpresa? Forse anche voi, nel profondo, sapete che se qualcuno si candida per la vostra offerta o lo fa per i soldi o per fare qualcosa, o credete realmente che ci sia una forte motivazione ad apprendere l’arte del taglio delle teste?

Sono passato spesso presso agenzie come la vostra, e ho sempre riscontrato lo stesso atteggiamento: non sembrate lavorare per chi si presenta da voi in cerca di una mediazione fra sé e il mercato del lavoro, in cerca di un facilitatore; lavorate “solo” per i committenti, e non sapete cosa farvene di curricula particolari che liquidate con un non è collocabile, salvo offrire mansioni che con il curriculum che avete davanti non hanno niente a che vedere. Sperate così di mettervi a posto la coscienza, ma d’altra parte il problema non è vostro, siete dalla parte giusta della scrivania, se alla persona di turno non piace l’offerta, il problema è suo: è colpa sua se non trova lavoro, se dopo varie esperienze lavorative e cinque anni di università e un master non vuole andare a piegare i calzini in un negozio di abbigliamento o a vendere abbonamenti internet alla Stazione.

So benissimo che vi trovate nella scomoda posizione di recepire le offerte che effettivamente emergono da questo immobile mercato del lavoro, e che non potete andare a caccia di offerte diverse da proporre a chi, in cerca di un posto nel mondo, richiede il vostro aiuto pensando di trovare la professionalità e scontrandosi invece con il mero interesse di far cassa.

So anche che, nella vostra mentalità, tutto quello che ho scritto fino ad ora verrà cestinato sotto la categoria “altezzosità”, d’altra parte a voi interessa solo il meccanismo del mercato del lavoro, e le persone, le loro individualità e peculiarità sono solo elementi di disturbo. Per voi un rifiuto è un oltraggio alla vostra buona volontà, così che siamo stati privati anche del diritto di scegliere: dobbiamo accettare qualsiasi cosa. Ma se c’è un Sistema, questo non offre niente in base alle nostre necessità, bensì in base alle sue e a noi non resta che scendere al compromesso con noi stessi, ma solo noi dobbiamo essere flessibili. Si chiede flessibilità solo alle persone, non al Sistema.

Come me, anche altri credono ancora che si possa cercare il posto nel mondo che più fa per noi, che si possa rifiutare, senza sentire di aver offeso chi ce l’ha offerta, una opportunità che abbiamo valutato come non adatta a noi.

Vi ringrazio comunque per avermi contattato, e per il tempo che mi avrete concesso, se me lo avrete concesso, e vi auguro di trovare le persone giuste per i vostri progetti.

Cordialmente

Gianmarco

«Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.»

(Dante Alighieri, Inferno, III Canto)

 

Lettera dal passato

 

Sono passati anni: è il loro mestiere

dovrei sforzarmi per contarli

ed ora una tua lettera riposa

sopra il canterano sopravvissuto esempio

di falegnameria fascista

sopra il velluto azzurro, fra i libri

di cui adesso condivide il sonno.


Sono passati anni e noi qui…

spaiate figurine di uno stesso album

corriamo a rincontrarci

con surrogati degni di illusione.


Intanto i miei silenti, i tuoi

sono lontani

e chissà quale colla adesso prego

che possa unirli per connoscere

il tuo cuore zuppo d’ansia

che lo sfibra

che ne spinge i remi.


La città è una foglia secca

una lucertola

che si riposa al sole dopo l’acquazzone.

Solo mezz’ora fa il tuono era padrone

dell’orizzonte.

Ora rimangono bagnati in pozzanghere

pezzi d’azzurro riflessi

scossi dal vento

Qualche nuvola lassù

velocemente solca

l’autostrada del cielo.

Carlo