Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

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L’unica rete possibile

Me la ricordo, la rete. Quando ero all’inizio, pensavo che la rete fosse un bell’esperimento di libertà, perfino di sovversione. La rete mi sembrava, almeno al tempo, libera, grazie ad un insieme di meccanismi che permettevano a chiunque di stare in rete con un nickname, proteggendo la propria identità reale, scorporandola da quella web. Un esperimento di condivisione di conoscenza, di ogni tipo, al di là della legge, della morale, delle culture.

Constato oggi con tristezza di come ci sia stata, negli ultimi quindici anni (almeno così mi pare) una totale presa di potere sulla rete dei poteri classici. Ora, in rete, le multinazionali la fanno da padrone. Sono i poteri di sempre, in versione 2.0, che affollano il nostro schermo, ci dicono cosa guardare, ci dicono come pensare, ci propongono pubblicità, inserzioni, tutta roba personalizzata ritagliata sul nostro io virtuale, che è sempre meno virtuale e sempre più mescolato con quello reale. Così tutte le mail si sono trasformate in nome.cognome@multinazionale.com il nostro account fb è Nome e Cognome e li stanno le nostre foto, i nostri film, il nostro lavoro, la nostra musica. Intanto Google, Fb e Twitter, nelle persone dei loro fondatori, vanno alle feste alla Casa Bianca.

Sempre più siti vengono oscurati. Kickass cambia indirizzo ogni sei mesi, i poteri continuano ad oscurarcelo. Mi ricordo Napster: quando ha chiuso Napster non mi sono preoccupato, c’era Emule già attivo. E poi i torrent e la rete ci prova, ci riprova a muoversi oltre i poteri e ancora nuovi ostacoli, nuove leggi, nuove sanzioni.

Facebook sta diventando peggio della televisione, forse la rete stessa sta diventando più lobotomizzante della televisione e chi, come me, si vantava “di guardare quello che gli interessa in internet” si troverà presto con dei figli che gli dicono “papà ma come fai a sprecare tutto quel tempo su Facebook”.

Mi deprime pensare che Assange sia rinchiuso nell’ambasciata ecuadoregna a Londra.

Forse, questa rete in cui mettiamo il nostro, avrebbe bisogno di un restyling, forse perfino di una “rete alternativa alla rete”, con un’etica diversa. Forse il nostro limite è pensare che la “rete” sia l’unica rete possibile. Perché la rete di oggi, pare sempre più un’inferriata.

Giulio

Le conseguenze collettive degli errori individuali

La vita, ciascuno vive la sua. C’è poco da fare.
Il dolore di guardare altre persone farsi del male coesiste con la libertà individuale di sbagliare.
Le conseguenze degli errori, però, le paghiamo tutti, e questo a volte fa rabbia.
“Perché non sei stato più attento, accidenti? Non vedi cos’hai combianto?”.
Sul latte versato non si piange, d’accordo, ma bisogna pur raccoglierlo, mica lo si può lasciare lì. Solidarietà forse significa aiutare a pulire il pavimento, anche quando non sei stato tu a sporcare. Pulire senza lamentarsi perché, nel bene e nel male, viviamo insieme. Poi, fare il possibile affinché gli errori non si ripetano. Ma il potere di evitare quegli errori è di ciascun individuo. E quindi, anche se ce la metti tutta, non è detto che non ti ritroverai nuovamente, un po’ più stanca e arrabbiata forse, a pulire quel maledetto pavimento.

Arianna

Lasciarti essere te

Te, lasciarti essere te, tutta intera. Vedere che tu sei tu solo, se sei tutto ciò che sei: la tenerezza e la furia, quel che vuole sottrarsi e quel che vuole aderire. Chi ama solo una metà, non ti ama a metà, ma per nulla. Ti vuole ritagliare a misura, amputare, mutilare.
Lasciarti essere te è difficile o facile? Non dipende da quanta intenzione e saggezza, ma da quanto amore e da quanta aperta nostalgia di tutto, di tutto quel che tu sei. Del calore e del freddo, della bontà e della protervia, della tua volontà e irritazione, di ogni tuo gesto, della tua ritrosia, incostanza, costanza.
Allora questo lasciarti essere te non è forse così difficile.

C. D.

Dipinto: Federico Marchinu

Tra Desiderio e ostacolo, un po’ ciò che siamo

Proviamo a scrivere ciò che un uomo può desiderare di più e poi scriviamo quali sono gli ostacoli maggiori alla sua realizzazione.
Ma non facciamolo come una tecnica per raggiugere i propri obiettivi in stile new age. Cerchiamo di capire un po’ CHI siamo dal TIPO DI DESIDERIO che abbiamo in comune. E che cosa CI FRENA dal realizzarlo dal tipo di ostacolo che tendiamo a “vedere”.
Dunque…….
……..qui ho bisogno del vostro aiuto e spero che con i commenti mi aiuterete ad identificare i grandi sogni che ci accomunano, quelli Macro Macro. Ad esempio….. quando lascio varcare la mia mente oltre il cancello del desiderio… ciò che vedo subito è essenzialmente AMORE e CORRELATI, ma direi che la LIBERTA’….. non è un ingrediente che se ne sta in disparte. Si può dire perciò che in essenza siamo AMORE e AMORE LIBERO? E che non ci sentiamo tanto noi stessi se non lo proviamo, se non lo sentiamo? Si può dire che è per amore che possiamo pensare a fare dei sacrifici, di fare fatiche, di fare sforzi per muoverci nel pesante mondo della materia?
Io direi di sì. CHe l’AMORE è il CARBURANTE. Nesuna filosofia o concezione sul pieno o sul vuoto…. semplice amore…..
MA amare da schiavi non ci suona bene è? E forse non è quello ciò che desideriamo veramente? Aggrapparci ad un altro essere per sentire noi stessi? Quante volte l’ho fatto. Come è facile farlo. Ma la cosa curiosa è che proprio nel momento di crisi, lì in mezzo al caos… che si nasconde la libertà tanto ricercata…. e che cos’è quel liquido buono in mezzo alla crisi?
Forse……. è la realizzazione di poter amare incondizionatamente, e cioè in modo libero. Senza aspettarci nulla dall’altra persona. Desiderare……..
e lasciar cadere…… viaggiano insieme, per mano. To fall in love….. cadere innamorati…. Ecco l’ostacolo più grande all’amore…. noi stessi! Lasciar cadere noi stessi!
Abbiamo un sacco di aspettive sull’altra persona, abbiamo un sacco di stereotipi sul modo in cui dovrebbe essere vissuto un rapporto di coppia o una semplice situazione amorosa, PERSINO sul modo in cui dovrebbe risponderci la persona…… condizionamenti, su condizionamenti, idee su idee, pensieri……. ma l’amore, ciò che desideriamo non è fatto di pensieri….. bensì di SENTIRE, di SENTIRE. E nel SENTIRE NON CI SONO CERTEZZE E QUESTO CI FA BALLARE…… e a volte, nei casi fortunati….. DANZARE…..
Meno cerchiamo di imporci con un’idea fissa…. e più abbiamo possibilità di vedere con occhio innamorato…. direi che è un trade off, uno e l’altro giocano insieme. L’amore e la libertà……. insieme, cosa sono? Vedi?
Non puoi descriverli…. sono troppo….per le parole….. è vedere, apprezzare, cogliere e allo stesso tempo…… rimanere calmi nell’aria benefica del tuo essere. Ho divagato….. come è il mio solito…. però mi acchiappa l’argomento…….    

Raji

Kosimo e il palloncino blu parte 2

  1. Kosimo guardava il palloncino, affascinanto, quasi assorbito dalle sue qualità. Era leggero, leggerissimo e non si preoccupava mai. Non un solo segno di cedimento. Roteava in compagnia degli elementi che lo sovrastavano…
  2. E quel modo di obbedire al soffio che aleggiava nella viuzza era quasi commovente. L’aria e il palloncino erano intimamente legati, uniti, fusi. Ma con quale grazia ed armonia, lo erano. Improvvisamente fece la comparsa il suono di una macchina in arrivo.. che fece sobbalzare il giovane Kosimo ormai affezionato al palloncino e temette la sua distruzione. In quel momento era un po’ distante da lui, pochi metri indietro e non avrebbe potuto far nulla per salvarlo. Lo guardò con intensità per quei pochi attimi… fino a che il mezzo passò senza neppure sfiorarlo. Kosimo sorrise con il cuore.Prese con più vigore, ora, a dare calci al suo gioco, di cui in qualche modo ne sentiva il forte richiamo…Lo sentiva suo. Anche se appeso all’aria e al suo destino… era il suo palloncino. Tra le braccia di quest’ ignoto… ecco affiorare un dolce sentimento per lo stesso e Kosimo lo colpì forte con tutto il lato destro del piede.. ma la brezza aveva cambiato direzione tramutandosi in vento. Il palloncino trovò dinanzi un grande muro d’aria che lo fece rapidamente sbalzare indietro. Non accettando l’idea di perderlo, Kosimo tornò indietro anche lui e lo colpì con ancora più forza, anche solo per spingerlo avanti di pochi centimetri, anche solo per giocare ancora, ancora un po’.. sebbene la strada conducesse in un luogo che, ora, si faceva più lontano. Una vecchia che stava dietro, passando, diede un calcio al palloncino, e poi un altro e un altro ancora. Kosimo le sorrise, e le disse: “Giochiamo insieme”. Ma lei, dopo aver ricambiato il sorriso e detto:” Ecco che arriva..” proseguì il suo cammino con il passo immutato come avesse più forza di quell’incontro inaspettato. Con tenera insistenza, il ragazzo, perseverò nel calciarlo, fino a che la brezza non cambiò ancora direzione. Kosimo e il palloncino poterono, finalmente, proseguire, insieme, lungo la stradina con un’ aria piacevolemte favorevole.Prese a colpirlo a volte con il piede che sporgeva ad un fianco della bicicletta, altre volte con la ruota stessa, utilizzando sia il davanti che il cerchio nella sua interezza. Mentre ciò accadeva era come se il palloncino continuasse a parlargli…era come se bisbigliasse con grande voce:”Portami con te, amami, guardami e colpiscimi… E SII PRONTO A LASCIARMI ANDARE IN OGNI MOMENTO”. La strada della viuzza non era ancora terminata, ma Kosimo, ascoltando quelle parole silenziose… si rese conto che ad un certo punto lo avrebbe dovuto abbandonare. Un altro passante si preoccupò del palloncino e disse a Kosimo:” Attento che si buca” e sorridendo se ne andò.Kosimo amava giocare con quel palloncino, ma una strega dai colori insondabili nominata impermanenza minacciava di continuo il loro rapporto. Fu un momento particolarmente intenso quello in cui Kosimo si rese conto che era giunto il tempo di dirgli addio.. era stato bello giocare insieme, ma quello era il momento… lo sentiva nel profondo.Gli tirò un ultimo calcio con tutto l’amore che aveva dentro… e questa volta, lasciò che la brezza nuovamente con direzione contraria se lo portasse delicatamente via… Kosimo rimase a guardare, ancora e ancora. Per ogni rimbalzo del palloncino a terra era come se le sue vibrazioni riempissero tutto lo spazio. Erano quasi impercettibili, eppure così visibili… silenziose, eppure così udibili. Furono tre, i rimbalzi che Kosimo decise e sentì di  poter guardare, dopo di che… girò di netto la testa e proseguì senza voltarsi. Questa forza cedette, poco dopo, ad uno sguardo furtivo lasciato scorrere dietro di sé… ma l’immagine del pallocino era scomparsa. Kosimo sentì una forma di malinconia che scomparve rapidamente…Aveva solo perso un’immagine… una forma… Ma il suo cuore era stato inesorabilmente arricchito ed, ora, era libero di guardare altre forme.  Tratto da:”tornando verso casa” (fatto veramente accaduto 🙂 ) Raji

Kosimo e il palloncino blu Parte 1

  1. Kosimo era in dolce compagnia della sua bicicletta, e con moto lento e un po’ arzigogolato si andò ad infilare in una stradina secondaria mentre tornava verso casa… un vicolo con molti bidoni della spazzatura e con delle case povere ai lati dello stesso. Giunto dinanzi ad un ampio scorcio tra i muri delle case si fermò ad osservare un grande albero che lanciava i suoi rami con grande slancio verso il cielo. Era proprio bello. Sorrise e bevve la pace di quel momento.Come un mondo a se stante, come un luogo in cui riposare.. che non era fatto di tempo, ma solo di spazio… uno spazio intimamente suo…tanto che i rari passanti non lo distoglievano dalla sua tenera conteplazione. Quei rami, quelle foglie e poi quella luce che filtrava dalle nuvole grigie erano bellissimi. Era come se potesse sentire il sussurro dell’albero sposato con la dinamica del giorno, con quella curvatura che non si lascia mai afferrare completamente… Per istinto, senza pensarci, gira il capo sopra la spalla sinistra e poi in basso e dal nulla spuntò fuori un bel palloncino azzurro un po’ sgonfio che rimbalzava solitario spinto dalla brezza leggera. Kosimo si stupì di quell’incontro inaspettato. Si guardò intorno per capire se poteva essere di qualche passante, di qualcun’altro.. ma il palloncino era tutto solo ed alternando delle brevi pause al suolo a saltelli e voli lievi se ne andava di qua e di là senza legami di alcun genere. Libero e leggero. Solamente, sospinto da quella brezza… in uno spazio troppo ampio per poterlo fermare definitivamente.Essendo un po’ sgonfio, Kosimo pensò che calciandolo non avrebbe potuto bucarlo, a meno che non gli avesse dato un calcio troppo forte. Decise quindi di colpirlo. In principio fu facile e divertente perchè l’aria si muoveva nella stessa direzione i cui stava andando..    Raji 

Libero

Libero. A volte mi chiedo cosa significhi essere libero. Forse scegliere autonomamente la propria prigione, la propria gabbia?
Hobbes concepiva la libertà come assenza di leggi che pongano dei limiti alle nostre azioni: si è liberi finché non sussiste una legge che limiti il nostro agire. Tecnicamente noi, come cittadini, abbiamo in comodato d’uso il nostro corpo: apparteniamo infatti allo Stato, il quale si prende cura di noi dalla culla alla tomba. Il nostro corpo è dello stato, il suicidio è proibito e il danneggiamento del proprio corpo o di quello altrui sono punibili dalla legge. Anche la nostra libertà viene pertanto inscritta nei confini legislativi.
Attraverso questa burocratizzazione è possibile una “calcolabilità dei risultati”, ognuno ha dei doveri e dei diritti precisi, ma tale uniformità delle “regole” può portare ad una spersonalizzazione della società: esclude il particolare in virtù del generale, nonché l’aspetto emotivo, irrazionale, individuale.
Questo processo, definito da Weber di “razionalizzazione”, è caratteristico del nostro tempo e pensato per il coordinamento e la pianificazione su larga scala dell’attività dei cittadini (massa). Grazie alla gerarchizzazione della società e alla sua burocratizzazione è quindi possibile il controllo delle attività sociali e, di fatto, un controllo attivo della libertà di ogni individuo.
Tuttavia abbiamo deciso di sacrificare un pezzo della nostra “libertà complessiva” in virtù di tutelare la nostra libertà negativa: certezza di non essere sottoposti a schiavitù o sottomissione fisica etc…
La nostra vera libertà, la libertà percepita dalla nostra psiche, si identifica pertanto con la libertà positiva, nel senso di autonomia del pensiero. Di questa libertà, a parer mio, dobbiamo prenderci cura giorno per giorno, senza mai darla per scontata e senza delegarla ad altri.
Il rischio è quello che subisca anch’essa un processo di razionalizzazione, permettendo quindi (allo stato, al potere o chi per lui) il controllo non solo sulle attività sociali, ma anche sull’etica e sul pensiero.

Rob

Liberamente in libero corpo

C’è una cosa che non capisco.
Ed è questa: perché alcune mie “amiche di Facebook” giocano a imitare le modelle, pubblicando foto che le ritraggono in pose ai limiti del pornografico? E perché altre “amiche” ma, soprattutto, “amici di Facebook” si prodigano in prevedibili apprezzamenti, moltiplicando i “mi piace” e i commenti su quanto “figa”, “gnocca”, “bona” o più tradizionalmente “bella” sia la fotografata? Perché ci riduciamo a utilizzare Facebook come vetrina per mostrare culi, seni, gambe nude ma anche pettorali, addominali scolpiti, scimmiottando veline e tronisti? Il fatto di mettere in mostra pezzi del nostro corpo deriva dal bisogno di venire rassicurati che sì, suscitano l’effetto sperato, piacciono? Se così è: perché continuiamo a drogare questo bisogno (indotto) invece di provare a liberarcene?

“Sei solo invidiosa, perché non hai bellezze da mostrare”, potrebbe dirmi qualcuno. È vero: anche a me piacerebbe poter esibire un corpo simile ai tanti che appaiono in televisione, negli inserti pubblicitari, sui profili Facebook. Però non voglio assecondare questo desiderio. Non voglio passare i miei pomeriggi in palestra, comprare creme anticellulite o rifarmi il seno. Vorrei invece liberarmi dalla dittatura del modello (modella) da seguire e vorrei smetterla di relazionarmi al mio corpo in maniera strumentale. Il corpo come mezzo per ottenere stima, apprezzamento, riconoscimento, forse anche – ci illudiamo – una pallida parvenza d’amore. Un bel culo, un bel seno, belle gambe, bei pettorali come chiave per aprire la porta del successo sociale e chiudere quella della solitudine, del senso di inferiorità, dell’insoddisfazione. Ma la felicità non è direttamente proporzionale alla bellezza. Se anche riuscissimo nell’impresa di assomigliare al modello, non diventeremmo per questo più felici. La bellezza del corpo non dura per sempre, invecchieremo tutti, ci ammaleremo. Inoltre, pensare la bellezza al singolare è un inganno: ciò che esiste sono le bellezze, molte e diverse, a cui però dobbiamo fare spazio. Perché non proviamo a smantellare i meccanismi che ci incatenano a un certo modello da imitare e da desiderare? Perché non proviamo a cercare la felicità anziché una sola, predefinita bellezza, nella consapevolezza che quest’ultima non è condizione necessaria né sufficiente per raggiungere la prima?

Se vogliamo, possiamo liberarci. E potremmo cominciare da qui. Cancelliamo (donne e uomini) dai nostri profili Facebook quelle foto che ci ritraggono in pose seducenti, come fossimo veline o tronisti, ed evitiamo (donne e uomini) di elogiare i corpi che più somigliano al modello dominante. Poi, quando saremo un poco meno inquinati, proviamo a cercare la bellezza laddove ci dicono che non c’è: nei corpi vecchi, malati, troppo grassi o troppo magri, deboli, sfiniti. “Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia” (e viceversa).

Arianna