Meteo

Eppure davano bello
le previsioni del giorno prima
(le più affidabili) sbagliano:
non è possibile sapere
con anticipo
cosa avrai negli occhi
e nelle mani, nella voce.

Avevano ragione, invece:
fuori, nella famosa
“realtà condivisa”
– lì dove le parole dette
le sento anch’io –
c’è il sole.

Allora
vado, rimango
vicina ma
esco: voglio piangere
stretta
in un nodo di luce.

Foto: Valgrande 2016

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Tuo.

Forte rombo-cascata
tra i polmoni al centro;
fitta d’amore del brivido
di un salto nel vuoto.

il dubbio scomparso
come nebbia al sole
caldo d’estate, abissi
di luce, il buio un ricordo.

Giacomo

Rughe

crudele la domenica mattina –IMG_1103
solo certe domeniche – la luce:
colpisce a tradimento da quei vetri
la polvere in granelli svolazzanti,
va a prendere la crepa del soffitto,

lo strappo nella gamba del pigiama;
ti spiega che anche nella settimana
la casa vive con o senza te.
ti svela piani che hai dimenticato
di riassettare e di pulire bene.

lo specchio poi, domenica mattina,
a volte si accompagna con la luce
e vedi pieghe che non ricordavi
tra un sopracciglio, il mento e la basetta.
si chiamano, comunemente, rughe.

e mentre fai la barba, senza fretta
di uscire fuori a accendere il motore,
pensi che puoi sopportare la luce,
la polvere, le rughe, la calvizie,
perché è come guardarti in una foto:
dipende da chi l’ha fatto, l’amore.

Diego

Stella

Il viso toccato dalla luce
poi adombrato
poi ancora inondato di luce.
Gli occhi, mentre parla, che brillano.
E’ bella.
La guardo.
Vorrei scattare una foto
e trattenere tutta quella grazia di luce.
Lei, che è tanta,
e solo uno sguardo disattento
direbbe grassa.

Nadia

Tra le labbra

La senti?

La mia mano che s’inerpica su

e come scava…

la sua galleria tra

il jeans e la tua pelle.

Come si muove, come spasima

alla ricerca del primo contatto,

stritolata

tra il tessuto e le carni

ansiosa e inarrivabile meta

finalmente

per la prima volta

la sfioro:

e mentre le prime molecole del mio dito

accarezzano

il margine delle tue labbra,

io sono lì

completamente

dedito

alla scoperta

del tuo universo.

Su quel letto non nostro

la stanza era piena di luce.

Luce e dolore

e la cerniera dei tuoi jeans.

Vedo ancora quella luce.

E tu, amore

ricordi

la mia mano?

Giulio

Lettera dal Giappone

Anno domini 1304 d.C.
Monastero di Bose, Giappone

Ai miei cari amici, Fu Tien e Lhan Juo Dan.
私の親愛なる友人、ポールとジュリーに

Ho tre candele vicino al mio letto e le accendo tutte e tre prima della pratica serale di Zazen. Una candela è più consumata delle altre, esiste da molto tempo, parecchio prima delle altre due. E’ inevitabile che la sua vita durerà di meno, è la legge del tempo, la natura delle cose. E’ però anche vero che da molto tempo essa dona al buio la sua luce senza risparmiarsi, luce che sembra essere sempre più forte, sempre più brillante man mano che passano i giorni. La sua fiamma è alta e impetuosa, ha realizzato per questo la sua natura di candela, portatrice del fuoco. Questa candela mi ricorda tanto il mio Maestro.

La seconda candela è grossa e alta. Ha pochi mesi di vita, ma già la sua fiamma è forte. Purtroppo a volte si forma della condensa di acqua sulle pareti interne, per questo la sento lottare quando una goccia di mescola alla cera. Il fuoco allora comincia a scoppiettare, fa rumore, è come se si arrabbiasse. Poi, si spegne. Allora pazientemente la riaccendo con un bastoncino, prendendo il fuoco dalla prima candela. Ha una grande potenzialità, ma è giovane e ha ancora bisogno di qualcuno che la riaccenda, perché da sola non sa ancora brillare con costanza. Per questo mi ricorda la Shanga.

L’ultima candela è di purissima cera d’api ed è la più nuova. Quando brucia emana una fragranza di miele che quasi inebria i miei sensi, regala alla stanza un profumo che non ha eguali. Appena l’ho accesa però la sua fiamma è sprofondata al suo interno, scavandola, come un buco. Dall’esterno non sembra cambiata, sembra ancora intatta, come se il fuoco non l’avesse ancora plasmata. Non so per quale ragione ma è la candela che più mi da preoccupazioni, perché la sua fiamma ha sempre lottato per rimanere accesa ogni secondo. Brilla poco, e non dona molta luce. Quasi non sembra nemmeno accesa. Ma se ti avvicini, laggiù in quel buco, dentro quegli spessi muri esterni di cera, ancora la vedi accesa, che conserva, stringendo i denti, la fiamma nel suo cuore per non farla spegnere. Questa candela sta lottando per sopravvivere, ma già la vedo un giorno, libera, che brucerà vigorosa donando il suo aroma e la sua luce senza risparmio. Ha grandi potenzialità, ma deve svilupparle, e ancora prima, deve riuscire ad avere una fiamma forte al punto che non si spenga al minimo spostamento d’aria. Ogni volta che accade però la riaccendo pazientemente, in modo analogo di quell’altra, prendendo la luce dalla prima. Quel fuoco che brucia laggiù, un giorno scioglierà la cera e anche il suo aspetto esterno cambierà, la fiamma porterà il cambiamento. Questa candela mi ricorda tanto di me stesso.

Huo Chuen
ジェームス

Otto anni dopo

ParisSono tornata, hai visto? Eh, te l’avevo promesso! C’ho messo un po’ – è vero – ma cosa importa? Otto anni, in fondo, non sono neanche tanti. Siamo cambiate entrambe però: otto anni, in fondo, non sono neanche pochi.  
Ma fa differenza per te, una persona in più, in meno, soffri le perdite, le conquiste? Ti accorgi di me?
E, dimmi, ti sei mai chiesta perché tutti corrono, quando sono giù, nei tunnel del metrò? No, non è soltanto perché hanno fretta. Perché tutti corrono di più, quando sono là sotto? Perché vogliono scappare dai tuoi corridoi: brutti, sporchi, puzzolenti. Lo sai, questo? Sì, sei bella, certo, ma non sempre, non dovunque. E ci pensi mai agli autisti del metrò, tutto il giorno al buio, tra le ombre della Ville Lumière?

Io, oggi, c’ho pensato. 

Arianna 

Come quelle piante

Come quelle piante.
E’ novembre, ma in casa fa caldo, magari con un po’ di luce, la posizione giusta, un po’ di attenzioni in più. Dici che il basilico crescerà?
Un’impresa impossibile, piantare i semi sul nascere dell’inverno, quando il resto muore. Eppure i semi sono lì, il vaso pronto e, tutto sommato, tra il termosifone e la finestra potrebbe funzionare. Luce e calore. Sembra il segreto per seminare qualcosa di prezioso, vederlo crescere, sorridere nel notare che sta succedendo, il verde spunta, qualcosa di vitale ce l’ha fatta.
E poi un soffio di calore in meno, una distrazione, non accorgersi che il sole non spunta da giorni e le nuvole gonfie si fanno sempre più pesanti, oscurando quel caldo nutrimento. Come quelle piante di basilico. Sembrava incredibile, lo stupore nello scoprire che è vero, che nasce, un germoglio minuscolo che potrebbe diventare una pianta bella, verde splendente, piena di profumi felici che sanno d’estate. Come quelle piante, un raggio di luce in meno, un poco di buio che s’insinua approfittando di un pensiero distrattamente sfuggito e i germogli cadono asfissiati sulla terra, dalla quale si erano distaccati di pochi, pochissimi centimetri.
Come quelle piante, seminare qualcosa di piccolo, fragile, con la consapevolezza di quanto sia prezioso e poi non avere la forza di scacciare la nebbia. Come quel profumo di basilico, che questo inverno, tra il termosifone e la finestra, non si sentirà.

Lucia