Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

Proteggi

Stanotte non dormo.
Sveglia, sogno.

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Siamo qui il gatto
ed io: immagino
di proteggerti
dalle paure, dalle voci
torturatrici.

Bloccate ogni accesso!
Chiudete le finestre,
sprangate le porte,
sorvegliate i ponti,
sbarrate le strade!

Poi, al mattino, eccolo:
il male.
Viene da dentro!
Spalancate porte e finestre,
liberate le vie di fuga!
Che possa uscire, per carità,
che possa andare!

Ancora un sogno
da sveglia.

 

Diversamente diversi

Da una settimana sono afona, conseguenza di una laringite.
Niente di grave, ovviamente, c’è di peggio.
Ho fatto però l’esperienza di essere “diversa”.

La diversità è sempre reciproca (sono diversa dagli altri, ma anche gli altri sono diversi da me) e, paradossalmente, uguale per tutti, poiché ogni essere umano è diverso, in quanto unico. Eppure, c’è qualcuno che è più diverso degli altri, perché la sua condizione si associa alla solitudine: è “l’unico” a vivere una data esperienza, non condivisa da e difficilmente condivisibile con la maggior parte delle persone che lo circondano.
Pensieri in ordine sparso, sull’esperienza di questo secondo tipo di diversità:

1) Sono andata al lavoro, anche se ho diritto alla malattia. Ne ho diritto, in teoria, ma in pratica siamo talmente pochi e sovraccarichi che se uno sta a casa, è un vero casino. Però, forse, sono andata al lavoro anche per sentirmi meno diversa: non volevo essere malata.

2) Dopo i primi giorni di quasi-divertimento in cui tutti cercavano di capire il labiale e i miei gesti, diverse persone si sono stufate.
“Eh ma non è che lo fai apposta?”IMG_4225
“Ma come fai a non avere più voce per niente… dai, non è possibile!”
“Secondo me ci prendi in giro…”
“Oh, io mi sono rotto di questo mutismo! E parla, dai, non ci credo che non puoi dire nemmeno una parola!”
(tra parentesi: una parola la posso pure dire, però se sforzo la voce è peggio).

3) Pochissimi hanno espresso empatia nei miei confronti (la “diversa”), quasi tutti la esprimevano nei confronti di chi subiva le conseguenze più fastidiose dell’afonia, vale a dire i miei colleghi diretti, che dovevano fare anche le telefonate che avrei dovuto fare io. Interessante: non ero io ad aver diritto di lamentarmi, bensì i colleghi (e appena mi torna la voce: doppia razione di telefonate!).

4) Se una cosa capita alla maggioranza, è normale; se capita a pochi, è sfortuna; se capita a pochissimi, ci dev’essere qualcosa di sbagliato in questi, ché la sfiga che ci vede benissimo non esiste:
“Ma sai che sei la prima che conosco a cui succede una roba così? Ma com’è che capita solo a te??”
“Beh magari non ti sei curata bene… avresti dovuto andare dal medico prima!”
“Oh, te la sei presa proprio brutta, eh!” (sguardo diffidente-indagatore).

5) Noto sempre più spesso che l’atteggiamento del blame the victim si declina negli ambienti della sinistra-fricchettona nell’equivalenza sano = bravo = stile di vita “naturale” = se lo merita; equivalenza che ne implica un’altra, a mio avviso pericolosa, e cioè malato = cattivo = stile di vita non sano = se l’è cercata.
Ecco, vorrei ricordare a bassa voce (anche perché di più non ne esce) che non prendere farmaci è anzitutto una fortuna, non un merito. Poi va bene non abusarne, fare attenzione a cosa si mangia e a come si vive ecc. ecc… però, insomma, anch’io mi sono un po’ rotta, se devo dirla tutta (e non potendo dirlo, lo scrivo).

Foto: Lanzarote 2015

Uscirne indenni

2012-06-06 07.41.18Pensavo alle cose che di te restano
com’erano, prima quando ancora
tutte le altre cose
pure loro.

Il colore degli occhi ma
solo quello
lo sguardo, no, lo sguardo
non s’è salvato.

Però una cosa invece
una cosa, sì: le orecchie.
Attaccate come sempre,
appiccicate alla testa, lì fuori ferme
mentre dentro
piccole e coi bordi uguali
a prima, come sempre da quando ti ricordo.

Ne sono uscite indenni, le orecchie.
Le tue
e, ora che ci penso,
anche le mie.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Invidia

Per chi non conosce il male
o lo conosce ma solo un po’, così,
per sentito dire:0328
magari il figlio dell’amico,
un lontano cugino, la sorella
del cognato o addirittura
nessuno
di sua conoscenza, proprio nessuno.

Per chi ha conosciuto il male
ma ha vissuto anche senza:
arrivato, e poi andato.
Per chi ha pensato: fine! Ora si parla d’altro.

Per chi non riesce a immaginare
niente
di così terribile da far dubitare
che ne valga la pena, per chi dice
massì, dai, in fondo
ce la siamo sempre cavata tutti, no?

Per questi ed altri:
invidia
come una protesta contro
come dire basta
e poi voglio
anch’io voglio, come gli altri
altrove
altre difficoltà, va bene,
ma di queste: basta.

Arianna

Foto: Eleonora Pascai

Il dilemma

Nei giorni difficili ti chiudiIMG_3459
in stanza non esci non rispondi
al telefono.
Di tanto in tanto trascini un piede, due
in cucina ma solo un attimo
metti su il caffè poi chiedi
“Guardate voi?”.
Quando viene su incredibilmente fa
come fa
sempre di solito
un caffè nella moka
ignaro del tuo umore della giornata
uguale ad altre diversa
beato lui.

Nei giorni difficili sei anche tu
come i giorni:
difficile capirti ascoltarti nel tuo silenzio
stai male, ti sento da fuori che dentro
piangi
o semplicemente respiri, ferma
ad aspettare il niente ché niente
t’aiuta.
Nei giorni difficili noi stiamo fuori
davanti alla porta aspettiamo ci guardiamo
e il primo che parla
sospira.

Nei giorni difficili un dilemma
mi tormenta: come fare
a stare
come sto.

Arianna

Foto: Assisi 2014

Il bello e il cattivo tempo

IMG_3239Lo decidi tu
o, meglio, le voci
nella testa prima e poi
sul tavolo
in cucina dentro al caffè
dek
ma soprattutto dove stai tu di più:
tra le pieghe
del letto.

Il bello e il cattivo
cattivo proprio a volte
fatto di cose che feriscono
come parole e sguardi
lontani
lontani.

Ho paura
in questi casi si dice per dire
fuori
che forse vuol dire solo uscita,
come capita a tutti:
uscita un attimo
che dura
quanto dura
quando torni?

Mi manchi
non resta niente
di quello
fatico
tra continui sbalzi di temperatura
questo vento obliquo e ancora
piove.

Arianna

Foto: Umbria 2014

Auguri

Non so come funzioni, con gli auguri.
Se uno può davvero
le cose
che più di tutto.
Oppure se, anche con gli auguri,
bisogna andarci cauti,
per non rischiare l’indifferenza del troppo.
Ché a quel punto diventano solo parole
così, tanto per.
Ecco, no, io vorrei farti un augurio bello
cicciotto, con un peso pesato,
performativo.
Vorrei dirti parole capaci
di realtà – come minimo –
immaginaria.
Con un po’ di paura
di ferirti, e poi irritarti,
o di irritarti, e poi ferirti,
ti auguro allora
una pausa
dalle voci cattive,
una pausa
dai pensieri, le crisi, la testa
piena, le gambe stanche, la rabbia
che ti rende a volte molto a volte poco
dura, pungente, attorcigliata.
Una pausa lunga
quanto basta
per farti sospirare e buttar fuori
tutto ma anche solo qualcosa,
un po’, insomma,
lontano,
quanto basta.
Una pausa per te,
e per noi,
una pausa
per stringere forte, con due braccia,
queste piccole
piccole cose.

Arianna

Statistiche

“Guarirà mai… prima o poi?”
“Non lo so”.

IMG_2684Il medico dice che non lo sa. Cita, però, le statistiche: il 50% guarisce, il 50% no.
Ma non sa dirti in quale metà finisci, e dunque da un lato speri: “Beh, dai il 50%…” e dall’altro temi: “Però il 50%…”.
Ma anche se finissi nello zero virgola, per te quello sarebbe il 100%.
Le cose che davvero ti premono, cioè sapere che vita farai, se potrai o non potrai, se questa malattia un giorno, oppure invece… ecco, queste cose, finché non finisci in qualche 100% che ti riguarda, continui a non saperle. Malgrado le statistiche.

Arianna

Foto: Vernazza 2014

 

La giusta distanza

E’ quella che ti fa immaginare come si sta, ma fino a un certo punto.
Fino al punto che non ti fa paura.
IMG_1953Ti fa stare con i piedi per terra, a fare discorsi campati in aria… tanto i piedi da lì non si muovono.
E’ una cosa tra l’immedesimazione e il distacco.
Una cosa tipo andare a trovare qualcuno che è malato – e qualcuno io lo conosco – però solo alcuni giorni, non proprio tutti tutti. Andarlo a trovare, stare ad ascoltare, non dare consigli, immaginare senza cercare di capire (“tanto tu non puoi capire”… oltretutto).

E lasciare una finestra aperta.
Se vuole… ma senza insistere.

Arianna

Foto: Parigi 2013