Io e il mare

Ospitiamo su Aironi un’amica, Filiderba 🙂

Ti ho trovato e non riuscivo ad andarmene, mi sembrava di non averti guardato abbastanza
e non riuscivo ad andare via da te e dall’ultima spiaggia in cui avevo scelto di andare.

Solo negli ultimi giorni sono riuscita a spostarmi meno
e starti di fronte.

 

In verità l’ultimo giorno ti ho condiviso con il vino perché non è facile stare sola con te.

Eri il mio ultimo pensiero la notte e il primo al risveglio.
Poi c’erano gli altri.
E che bello fossi tu il primo pensiero e non chi il mare non me lo ricorda più.

 

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Come sughero sul vasto mare

Siamo tappi di sughero. Se c’è una cosa insopportabile, per un tappo di sughero come me, è incontrare nel mezzo dell’oceano altri tappi di sughero. Non che non apprezzi la compagnia, il problema è un’altro.

Io sono un tappo di sughero, sono una mente che galleggia sopra un mare di inconscio, di pulsioni, di istinti. Galleggio e basta. Non affondo, certo, ma non è che abbia una meta precisa. E non sopporto gli incontri.

I tappi di sughero che incontro si credono barche. Non c’è niente di più insensato che vedere un tappo di sughero che “naviga” nell’oceano e mi fa: “Ciao barca (riferendosi a me!), vai anche tu in questa direzione?”

Lo guardo perplesso, come fosse un tipo un po’ tocco. “Direzione? Ma quale direzione! Qua si va tutti alla deriva!”,  e l’altro tappo giù a ridere. “Ma se sto andando nelle Americhe!! Mi basta issare le vele e flush, Nuovo Mondo, arrivo!”. Scarso contatto con la realtà, forse. Non me lo spiego.

Io mi sento invece un tappo di sughero, senza bottiglia né messaggio da conservare. Mi sento disperso, mi sento che se un’onda arriva, arriva, non ci posso fare nulla, se non restare a galla. Ed è già molto.

Ridacchio quando sento di persone pronte a prender con la mente le redini del’emotivo. Con la mente, con la mentucola. La mentucolina. Come prendere il mare col secchiello della sabbia.

Io sono un tappo che ride.

Giulio

Ocean crush

Mi sono aperto all’acqua e ad essa poi fuso, oceano sublime, mio compagno di vita e di viaggio.

Erano le 5 e cominciava ad imbrunire in questo inverno alle porte, il cielo azzurro cristallo sfumava nel prussia nel grigio e poi nel viola prima di tuffarsi all’orizzonte nell’acqua, scura che si scioglieva poi in chiazze blu notte che ringiovanivano fino all’azzurro vicino ai miei piedi. La tempesta arrivava lenta e si faceva attendere, annusare prima nell’aria umida per poi scoprirsi, tra i suoi velli di nebbia bianca, lenzuola dell’oceano, di una fitta ma quantomai dolce e sottile pioggierella, carezza del vento.

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Lo conoscevo diverso
sempre illuminato
dal sole, una foto…
ed oggi mi si confida cosi’
mi racconta di lui
tra le nuvole scure
una tempesta alle spalle
un gabbiano sulle onde.

Mi si e’ aperto davanti
che non me l’aspettavo
mi ha detto di lui
cio’ che in pochi sanno
nudo nella bellezza di mostrarsi
se stesso, sono il suo amante;
oceano: solitario diamante.

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Giacomo