Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

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Colpa tua (sempre e comunque)

Venerdì sera, una coppia di amici di amici, genitori di un bimbo di un anno e mezzo.
Lei (riferendosi al compagno): “Ma sapete che lui non cambia mai i pannolini?”
Amico 1: “Proprio mai mai?”
Lei: “Mai! Cioè, per cambiarli dev’esserci una situazione di emergenza, tipo che io devo stare a 100 km di distanza!”
Lui: sorride leggermente imbarazzato
Amico 2 (rivolto a lei): “E’ colpa tua”
Lei: espressione di sconforto e stupore
Amico 2: “Sì, è colpa tua. Sei tu che l’hai abituato così”.

Ora, proviamo a ragionare: se il maschilismo è un problema di asimmetria di potere che si dispiega nella società nel suo complesso, e se risulta dunque irriducibile alla psicologia individuale di donne e uomini presi singolarmente, bisogna sì cambiare ciascuno in prima persona ma al contempo modificare il contesto micro e (prima o poi, si spera) macro sociale. Allora sarebbe forse il caso di cominciare proprio nel micro, sanzionando negativamente gli uomini che adottano comportamenti maschilisti.
Mi sarebbe piaciuto, per esempio, che l’Amico 2 avesse esclamato (rivolto a lui!) qualcosa del tipo: “Ma non ti vergogni?” oppure “Non ti facevo così maschilista!”.
A forza di ricevere messaggi di questo tipo, forse, quel papà svogliato qualche pannolino ogni tanto l’avrebbe cambiato.

Arianna

Ditegli di smettere

1575La scorsa estate, il cortometraggio di una studentessa ha fatto scalpore a Bruxelles: attraverso una telecamera nascosta, la ragazza ha filmato gli insulti, commenti e proposte indecenti che le vengono quotidianamente rivolti per le strade della capitale belga. Si è parlato di multare gli autori di tali violenze verbali, si è accusata la studentessa di razzismo, perché il corto è girato in un quartiere abitato principalmente da stranieri. Ora, a prescindere dalla nazionalità di chi si permette di insultare e trattare come una prostituta (con tutto il rispetto per le prostitute, tra parentesi) una donna o una ragazza che cammina per strada, trovo che questi comportamenti siano intollerabili. Proprio nel senso che non si possono tollerare. Perché è pesante, umiliante, e fa venire una gran rabbia sentirsi insultare, interpellare o commentare (da uomini spesso in gruppo, guarda caso) mentre non si sta facendo altro che camminare per strada.
Ovviamente ci sono violenze sulle donne ben più gravi di questa, e i quartieri “bene” non sono certo meno maschilisti, sebbene lo siano in modo diverso. Però, ecco, se conoscete qualcuno che commenta le ragazze per strada, che le interpella, che fischia o addirittura insulta… se conoscete qualcuno che si permette di dire “Ehi bella” oppure “ça va” a una donna che non conosce, per il semplice fatto che questa donna è sola… ecco, se conoscete qualcuno che assume questo genere di atteggiamenti, ditegli di smettere. Subito.

Arianna

Foto: Gegio

La frutta

Ci siamo arrivati, alla fatidica frutta. Le parole che corrono sulle prime pagine dei giornali e nei forum di informazione, quelle che suonano più o meno come “Meglio essere uno sporco maschilista che essere gay”. A questo punto, cosa rimane da fare? Non lo sappiamo più, forse. Più che denunciare, indignarci, dire fare baciare lettera testamento, sembra che niente abbia la forza necessaria a far cadere questo soffocante potente che si è nutrito dei bassi istinti, che è stato votato dalle basse emozioni… Questo è il punto: Berlusconi è un’emanazione culturale (lo è sempre stato, lo è diventato?), penso a volte che sia una specie di concretizzazione di alcuni valori culturalmente accettati, un’incarnazione di come l’italiano vorrebbe che sia l’italiano che cerca di essere. Un uomo con una virilità ostentata, detentore di un potere squisitamente economico con cui può raggiungere i suoi obiettivi, raggirare la legge, trovando l’inganno una volta fatta la legge, o facendo una legge con l’inganno, sistemando i propri affari, salvaguardando gli interessi del familismo amorale. Un uomo che, nonostante l’avanzare dell’età, si attornia di gioventù, legittimando la costruzione di mete culturali allineate alla logica del successo e dei quindici minuti di celebrità. E ci sarebbe da dirne ancora: il fatto è che ho l’impressione che ad un certo punto B. sia apparso, come fosse stato creato nel laboratorio della società italiana, come fosse comparso nella forma che conosciamo, cullato e alimentato dalle nostre infime volontà di potere, pompate dal rampantismo degli anni Ottanta e dal modello d’azione sociopolitica che – piccolo incidente di percorso – Tangentopoli aveva mostrato. Che sia apparso come quella frutta geneticamente modificata che non marcisce mai, se non in chi se ne ciba, diventando tumore.

Gianmarco