Ti ho vista pregare

Ti ho vista pregare
seduta sul divano
in punta, al solito,
timorosa di disturbare
d’imprimere
il tuo segno nel mondo.

Era sera, ieri, e tu
dicevi
il desiderio profondo
del tuo cuore.

Io non lo chiedo più, mamma,
ho smesso
fa male
il semplice desiderare.

Scava, apre, illumina
lo scarto
tra questo dolore, vivo,
e il possibile di prima,
immaginato.

Mia sorella però è tua figlia
e una mamma
non si arrende.

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Oggi sei stato in altalena

Oggi sei stato in altalena
per la prima volta
e io non c’ero.

Non ho visto
la tua bocca che si apre
per far spazio
allo stupore,
non ho sentito
la tua risata chiara,
ruscello di montagna.

Era la prima volta
ma molte seguiranno:
io vado al lavoro
e tu
diventi grande.

Dormo meglio con te

Dormo meglio con te
appiccicato
col respiro pieno
di catarro
e le braccia
allargate a croce.

Dormo meglio con te
scomoda
con la paura
di schiacciarti
stretta su un fianco
a trattenere la tosse.

Anche i grandi
vedono mostri notturni
ombre lunghe
come pensieri
nei giorni non ancora.

Stammi vicino
tu che sei piccolo
e ti basti
con la tua mamma.

Preghiera semplice

Dio delle madri
insonni
a vegliare su pensieri
appuntiti e disordinati
come chiodi in una scatola
a vegliare su figli
malati e pieni
di paure
fa’ – ti prego –
che le mie carezze
restino
ingombranti e ostinate
fa’ – ti prego –
che il mio piccolo
ci scivoli sopra, c’inciampi contro
quando tagliente e ruvido
quando buio e stanco
fa’ – ti prego –
che le trovi
senza cercarle.

Non mi avevano avvisata

Non mi avevano avvisata
che avrebbe fatto male
una puntura, qualcosa
di sottile e tagliente
a lacerare tessuti
le nostre ultime difese.

Non mi avevano avvisata
che saremmo sprofondati
nel tuo bozzo primitivo
di necessità e urgenza
nudi come
animali selvatici.

Non mi avevano avvisata
e ora che ci sei
abbiamo tutto
da perdere.

Foto: Iran 2018

Generare o non generare

E’ una questione che emerge, non da tanto. Fino a qualche decennio fa, non c’era neanche da porsi il problema. Sarebbe stato assurdo come chiedersi se permettere al cuore di battere o impedirglielo, come se la cose dipendesse da noi.

Ora invece è una domanda, non retorica, sebbene la pressione sociale verso la genitorialità come strada obbligata resti fortissima, soprattutto nei confronti delle donne. Chi dichiara di volere figli, non deve per forza motivare, giustificare la propria scelta. Al contrario, chi non desidera figli è spesso costretto (perché subissato di domande) a fornire spiegazioni, ragioni, a rivelare “dove sta il problema”. Come se fosse un problema, appunto, il fatto di non desiderare d’esser madri. (Tra parentesi: nel caso degli uomini che non vogliono diventar padri mi pare prevalga una pressione sociale meno violenta).

Un’amica è incinta, e dopo aver passato i primi tre mesi con forti nausee, ora soffre di sciatalgia. Un’altra ha partorito due gemelli dieci anni fa, e da allora ha problemi di schiena. Un’altra ancora mi confessa che, se dipendesse solo da lei, resterebbe incinta in continuazione, perché “è una cosa fighissima”.
Insomma: dipende.

Così come chi nasce: dipende. Tantissimo. Ci son quelli che dormono, quelli che proprio no, quelli sani, quelli che nascono malati o che si ammalano dopo. Quelli che da adolescenti rinfacciano ai genitori la fatica di averli messi al mondo, quelli che fanno di tutto per andarsene, da questo mondo, e a volte ci riescono. Ci son quelli bene o male sereni, e contenti di esserci. Dipende. Da tante cose e non solo né principalmente dai genitori, né dalla madre, come ancora troppi credono, e predicano. Dipende anche dalla fortuna e dalla sfiga o, detto diversamente, dal caso. Dall’insegnante che trovano, dal gruppo dei pari, dal fatto se saranno considerati belli o brutti durante l’adolescenza, dalle loro materie preferite e inclinazioni, e dalla coincidenza di queste ultime con le competenze valorizzate dalla società in cui si trovano. Insomma, dipende.

Ecco, io credo che di fronte a questo “dipendismo” sia sbagliato (termine forte, lo so) convincere chi non vuole figli ad averne. Perché essere genitore significa accogliere quello che viene per tutta la vita: può andar bene, ma può anche andar male. E quindi bisogna sentirsela.

Arianna