Omelia domenicale

Fattasi una sferza di funicelle, cacciò tutti dal tempio: pecore e buoi, e rovesciò a terra le monete dei cambiavalute e i loro banchi. E disse ai mercanti di colombe:  – portate via di qua queste cose e non trasformate la casa del Padre mio in un mercato – .  <…> Allora risposero i Giudei e gli dissero: – Che segno ci mostri tu, che fai questo? – . Rispose Gesù e disse loro: – Demolite questo tempio, ed io in tre giorni lo farò risorgere – . Egli però intendeva il tempio del suo corpo.

Vangelo di Giovanni

Voglio oggi tentare un esperimento assolutamente innovativo: quello cioè di sostituirmi al prete. Mi avventuro in una terra davvero insidiosa: desidero commentare insieme a voi le sacre scritture. Spero di riuscire a non rendere il tutto una palla con una qualche morale infilata dentro. E’ domenica, il giorno perfetto per questo genere di cose.

Nella mia città accade spesso che intorno alla piazza principale si svolgano attività di ogni genere, dal palio per la polenta delle feste Vigiliane, alla sagra delle castagne o che altro. In realtà questi happening di stampo medievale sono stati reintrodotti da alcuni anni soltanto, non sono qualcosa di culturale, ma qualcosa di farsesco, nato soprattutto da due necessità: dare un senso al turismo e far divertire i locali. Ebbene, forse non tutti sanno che, come in ogni città che si rispetti, anche a Trento in piazza c’è il Duomo, la nostra cattedrale, un po’ bruttina per la verità, pesante nella struttura, scura all’interno: insomma le pecche del romanico. Crescendo in questa città ho notato qualcosa accadere negli anni: una cosa che non mi dà fastidio alcuno e che però è una metafora forte per qualcosa che mi dà fastidio assai. Le feste pagane, i festival, il vin brulé, le bancarelle dei vestiti, si sono poco a poco avvicinate alle mura della chiesa. Durante il matrimonio di un amico in Duomo il prete si è trovato a dire “sono secoli che celebriamo matrimoni qui nella cattedrale e oggi abbiamo difficoltà a causa del rumore fuori”. C’era il palio del non so che, una gazzarra tra le tante.

Secondo me ci piacciono così tanto le festività medioevali perché nel medioevo ci siamo appieno. Ci piacciono le catapulte, i paggi, i vestiti clowneschi di epoche passate. E’ il grande circo, che trovo divertente, ma innegabilmente medioevale. O ricorda anche quel panem et circensem degli antichi romani. Epoca di decadenza, come la nostra. Ma non è questo che mi dà davvero fastidio, anche perché per me la chiesa non ha una valenza religiosa di qualche tipo.

E’ quella metafora forte di cui parlavo prima. Per questo ho iniziato con il passo del vangelo di Giovanni, perché nelle ultime parole si nasconde un’altra possibilità di lettura di questa realtà. I dintorni del mio tempio interiore, il tempio del mio corpo, come quelli della cattedrale della mia città, hanno subito durante gli anni un lento processo in cui le bancarelle dei mercanti si sono, poco a poco, avvicinate alle mura. Così i mercanti della pornografia, del denaro, della pubblicità, della volgarità, della politica vergognosa, dell’ignoranza si sono insediati nelle vicinanze delle mie mura, nelle vicinanze del nostro tempio interiore, tanto che oggi ci sembra normale. Ci sembra normale essere ricoperti di merda dalla mattina alla sera, anzi vi dirò di più: senza la nostra dose giornaliera di merda, nemmeno ci piace vivere. Senza quel po’ di televisione o quell’occhiata di sfuggita ad un culo in un cartellone, o senza una battuta volgare al giorno, vivere è diventato difficile. Io chiedo al mondo quello che Gesù ha chiesto a quei mercanti di colombe: non trasformate la casa del Padre mio in un mercato. E quella casa è per me il mio tempio interiore. Non possiamo permettere che ci sia un porcaio in prossimità del luogo più sacro celato dentro di noi. C’è così tanta merda da quelle parti che nessuno nemmeno sospetta più che in una tale fognatura di emozioni e pensieri abbruttiti via sia il più meraviglioso dei templi, la Cattedrale immacolata del nostro Essere.

Mi piace la foga con cui Gesù, con quella sferza di funicelle, picchia e scaccia quei mercanti. Anche a Cecco del Caravaggio piaceva. C’è un’assolutezza nel suo gesto, che mi auguro di avere il coraggio di ripetere, dentro.

Fine dell’omelia, andate in pace.

Giulio