Le trafic est interrompu

“Le trafic est interrompu sur la ligne 5, dans les deux sens”.

A Parigi capitava spesso. Ieri, invece, a Milano, ci hanno comunicato che non si poteva accedere alla metro perché c’era stato un suicidio. Non “traffico interrotto” bensì “suicidio”: una persona ha detto ad altre persone che una terza persona si era suicidata.
“Ma quindi adesso come facciamo? Per quanto tempo è bloccata la verde?”
“Nooo! Vabbè, ma non è possibile! Bloccata fino a quando?”
“Ma pensa te che sfiga… proprio oggi che ero già in ritardo…”
“Sì, ma non ci pensano ai disagi che creano? Se proprio si devono suicidare, non possono farlo nel weekend?”.

06. semaforiMi sono fermata, a piangere, per la disperazione di questa persona che non conosco e per la fretta di arrivare ai nostri insignificanti luoghi di lavoro, così la metropoli gira gira, e non pensa.
Ho fatto tardi, ovviamente.

Foto: Mosca 2012

Ossidoriduzione

«Scusi, lì c’è spazio» è la frase che più spesso si sente pronunciare alle fermate della metropolitana, quando tutti tentano di salire e di incastrarsi nel vagone già pieno. Incastrarsi, occupare tutto lo spazio disponibile. In un ambiente sociale dove solitamente tentiamo di distribuirci nello spazio a distanze che non superino i confini della nostra bolla prossemica; in uno spazio sociale in cui si cerca di annullare la forza di gravitazione fra due e più corpi; in questa atmosfera sociale di distacco, l’esperienza del viaggio metropolitano sembra concedere un tregua a questa valorizzazione del legame debole. In vista dell’obiettivo, si è disposti in un qualche modo a rinunciare alla difesa della propria individualità fisica e l’invito è a occupare ogni singolo quadrato di superficie. Si pongono così le condizioni per un’interazione all’interno delle rispettive bolle prossemiche, anche se l’interazione, in realtà, non avviene: ognuno rimane nella propria individualità psichica nonostante la contiguità dei corpi. A dirla tutta, ci sono solo imprenditorie singole in un vagone del metrò. Ciascun passeggero è lì per intraprendere la propria iniziativa quotidiana personale e personalizzata, il destino dei compagni di viaggio è privo di interesse, tutti siamo accomunati da una parte di destino, quella del viaggio. È a questo punto che l’esperienza del movimento diviene esperienza liminale, di passaggio da uno stato all’altro dell’esistenza (una sua porzione temporale, almeno). Nell’esperienza del passaggio (cfr. il buon vecchio Van Gennep) l’individuo perde le sue caratteristiche precedenti e si prepara ad acquisire quelle che la nuova condizione gli offre; l’annullamento della distanza durante l’esperienza liminale del viaggio in metropolitana non prepara a una condizione nuova, diversa da quella in cui ci si trova al momento dell’imbarco. Fuori dai sotterranei della città, si torna ad abbracciare l’impostazione prossemica della distanza. Considerare quest’esperienza come passaggio antropologico permette però di concepire il quotidiano come cosparso di innumerevoli passaggi di stato che potremmo definire impropri: momenti della giornata in cui, ad esempio, sacrifichiamo la nostra prossemica distanziale in virtù di un qualche obiettivo a breve termine; momenti che si ripetono tutti i giorni, acquisendo la conformazione del rituale. Il cambiamento di stato allora potrebbe consistere nel continuo raggiungimento dell’obiettivo attraverso il rituale di passaggio, che diviene così il canovaccio della performance quotidiana: riti senza i quali non ci è possibile portare a termine i compiti che il nostro vivere sociale ci assegna. Se adottiamo questo punto di vista antropologico, tornando al nostro viaggio in metropolitana, la tribù esperisce nello stesso lasso di tempo un rituale comune, condiviso anche senza esplicitazione del consenso, trasformando l’individualità in esperienza collettiva e realizzando il paradosso della solidarietà dei numeri primi, adattamento contemporaneo della comunità. E questo è un po’ quello che passa il convento, senza cercare di aggrapparci a un’idea di comunità che rischia di diventare mero nostalgismo da localizzazione fondamentalista.

Gianmarco

Otto anni dopo

ParisSono tornata, hai visto? Eh, te l’avevo promesso! C’ho messo un po’ – è vero – ma cosa importa? Otto anni, in fondo, non sono neanche tanti. Siamo cambiate entrambe però: otto anni, in fondo, non sono neanche pochi.  
Ma fa differenza per te, una persona in più, in meno, soffri le perdite, le conquiste? Ti accorgi di me?
E, dimmi, ti sei mai chiesta perché tutti corrono, quando sono giù, nei tunnel del metrò? No, non è soltanto perché hanno fretta. Perché tutti corrono di più, quando sono là sotto? Perché vogliono scappare dai tuoi corridoi: brutti, sporchi, puzzolenti. Lo sai, questo? Sì, sei bella, certo, ma non sempre, non dovunque. E ci pensi mai agli autisti del metrò, tutto il giorno al buio, tra le ombre della Ville Lumière?

Io, oggi, c’ho pensato. 

Arianna 

Underground

Londra. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Barcellona. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Parigi. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Su e giù, dal sottosuolo, come talpe. Su in superficie, uno sguardo in giro e via, sottoterra, di nuovo, verso il prossimo tunnel. Pochi passi, pochi passi, mi raccomando, pochi passi. Tante foto però, tanto shopping. Mi siedo da Starbucks chiudo gli occhi e mi domando come sarebbe vivere qui, con tutte queste catene di negozi disseminati tra le vie. Un breve viaggio diventa così una toccata e fuga da un mondo che odora di locali, di moda, di internazionalità, di grandi catene di negozi, di quello che non si vive in una città che non è metropoli.

E’ questa la vera felicità? Chiedetelo alle talpe.

Giacomo

Un discorso perlomeno inutile

Alla fine, se ogni mattina nessuno sembra potersi permettere di perdere un treno della metropolitana, nonostante il successivo arrivi entro tre minuti, e di conseguenza si sta come sardine in scatole, questo non inerisce una certa cultura della puntualità, che non concede nessun quarto d’ora accademico fuori dalle università? Ci sono luoghi di lavoro in cui o entri all’orario prestabilito, mettiamo le nove, o se entri alle nove e zerodue hai perso un’ora, ossia hai perso una parte di stipendio, e per due minuti di ritardo nel passare la tua banda magnetica nell’apposito lettore, devi farti un’ora intera in più per recuperarla. Va bene, la puntualità è un valore, ma un valore imposto con la minaccia della violenza è un fondamentalismo, e non va più tanto bene. È anche vero che se ci fosse il permesso di entrare tra le nove e le nove e un quarto, ad esempio, la maggior parte se ne approfitterebbe e entrerebbero tutti a ridosso delle nove e un quarto. Che è un po’ come dire a ridosso delle nove. Ma ne siamo sicuri? Siamo sicuri che si tratti di semplice opportunismo o “voglia di lavorare saltami addosso”? È un po’ come dire: i giovani sono tutti maleducati e non rispettano. Poi io vedo in giro solo giovani che chiedono scusa se urtano una persona per strada; che cedono il posto a una donna incinta o a chiunque ne abbia più bisogno; che si imbarazzano a chiederti una sigaretta e ti danno del Lei anche se potresti essere il loro fratellone; che si interessano del mondo a modo loro, senza sbandierarlo o comprare giornali, ma andando sui quotidiani online; che sono contenti di aver potuto votare, come azione civile; che sono più generosi di noi “adulti” con chi ti suona la fisarmonica in metrò; che fanno tanto i bulletti e ti rubano il cappello, ma se glielo vai a richiedere te lo ridanno, anche un po’ dispiaciuti… In poche parole, vedo dei giovani. Tutto questo per dire, che se magari si accogliesse un po’ di più una certa cultura del ritardo, che poi altro non è che una cultura della lentezza ritrovata, non credo che ci sarebbe una cloaca di opportunismo. Magari, vedendo il treno pieno, qualcuno potrebbe dire: va bene, prendo quello dopo; mi leggo ancora un po’ il free press o il mio romanzo; dai, dicevi?
Tutti più rilassati, che già fa freddo.

Gianmarco