La Piana – 2/2

Che tenero, il Borghezio! Con quel suo fazzoletto. La camicia aperta e la sua testa patatona a fare un po’ giù, un po’ su. Una breve apertura degli occhi, lo smarrimento di un attimo, lo sguardo di un bambino che al supermercato non trova più i genitori, le mani sudate di una ragazza minuta pronta a baciarti ma che non sa come, uno sconto inatteso, un regalo sorpreso, e poi di nuovo un po’ giù, un po’ su. Una passata rapida di lingua sul labbro, un ripalleggiamento al palato col sapore di stomaco bianco, e poi di nuovo un assopire assopito assopirsi, giù, su, col treno che approccia Magenta. Che bello il ciondolare di Borghezio sul treno.

L’avete mai visto American Beauty? Il video che il ragazzo fa vedere alla tipa, quello della busta che balla mossa dal vento. L’avete mai visto? Quanta bellezza c’è, in quella busta? Quanta, in quella testa di cazzo – C, sia chiaro, di luogo comune – che ciondola sullo stesso regionale su cui stiamo viaggiando anche noi?

Non avevo la telecamera con me, allora. Se no sì che l’avrei ripreso, il Borghi. Altro che Blob! L’avrei rimontato come non mai. Anzi, l’avrei proprio preso si peso. In braccia. Lui che non si sveglia. Scendiamo a Torino e prendiamo così, insieme, la freccia del Sud. E lui dorme, dorme, su quel treno lunghissimo. Ci saremmo lasciati la Piana alle spalle e io con lui, insieme, saremmo scesi per la prima volta sotto la Linea Gotica. Un mondo sconosciuto. Gente coi bonghi. Gente coi calli. Gente che mangia panini farciti ovunque – nelle piazze, sui campanili, in coda al museo. Buste enormi, mandolini, scacciapensieri, e il Borghi che dorme. Dorme, dorme, fino a quando il treno si ferma e siamo costretti a scendere, entrambi. Siamo nella piana di Puglia. Intorno, è pieno di negri unti e sudati, cassette di pomodoro in giro, il sole alto nel cielo. Il Borghi allora si gira, mi guarda, e io credo proprio che si incazzi. Che sia lì lì per sbiellare. Con la bava, il ringhio e tutto il resto. E invece no. Muto, col suo mento e i suoi peli, aspetta che io gli dica qualcosa. È in effetti un po’ smarrito il Borghi. E così, un lampo di genio, gli dico: Sire, Maestà, ce l’abbiamo fatta. L’Italia è di nuovo un impero! Abbiamo invaso nuovamente l’Etiopia e, fatti due calcoli, abbiamo decretato ch’era meglio portarla qua! Lui ciondola. Si passa una mano sul mento, asciuga il suo crasso e poi sorride. E ha denti bianchi, il Borghi, bianchi come i denti dei negri che incuranti di noi continuano a lavorare, abbassandosi, piegandosi, spezzandosi, un po’ giù un po’ su, alle nostre spalle.

[fine]

La Piana – 1/2

Io sono figlio della Piana Padana. Quando la attraverso in treno, questa piana, a volte, non sempre, penso a Borghezio e al concetto di bellezza. Vedete, ho imparato a riconoscere la bellezza anche in Borghezio. A 27 anni direi che è un traguardo invidiabile. Nel suo doppio mento unto, crasso, con la C, la C di luogo comune, c’è, a ben vedere, un po’ di bellezza. A lato, probabilmente, come i peli sul labbro superiore di una ragazza così così. O qualcosa del genere. Mi ricorda, quel mento, l’unto che fa la pelle sciolta del pollo in quelle vetrine dei girarrosti arabi che ci sono a Porta Palazzo. È rossiccia, bruciacchiata, fa chiazze marron che riempiono il cuore. Mentre sei o sette polli sono lì a girare da tempi in cui Averroé si faceva ancora le pippe, io sono capace di fissare quelle chiazze di unto per venti minuti buoni. E senza fumare. Non ho un cazzo da fare, direte voi. Bene. Ma il punto qui è un altro: il punto è che c’è bellezza anche nel mento ovino di Borghezio.

Una volta l’ho visto, sul treno. Il treno che attraversa la piana. La piana di cippi romani, di fiori ai lati delle provinciali, di cambi di mais e allevamenti suini. La piana Pirelli. La piana di quei paesi da quattrocento persone con due centri commerciali e il Trony, è ovunque il Trony. Che non ci sono proprio paragoni. Comunque, l’ho visto, a Borghezio. All’altezza di Rho. Era là, tre sedili più avanti dei miei. Sì, ero in prima classe. Ma non ditelo in giro, potreste rovinare la mia immagine di figlio d’operaio che legge il manifesto, ha le All Star scassate ai piedi e fuma solo tabacco rollato. Era là, quindi, con la sua camicia grigia, aperti i bottoni del collo, peli a venir giù come uno di quei terroni di Sila, e l’immancabile fazzolettino. Verde, è chiaro. E che faceva, il Borghezio? Che faceva, direte voi? Dormiva. Sì! Proprio come facciamo tutti noi, la domenica, quando torniamo a casa, ci sediamo sui seggiolini sfondati del regionale e iniziamo prima a scorreggiare lentamente – begli aloni caldi e soffici dallo sfintere (che bella parola, tra l’altro, sfintere, così musicale) – poi un lieve tepore ci accarezza la testa, emettiamo ancora un breve ruttino come un buffo a un bambino e iniziamo infine a ciondolare. Benedicendo così le lasagne di mammà. Ora, io non so se Borghezio avesse, allora, mangiato lasagne, né se chiama sua madre mammà – dubito, ma non ne ho la certezza – e non mi è neppure dato sapere di che colore scoreggia. Ciò che conta è che Borghezio, sul treno, ciondola come tutti noi. Io lo guardavo, rimasi sveglio apposta a guardarlo.  […continua…]