Straniera tu, straniera io

Milano, San Cristoforo, stazione del treno.

Una giovane donna in chador nero solleva un passeggino con bimbo annesso, e scende di corsa le scale del sottopassaggio. Alla rampa successiva, da percorrere in salita, riesco ad offrirle il mio aiuto.
Il passeggino è pesante, mi chiedo come abbia fatto a trasportarlo da sola. Arrivate in cima le sorrido, cercando di mettere nel sorriso tante cose: come il fatto che, se vuole, possiamo parlare, abitiamo nello stesso quartiere, mi piacerebbe conoscerla.
Lei però fissa dritto davanti a sé, non incrocio il suo sguardo. Bisbiglia un “grazie” in tutta fretta e si mette a camminare spingendo il passeggino.
La osservo mentre si sposta di qualche metro sulla banchina, parlando al cellulare. Poco dopo la raggiunge un uomo, più vecchio di lei, che si mette al suo fianco e prende in braccio il bambino.

Sento un dispiacere spigoloso crescermi dentro, che si mescola a rabbia, e inizio a vedere cose che, in quella scena, non ci sono: vedo una donna di vent’anni venuta dall’Egitto dopo aver sposato un uomo che non conosce, originario del suo stesso villaggio. Vedo una donna a cui è stato detto di non dare confidenza alle italiane, perché sono senza religione, senza morale: escono da sole come prostitute, scoprono il corpo, si truccano. Vedo una donna venuta a Milano per fare figli e stare chiusa dentro al piccolo mondo degli egiziani immigrati qui.

Di colpo mi trovo a pensare che si parla tanto della paura degli stranieri, ma “straniero” è una categoria relazionale: se tu sei straniera per me, anch’io lo sono per te.
La paura è probabilmente reciproca.
Penso a come sia facile piantare un seme di guerra in una mente, un cuore umano. Basta dirsi: “Noi contro tutti”, e permettere che il noi diventi sempre più piccolo, sempre più stretto… fino a stare dentro ai confini dell’io.

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Foto: Lisbona 2017

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Messaggio shock ai sessantenni: siete adulti

Ieri sono stata a una conferenza sulle rinnovabili. I relatori: quadro di società finanziaria parigina, professore universitario di Trento, imprenditore emiliano. Tutti sulla sessantina.
A seguito della relazione auto-celebrativa del francese, il professore e l’imprenditore si uniscono in un sol canto di autocommiserazione e, insieme, disprezzo per l’Italia e chi ci vive:

“In questo Paese non si può fare niente di innovativo, niente di nuovo…”

“In Italia abbiamo una classe politica incapace, le banche non danno crediti, vogliono troppe garanzie, ora va di moda l’ambiente ma in realtà è tutto bloccato”

“Gli imprenditori italiani dovrebbero essere più trasparenti? Ma se siamo in un Paese in cui la trasparenza è solo una parola vuota!”

“Gli italiani dovrebbero votare per interposta persona: dovremmo far venire qui i norvegesi e gli svedesi a votare al posto nostro”

“Ho tre figli e sono tutti all’estero: uno in Olanda, uno in Danimarca e la piccola sta partendo adesso per il Brasile. Per forza: qui da noi non ci sono opportunità, i giovani sono costretti a emigrare!”

Ora: un ragazzo che non trova lavoro ed è arrabbiato con l’Italia, lo capisco. Un ragazzo che decide di andarsene per lavorare meglio, seguire le sue ambizioni e aspirazioni professionali, pure.
Un professore universitario e un dirigente d’impresa con centinaia di dipendenti che recitano la parte dei “geni incompresi”, loro così bravi, così onesti ma osteggiati da un Paese di ignoranti e incompetenti: no. Questo non lo accetto.

Siete adulti della generazione dei baby-boomer, non avete conosciuto la precarietà lavorativa, appartenete all’élite culturale ed economica dello Stato in cui vivete, e in cui avete cresciuto i vostri figli: se i giovani se ne vanno è anche vostra responsabilità.
Avete del potere, un po’ ne avete: usatelo per cambiare le cose in meglio, allora.

Così lontani

Osservando da vicino quest’epoca
ogni ipotesi trasecola
mentre un’ombra inquietante
rabbercia i nostri silenzi
alla bene-e-meglio.
Vorrei riaffermarlo:
la nostra cecità è incollata con l’ombra.
Nel frattempo permetto
alla musica di Pärt
di ricucire i margini slabbrati
dell’umanità
in zoppicante cammino.

par8085517

Giulio

Tornate

E’ un dispiacere vischioso, rimane incollato in faccia, e se provo a lavarlo via, mi imbratto le mani. Pure le mani.

Amici. Del passato, più che del presente: diciamolo.
E ancor meno del futuro, ché non abbiamo nessun progetto (nessuno?) in comune — ed è qui che il dispiacere diventa un boccone piccante, troppo; brucia e fa lacrimare gli occhi.

Mi raccontate cose bellissime, fate e siete bravi, e mentre raccontate invidio quei Paesi in cui vivete, gli abitanti del vostro quartiere, i colleghi e soprattutto gli amici, che possono bere una birra con voi in una sera qualsiasi, o passare a citofonarvi.
Raccontate di come si sta bene, dei servizi che da noi, in Italia, neanche a sognarli, delle buone abitudini che lì tutti, qui nessuno.
Cerco disperatamente una nota di nostalgia, attendo con ansia quel “Tutto bene però…”.
E invece niente.
C’è davvero così poco che vi manca dell’Italia, di noi, che siamo rimasti?
Non vi fa soffrire che ci stiamo provando sempre in meno, sempre più stanchi e soli, a fare qualcosa di bello, qui dove è più difficile?

Ninh Binh - Vietnam 2016
Tornate.
Ci divideremo quello che resta, inventeremo modi nuovi per stare insieme, stare bene, abbiamo bisogno di voi.
E se proprio non volete, non potete, fate qualcosa per chi da qui resiste, nonostante la corruzione, le disuguaglianze: anzi, più che “nonostante”, “contro” e anche “per”. Perché dell’altro esista.
Se è vero che siete diventati più ricchi, più felici, più riposati… allora mandate un po’ di queste cose anche qui.
Le migrazioni possono produrre effetti positivi, ma devono produrli anche nei Paesi da cui i migranti partono, che rimangono orfani dei figli che hanno allevato, curato, formato.

Ci mancate.

 

Foto: Vietnam 2016

Difendersi dal caos della vita

“Certo, è un disagio per i pendolari… ora che hanno reintrodotto il controllo dei passaporti tra Danimarca e Svezia ci metto 40 minuti in più per andare al lavoro… In effetti la gente si è mobilitata soprattutto per questo. Pochi hanno manifestato anche per i migranti”

“Sì, beh, del resto la situazione cominciava a diventare ingestibile… ho delle amiche che lavorano con i migranti, mi hanno confermato che accoglierli tutti come li accogliamo qui – senz’altro meglio che in Italia – era impossibile. Non si riusciva a dare un alloggio a tutti”.

Quindi: se non c’è posto per tutti, bisogna diminuire il numero dei richiedenti asilo. Logico, no? Meglio non accogliere piuttosto che accogliere male. Meglio difendersi dal caos e continuare a vivere felici, con uno Stato sociale generoso e tutto che funziona alla perfezione (peccato solo per quei disagi negli spostamenti tra Malmo e Copenhagen…).
Il disordine mal si addice ai climi freddi; lo conosciamo bene noi, invece, che veniamo da Paesi meno sviluppati, meno civili, dove la gente non parla neanche inglese.

Eccola qui. La tanto lodata Scandinavia.

Almhult

Foto: Almhult 2016

Ribadire la libertà delle donne

Ho saputo dei fatti di Colonia mentre ero in vacanza, in Marocco. I primi pensieri non sono andati ai rifugiati, alle politiche europee, al razzismo. Ho pensato alle donne, all’umiliazione di essere guardate e toccate, come pezzi di carne in macelleria. Ho pensato alle volte in cui mi sono sentita così, e al disagio di trovarmi in un posto in cui gli uomini sembrano padroni dello spazio, della strada. Le oppressioni sono molteplici, eppure soltanto le proprie risultano auto-evidenti: stanno lì, nella pancia.
Perché negare, però, che in alcuni contesti vi sono maggiori disuguaglianze, e più repressione affettiva e sessuale? Nelle politiche di accoglienza occorre ribadire la libertà delle donne (ci son volute lotte!), così facciamo un ripasso anche noi, già che ci siamo.

Una casa al mare

Ha comprato una casa al mare.
Finalmente.
Dice un po’ distante ma il mare è più bello.
Ci sono già i turni per andarci: fratelli genitori nipoti zii amici.
Dice vicino a Pozzallo. In Sicilia.
Un po’ lontano ma il mare lì, è un’altra cosa.

E di qui si va al mare, e di là si attraversa (stipati) quel mare, che è sempre lo stesso ma anche diverso, ché a Pozzallo è più bello.
E di qui non c’è posto neppure per i morti (l’han detto alla radio).
Han detto non c’è posto per i morti, nemmeno per quei trenta che proprio oggi son morti. Nemmeno per trenta. Morti. Per centinaia, migliaia di vivi, manco a parlarne.
E di là vengono di qui. E di qui i ragazzi partono e tornano, solo d’estate.
E di là la guerra e il sogno di un’Europa come l’America da qui. Tempo fa.
E di là donne, uomini, vecchi e bambini. Tanti bambini.
Han detto troppi, han detto non c’è posto.
E di qui bambini pochi, tardi, a fatica. A volte costa tantissimo.
Addirittura, a volte, una donna o due in più, l’utero, nove mesi di vita.
E di là non si fa in tempo a dire ed è nato, un altro bambino, è nata, un’altra bambina.
E di qui i vecchi lentamente, a volte male, muoiono in un modo che sembra tutta morte quella vita sdraiata.
Tanti vecchi, e tanti malati, vorrebbero morire prima, ma di qui non si può.
E di là non si fa in tempo a diventare vecchi, e non si fa neanche in tempo ad ammalarsi, che subito si muore.
Tanti vorrebbero diventare vecchi, ma di là non si riesce.

E non è che giusto di qui e sbagliato di là o sbagliato di qui e giusto di là.
Ma solo non si capisce più, giusto o sbagliato, sbagliato tutto e niente, chi più e chi meno, quale senso, nascere, morire.
Di qui o di là.

Arianna

Foto: Sicilia 2010

I nonni su Skype

Sul pullman, madre e figlia (3-4 anni), latinoamericane.

“Anch’io voglio avere i nonni”
“No, ma tu i nonni ce li hai… solo che non sono qui. Li vedi in Skype, però!”
“…”
“Ti mancano i nonni?”
“Sì”
“Li andiamo a trovare, eh?”
“Quando, domani?”
“No, il prossimo anno…
il prossimo anno”.

Arianna

Foto: Marsiglia 2013

 

 

Conversazioni maliane 1/2

Un amico maliano, che vive in Francia da anni ma vorrebbe “un jour ou l’autre” tornare in Mali:

Mi deprimo, sai… ogni volta che torno… mi deprimo. Nel mio paese quando ti viene a trovare qualcuno, la prima cosa che fai è dargli da bere. Subito. E’ normale, è un paese caldo. Ma da qualche anno, ogni volta che vado a trovare la mia famiglia (quando vado cerco di vedere tutti, o quasi tutti)… beh, ogni volta hanno la tv accesa, a tutto volume, non si accorgono nemmeno che sono arrivato. Se provi a parlare, non senti quello che sta dicendo l’altra persona. E spesso sono io che chiedo di abbassare il volume, loro non ci pensano.

E che programmi guardano?

Ma che ne so, cazzate, tipo telenovelas sudamericane, o programmi… stupidaggini… reality francesi, roba così. E alla fine c’immaginiamo che qui son tutti ricchi, come quelli della televisione, e ci mettiamo in mare. In massa.

Beh, ma è un diritto spostarsi alla ricerca di migliori condizioni di vita, no?

Migliori condizioni di vita? Ma tu hai idea di come vivono, qui? Stanno in foyers, 4-5-6 per stanza, non escono mai perché una volta scaduto il visto turistico sono sans papiers, non possono tornare a casa, non possono lavorare… è un casino. Poi qui fa freddo, è buio, non sono abituati! Se sapessero come vivono i loro fratelli, i loro cugini… e invece appena IMG_2290scoprono che abiti in Francia pensano che tu sia ricco, non si rendono conto che magari non riesci neanche a pagarti l’affitto. Io mi nascondo in Mali, sai? Mi vesto malissimo, molto peggio di loro, cerco di non dare nell’occhio… però le ragazze lo capiscono che vivo in Europa, vedono la mia pelle più chiara, il modo di parlare… e subito vogliono farsi sposare, perché s’immaginano chissà che.

Arianna

Foto: MuCEM, Marsiglia 2013