LA GRANDE BELLEZZA

LA GRANDE BELLEZZA

Si guardò allo specchio un’ultima volta prima di uscire quella sera. Il suo sorriso era smagliante, un rossetto tenue le metteva in risalto le labbra mentre i capelli ricci castano chiaro le lambivano il collo. Il suo sguardo era profondo come il mare, e mentre si guardava compiaciuta negli occhi, con la sensazione chiara e netta di conoscere finalmente se stessa, di aver fatto pace con i suoi pensieri, persino quelli più brutti e negativi, le tornarono in mente dei ricordi di qualche anno prima, ma che le sembravano così lontani da non sembrare nemmeno di quella stessa vita. Era cambiata, e molto anche.

Uscì di casa con un passo deciso ma estremamente femminile, un’andatura elegante che lasciava dietro di se un profumo del tutto particolare, una fragranza che non era solo quella del profumo con cui si era bagnata collo e polsi poco prima, ma che era evidenziata dalla sua sicurezza e stabilità interiore, uno stato di benessere che aveva raggiunto dopo anni di duro lavoro su se stessa. Aveva dovuto accettare tutte le sue paure, sentirsi piccola e indifesa, e ricominciare da lì, ma soprattutto aveva dovuto tornare ad amarsi, per quello che era, per come era, nonostante tutto.

Era sicuramente in sovrappeso, ma riscuoteva un certo fascino sul mondo maschile al di là dei chili di troppo. Il modo con cui si muoveva era estremamente femminile, le sembrava di essere una pantera che avrebbe potuto mangiarsi chiunque. Le piaceva il suo corpo, e si sentiva bella, come non si era sentita mai prima di allora. Molti erano gli uomini che l’avevano corteggiata negli ultimi due anni e che l’avevano invitata a cena, ma lei aveva dato solo a Robert Harrison questo onore, arrossendo sull’ascensore mentre rispondeva di sì, tutta emozionata, alla sua proposta. Le piaceva da morire. Amava come la guardava, il suo modo di fare, a volte un po’ goffo ma che lasciava trasparire una dolcezza e una spontaneità talmente rare da sembrare quasi un retaggio di altri tempi, di meravigliose epoche passate dove l’uomo non doveva rincorrere l’idea di bellezza odierna, composta da muscoli e arroganza, pelle abbronzata e tatuaggi. Tutto era successo di colpo, quando meno se l’aspettava. Sull’ascensore, mentre saliva al terzo piano dove si trovava il suo ufficio, lui, che lavorava al piano di sopra, l’aveva fermata e le aveva chiesto se il solito caffè non poteva trasformarsi in una cena, senza impegno. Poteva scegliere lei il giorno che preferiva, sarebbe andato a prenderla sotto casa all’ora prestabilita. E così la sera dell’appuntamento era arrivata e lei stava finalmente andando da lui, che l’aspettava con dieci minuti d’anticipo proprio fuori dalla porta di casa con un mazzo di fiori in mano. Aveva sbirciato dalla finestra per controllare se era veramente Robert perché ancora non ci credeva, non capiva come era possibile che la sua vita fosse cambiata così tanto in così poco tempo.

Mentre faceva colazione la mattina dopo, ancora sorrideva al ricordo della piacevole serata, terminata con un romantico bacio sotto casa, un bacio rubato come se fossero ancora studenti delle superiori, con lei che doveva rincasare prima di mezzanotte, altrimenti avrebbe dovuto subire le ire di suo padre. Si erano salutati timidamente mentre lui tornava alla sua macchina, tutto contento. Certo era solo l’inizio, erano usciti solo una volta, ma il futuro radioso che le si dischiudeva innanzi era un regalo che non si aspettava. Le sembrava di vivere un sogno che finalmente era diventato realtà. E mentre era persa a fantasticare su cosa avrebbe detto quando si fossero rivisti, riapparvero nuovamente quei vecchi ricordi, e tra tutti il giorno in cui la sua vita cambiò per il meglio.

Stava facendo colazione una mattina prima di andare al lavoro, con il suo solito umore nero. Non le piaceva affatto il suo lavoro, non le piacevano i colleghi, non le piaceva il suo capo. Odiava i suoi vestiti e la sua immagine allo specchio. I suoi vecchi compagni di scuola l’avevano presa in giro talmente tanto dicendo che era brutta e grassa che aveva perso la voglia di curarsi e tenersi. Si sentiva come imprigionata nel suo corpo, una prigione inverosimile di carne e ossa che non riconosceva e da cui non poteva sfuggire. Poi, mentre affogava la sua depressione in una colazione ipercalorica maledicendo la giornata che le aspettava, una voce alla radio calamitò la sua attenzione. Era un programma di interviste in cui le persone potevano chiamare lo studio e raccontare le loro esperienze di vita, solitamente terribili. Le tirava un po’ su il morale sentire che c’erano altre persone come lei, e che non era l’unica a vivere una vita così triste, anche se, nel suo subconscio, era sicura di essere la più sfortunata di tutte. La radio gracchiò prima di lasciar comparire, come se provenisse da un altro mondo, la voce dell’ennesima intervistata. Ciò che attirò subito la sua attenzione era il tono di voce, che al contrario di tutte le altre trasmesse quella mattina questa esprimeva calma, calore e sicurezza. “La mia vita è cambiata da quando ho capito che l’idea di bellezza che questo sistema ci ha insegnato non corrisponde alla realtà. Questa società ci ha fatto il lavaggio del cervello. Fin da bambini siamo stati sottoposti a numerosi messaggi pubblicitari che ritraggono donne perfette, con gambe lunghe, magre e seno abbondante, e con un sorriso stampato sul viso come volesse dire – solo se diventate belle come me sarete felici – e tutte noi per anni e anni ci siamo torturate per potervi assomigliare, per poter assomigliare alle modelle delle riviste. Ciò che ti ammala l’anima non è una frase di una sera, ma è un continuo martellamento, giorno dopo giorno, di un messaggio che anche se falso ti entra dentro come un virus e si impossessa del tuo cervello. La vera domanda che dobbiamo farci allora è – quello che pensiamo viene veramente da noi? o la maggior parte dei nostri pensieri sono il frutto dei mille condizionamenti ricevuti da quando siamo nati? – La bellezza, la vera bellezza, ne sono convinta, viene da dentro di noi, non da fuori. Quando una persona è felice, sta bene con se stessa, è contenta del proprio corpo, qualunque esso sia, non può che esercitare un effetto magnetico verso le altre persone. La gente è attratta dalla bellezza interiore, dall’energia positiva e magnetica generata dalla felicità, dai sorrisi, dalla semplicità di mostrarsi per come si è realmente, senza maschere. La realtà è che siamo tutti insicuri di noi stessi, e che per ottenere un po’ di autostima e riconoscimento desideriamo ardentemente piacere agli altri, è una nostra necessità. E per fare questo indossiamo delle maschere, recitiamo i personaggi che non siamo. Vogliamo piacere, essere desiderati, in modo da sentirci accettati e amati. Facciamo così perché sostanzialmente siamo noi i primi che non ci amiamo, che non ci accettiamo e che non ci desideriamo. Di conseguenza si crea un vuoto dentro che vogliamo colmare assolutamente. L’avere tante amicizie, l’essere cercati, il ricevere messaggi sul cellulare, l’essere invitati alle feste… diventa un modo in cui misuriamo nevroticamente il nostro successo. E per chi non è dotato di un corpo bello e sano da madre natura rimane solo l’oblio? Ci sono donne che si sentono talmente a disagio con loro stesse che smettono anche solo di sperare di poter essere attraenti. Ci sono donne che smettono di uscire di casa, di avere contatti con gli altri, perché temono di ricevere l’ennesimo rifiuto, l’ennesima conferma che sono brutte. Tutti noi, uomini e donne, cerchiamo disperatamente di piacere agli altri. E nel fare questo siamo estremamente goffi. Tutti, ognuno a modo suo. Ci sono donne fragili come un cristallo, che pur avendo un bel corpo passano ore davanti allo specchio per capire se lo sono abbastanza, e talvolta ricorrono alla chirurgia plastica, per rifarsi il seno, il naso o le labbra. Altre alle quali basta un rifiuto per cadere in profondi stati depressivi dal quali riemergere solo con l’ausilio di psicofarmaci. Tutto ciò è estremamente triste, perché non abbiamo capito che la vera bellezza è da conquistare dentro noi stessi. La vera bellezza nasce da dentro, quando finalmente abbiamo fatto pace con noi, ci accettiamo per quello che siamo, e smettiamo di ostentare la sicurezza che in fondo non abbiamo e che probabilmente non avremo mai. La bellezza del fiore sta nella sua fragilità e nel suo modo di mostrarsi per quello che è, noncurante delle tempeste e della grandine, delle stagioni, del freddo e delle arsure estive. Il fiore si dona al mondo, fragile e bello, senza la paura del futuro e del suo destino, senza paura di farsi male. Così noi donne dovremmo essere! Davvero dovremmo accettarci di più, sorridere nell’anima e vivere la vita con quello che abbiamo. Il nostro corpo è il tempio della nostra anima. Se curiamo l’anima e ne abbiamo assoluto rispetto, ci verrà spontaneo curare anche il corpo. Per questo credo fermamente nella frase che dice che il corpo tende ad essere specchio dei nostri pensieri, preoccupazioni ed emozioni, tende ad essere specchio del nostro mondo interiore. Chi è sempre imbronciato e negativo non solo emanerà un’aura pesante attorno a lui ma tenderà anche a trasformare il suo corpo in qualcosa di simile, semplicemente perché smetterà di averne cura. Come la casa, che quando si smette di sistemare e curare si impolvera e si accumula di oggetti, diventa disordinata e sporca, così anche il corpo quale tempio della nostra anima se non lo curiamo si imbruttisce e si deteriora. Per diventare belli dobbiamo ritornare dentro di noi e urlare al mondo che anche noi abbiamo voglia e abbiamo il diritto di sentirci belli. Ma non belli per finta, non belli ma di cristallo che basta un niente e ci cade il mondo di nuovo addosso, ma belli per davvero, noi vogliamo e abbiamo il diritto di sentirci belli in profondità, fin dentro ogni nostra cellula, stamparlo nel nostro DNA! Possiamo sentirci così nonostante il parere degli altri e tutti i messaggi della pubblicità. Solo allora il nostro stare bene interno innescherà un circolo virtuoso che si autoalimenterà. Cominceremo a curare la nostra anima, che essendo bella avendo il diritto di sentirsi bella, in quanto venendo da Dio non può che essere meravigliosa, si libererà lentamente dai pensieri negativi, dalle ansie e dalle preoccupazioni. Poi cominceremo a curare il nostro corpo che dovrà essere sempre pulito e profumato, lo vestiremo anche con vestiti puliti e profumati e faremo dell’attività fisica per rafforzarlo, così che diventerà più bello e più sano. Le emozioni lentamente cambieranno, e non saranno più negative, ma cominceranno ad essere positive, lentamente un poco alla volta, ma le cose cambieranno, e più le emozioni saranno positive più saremo felici e più saremo felici più ci sentiremo sani e forti, e più ci sentiremo sani e forti più ci sentiremo belli e la nostra anima sarà ancora più felice. Dobbiamo stare attenti ad innescare questo circolo virtuoso e non il suo opposto che conduce all’avvizzimento dello spirito e del corpo. Infatti, se ci lasciamo sopraffare dalle emozioni negative, se ci sentiamo di non valere nulla e crediamo a questi pensieri, e li seguiamo, tenderemo a lasciarci andare, così il corpo non curato si indebolirà, tenderà ad ammalarsi e saremo ancora più depressi. Più saremo depressi più non cureremo il nostro corpo, fino a fargli mancare le cose base, come la pulizia e la dignità di essere vestito bene, con abiti puliti e profumati. Costa fatica essere sempre puliti, profumati e in forma, ma sono tre cose fondamentali che possiamo e dobbiamo fare per il tempio della nostra anima, che è la cosa più preziosa che abbiamo.”

Quelle parole le entrarono dentro come un fulmine a ciel sereno. Qualcosa si squarciò dentro di lei mentre si sentiva così perfettamente descritta da quel discorso che illuminata decise che era ora di fare un cambiamento. Un grande cambiamento. Non andò al lavoro quella mattina, si diede per malata. Andò invece, rischiando la visita del medico del lavoro, a comperarsi degli abiti nuovi. Poi, tornata a casa si cambiò, andò a fare una corsa, si fece una doccia e tornò in cucina. Aprì il frigorifero e gettò via tutto il cibo insalubre a cui era avvezza, via tutti i formaggi e le cose grasse e pesanti che faceva fatica a digerire, e lo riempì di frutta e verdura. Così fece anche nella dispensa che riempì di cereali integrali e legumi gettando le merendine confezionate ipercaloriche e rivestite di cioccolata. Poi si dedicò a pulire la casa. Aveva lavorato tutto il giorno ma in un solo giorno era riuscita a dare una svolta netta nella sua vita. Ora le aspettava solo la sfida più grande, quella della costanza e di non ricadere più nella pigrizia e nelle cattive abitudini di prima. Così decise di iscriversi in palestra ad un corso di ginnastica, in modo da essere più incentivata a fare dell’attività fisica, e ogni giorno dedicava 15 minuti al mattino appena sveglia, sedendosi a gambe incrociate, a ringraziare il mondo di essere viva e di poter godere del miracolo della vita anche quel giorno. Ricordava quindi a se stessa la sua determinazione di cambiare stile di vita. Cascasse il mondo, lei si alzava ogni mattino 15 minuti prima per fare questo esercizio, e mano a mano che lo faceva la sua volontà si rafforzava e le dava la forza e l’energia di perpetuare questo cambiamento.

Fu così che cominciò a riacquistare il piacere di vivere, di stare con gli altri, di andare al lavoro, di parlare con i colleghi. Cominciò a sentirsi bella, ad accettare la sua femminilità e viverla con tutto il suo corpo. Cominciò a sentirsi attraente, a curarsi sempre di più, a truccarsi delicatamente con gusto e mai con eccesso. L’attività fisica cominciava a farla dimagrire, sebbene per ritornare in perfetta forma ci sarebbe voluto ancora del tempo cominciava però a sentirsi decisamente tonica il che le dava un piacevolissimo senso di benessere. Cominciò a sorridere. Sempre di più. E le persone si avvicinavano a lei, cominciavano a cercarla, ad invitarla fuori, ad uscire. E oggi aveva un mazzo di fiori sul tavolo, un messaggio sul telefono del buongiorno da Robert e una gran voglia di vivere un’altra splendida giornata che chissà quali magie le avrebbe portato. Era felice.

Giacomo Cestari

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I tacchi di Marta

Marta non amava i tacchi. Continuava a chiedersi perchè tutte le donne avessero quel tipo di scarpe. Chi aveva imposto a tutte di sembrare più alte? Chi aveva imposto a tutte di camminare in punta di piedi? Più guardava le riviste più le sembrava che le caviglie delle indossatrici fossero piegate in avanti in modo quasi anormale. Le faceva quasi impressione. – Dio ci aveva fatto il tallone per errore? – si chiedeva. Tempo prima aveva provato ad indossare i tacchi a spillo, e quell’esperienza fu talmente forte che ancora se la ricordava perfettamente, come una specie di incubo. Di fronte alla piazza centrale, tutta pavimentata in bolognini, si era trovata impotente, come un bimbo di fronte ad un fiume in piena, incapace di attraversarla. Aveva quindi cercato un’altra strada ma si era accorta che quel tipo di pavimentazione era molto frequente e che avrebbe dovuto camminare e camminare per trovare la strada adatta a lei,  l’unica possibile in quel gigantesco labirinto. Stremata, due ore dopo, si era messa a piangere, aveva chiamato un taxi ed era tornata a casa. – Basta, coi tacchi ho chiuso! – pensava dentro di sé – tacchi a spillo o quel che sia! Questa è la mia altezza, e la mia caviglia ricomincerà a piegarsi in modo normale! – e gettò le scarpe fuori dalla finestra.

Luca era seduto su una panchina, in via Pozzi, e si chiedeva quale donna, tra tutte quelle che vedeva passeggiare, potesse essere quella giusta per lui. La cercava, ma non sapeva chi fosse, dove fosse. Per questo si guardava intorno, osservava, valutava. Ad un certo punto  notò un particolare che lo fece ridere! Tutte le donne avevano la borsetta. Non è che fosse una novità per lui, ma constatare effettivamente che non c’era nemmeno una donna senza la borsetta era tutto un altro paio di maniche. – Se prendi una donna prendi anche una borsetta – pensava sorridendo – come se le borsette fossero una parte del loro corpo, una parte del loro modo d’essere, di vivere. E a pensarci  bene – si diceva – anche i tacchi sono molto frequenti, forse non come le borsette, ma davvero sono tante quelle che…

In quell’attimo una scarpa con un bel tacco spesso gli colpì la testa come una sassata. Il suo urlo attirò l’attenzione di tutta la gente nella piazza e una ragazza, con un fare molto timido, si affacciò alla finestra per vedere cos’aveva combinato.

Giacomo

Underground

Londra. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Barcellona. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Parigi. Mappa. Metro. Monumenti. Foto. Mappa. Metro. Negozi. Shopping. Foto. Mappa. Metro. Musei. Foto. Mappa. Metro. Ristoranti. Cibo. Foto. Mappa. Metro. Hotel.

Su e giù, dal sottosuolo, come talpe. Su in superficie, uno sguardo in giro e via, sottoterra, di nuovo, verso il prossimo tunnel. Pochi passi, pochi passi, mi raccomando, pochi passi. Tante foto però, tanto shopping. Mi siedo da Starbucks chiudo gli occhi e mi domando come sarebbe vivere qui, con tutte queste catene di negozi disseminati tra le vie. Un breve viaggio diventa così una toccata e fuga da un mondo che odora di locali, di moda, di internazionalità, di grandi catene di negozi, di quello che non si vive in una città che non è metropoli.

E’ questa la vera felicità? Chiedetelo alle talpe.

Giacomo

Adesso sbocco – La nascita di un pazzo

La nascita di un pazzo
Chi sono io?
Non so ancora.
Cerco me stesso.
Cerco me stesso in ciò che mi circonda, cerco di vedere me stesso riflesso nelle persone che mi stanno attorno.
Cerco i miei simili.
Dove sono i miei simili?
Esistono?
Mi sento solo.
Esco di casa, mi immergo tra la gente.

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Casual talkings
Qui parlano di moda.
Cosa va oggi? Come bisogna vestire? L’hai vista quella rivista?
Non ho mai saputo nulla dell’argomento.
Sto zitto.
Faccio sorrisi, ma non capisco cosa ci trovi la gente di interessante.
Poi il discorso gira, cambia, e ci si ritrova nei gossip.
Hai visto chi hanno fotografato su…?E hai visto con chi si è messo quella?
Non avrei mai pensato che l’attore Caio fosse gay…
Sto zitto ancora.
Non so nulla.
Mai che mi sia interessato nulla dei gossip, dei vip, di vite di persone che manco conosco e che non c’entrano nulla con la mia vita. Fosse il capo del governo potrebbe anche interessarmi, visto che fa le leggi che dovrò poi rispettare, che faranno il mio futuro, ma cosa mi interessa invece di altri personaggi “famosi”…(famosi per gli altri, io non avevo mai sentito il loro nome fino ad oggi!)
Mi guardano.
Silenzio dalla mia parte.
Annuisco.
Continuano a guardarmi.
Sorrido, faccio un cenno, dico sì sì, avete ragione, ci stavo pensando pure io, poi stacco la testa e tutto quello che ci sta dietro, lascio il mio corpo a osservare inespressivo di fronte a sé mentre dentro penso ai cavoli miei e fuori scorrono inesauribili fiumi di parole che non hanno per me alcun senso.
Zac.
Un occhiata, un attimo di silenzio.
Rientro e mi ricollego al discorso.
Siamo arrivati ai film usciti di recente al cinema.
Sto zitto ancora.
Stacco.
Riattacco.
Siamo allo sport.
Sto zitto.
Stacco.
Riattacco.
Eccoci ai motori, nuove macchine, quella ha 300 cavalli…
Zitto ancora.
Non ho il tempo nemmeno di staccarmi che subito si cambia e…
…si parla dei programmi televisivi, hai visto quello, quella lì ha fatto proprio una brutta figura, hai visto chi hanno eliminato là, cosa hanno pensato qua, che ridere che ha fatto quel tipo sull’altro canale…
Stacco.
Sono ormai 6 anni che la televisione non la guardo più.
Sono stufo delle pubblicità, dei programmi, di quello che passa in quel cubo (ormai diventato piatto).
Quindi sto in silenzio, è l’argomento tra i tanti di cui sono ignorante, dove sono davvero un fuoriclasse di ignoranza.
Riattacco.
La voce passa ai cantanti pop, quelli che fanno i video in mtv, quelli che sono nelle top ten, quelli di qui e quelli di là, quelli di su e quelli di giù, ossia sempre a parlare di quelli di cui ancora non so nulla di nulla, e rimango ancora, un’altra volta, inevitabilmente irrimediabilmente in silenzio.
Cosa penseranno di me?
(“Ma perchè non parla mai quello? Che antipatico!”)

Il discorso di un pazzo
Non mi dispiace però. Me lo merito forse. Sono io a non interessarmi per primo. Mi dispiace invece di buttar via il mio tempo a dover sorbire questi discorsi, mi dispiace ancor di più di non aver il coraggio di urlare in mezzo a quella piazza, gremita di gente, che non me ne frega un cazzo di tutte queste cose inutili, assurde, futili, che non mi aiutano a sentirmi bene, a farmi crescere, ad essere felice, a dirmi chi sono e cosa ci faccio qui. Piango dentro me stesso, stritolato da convulsioni, afflitto da conati di vomito, quando invece mi piego a questo fiume, a questa corrente e fingo (per lavoro o per altro) di essere interessato, e faccio un sorriso, dico sìsì hai ragione, che roba, ascoltando queste parole, questo little chatting di cui non me ne è mai fregato nulla.  Sono un ipocrita? Lo dico apertamente, e qui mi sfogo, forse faccio male, ma questa musica che le bocche di tutti cantano io non la so, non mi piace, non l’ho imparata. A volte vorrei scappare da tutto questo, mi sembra solo un mare di falsità e immondizia che mi soffoca. E chi cavolo è sta gente? Non mi riconosco in nessuno di loro. E’ un incubo che mi fa sudare freddo. Dove sono i miei simili? Esistono ancora? Sono io quello sbagliato? Il diverso? L’associale? Quello fuori-sistema? Sono fuori? Sono pazzo? E se non voglio parlare di queste cose quali sarebbero i miei discorsi allora? Di cosa vorresti parlare potreste chiedermi?
Vorrei parlare di quella signora, con la testa china, seduta sui suoi talloni, ginocchia a terra, che fa la carità, con vestiti sporchi, senza guardare in faccia i passanti, così belli, così alla moda, così lontani che le passano accanto, le sfiorano la mano con i loro cappotti e le loro borsette di alta moda, ma non si fermano, non si accorgono? Non la degnano di uno sguardo e passano oltre, attirati dalla prossima vetrina. Dubito che si siano proprio accorti di esserci passati accanto. Occhi che non vedono ciò che gli sta davanti, ma vedono bene ciò che sta dietro questa vecchia signora, la maglia di gucci per esempio, sul manichino dietro le sue spalle. Io cammino là nel mezzo, non mi sento né da una parte né dall’altra, incapace di prendere una decisione, vedo e rimango di sasso, passo oltre come tutti ma tormentato,  pieno di domande, e come sempre in vita mia non riesco a prendere parte, e continuo a cercare di capire quale sia la mia strada, come se non l’avessi appena sentita chiamarmi e graffiarmi la pelle. Forse più di tutti sono io che mi faccio schifo. E tiro oltre, per non dovermi cambiare, perchè è faticoso e forse non so nemmeno bene cosa voglia dire. Cos’altro vorrei dire? Quali altri sono i miei discorsi? Ecco, potrei porvi un’altra cosa su cui riflettere.

Pensate un attimo, scusate, all’assurdità della cosa, da un punto di vista esterno, completamente fuori degli schemi. Pensate all’assurdità della cosa dal punto di vista di chi non conosce le dure leggi dell’economia e della società del consumismo. Cosa vede della medesima scena di cui sopra?

L’uomo sta in strada, al freddo, vestito di stracci.
I manichini invece stanno al caldo, vestiti di lana e flanelle.

Io sono un pazzo.
Sicuramente.
E…
Scusatemi.
Ora…
Basta parole, basta.
Aiutatemi a distruggere questa società, distruggiamola e ricostruiamola da capo.
Non ne posso più.
Davvero.
Ho la nausea.
Adesso sbocco.

Giacomo

Alla ricerca del tesoro

Ci sono domande nella vita che sembrano non avere risposta.
Ci sono.
Le avete.
Ma avete anche smesso di farvele.
Sono, erano, domande intriganti.
Dei veri e propri rompicapo che appaiono senza via d’uscita.
Oggi sembra che siano passate di moda.
Ti chiedi chi sei e ti rispondono che pensi troppo.
Ti chiedi il senso della vita e ti dicono che devi stare coi piedi per terra.
Ti chiedi perché sei venuto al mondo e ti dicono che è più importante fare il tuo dovere.
Ti chiedi cosa sia la felicità, l’amore, e ti dicono che sono solo utopie, di non cercarle che non esistono, e di accontentarti che sei già fortunato così.

Siddarta partì alla ricerca. Mi piacque quel libro. Oggi è divertente perché te lo usano contro.
“Ma vuoi fare la fine di Siddarta che gira e rigira per mezzo mondo e poi capisce che poteva starsene a casa? Che quello che cercava era l’amore? Ma dove vuoi andare? Ma stai qua che l’amore è qua!”
Eccezionale.
Oggi le risposte ce le danno i libri.
Insomma, ci sono queste domande che rodono dentro un poco perchè non hanno risposta, e la gente che fa? Reagisce, ovvio, e nei modi più grotteschi.
C’è chi le ignora, fa finta che non esistano. (e poi si sveglia e cade dalle nuvole)
C’è chi ne cerca le risposte solo per la prima parte della vita, finchè non si scontra con un mondo che gli fa perdere tutte le energie di cercare, ed allora diventa pessimista
(e sono i peggiori perché si sentono in fondo in fondo dei falliti, disillusi della vita, tristi che hanno perso il lloro sogno più grande per strada, e sfogano la rabbia repressa sugli altri cercando di trascinarli nella loro stessa situazione).
Poi ci sono quelli furbi. Non si sono dimenticati le domande, o hanno deciso di non dimenticarsele, e siccome senza risposte si sta male, le trovano da soli per quanto stupide ed incongruenti esse siano. Si autoprendono per il culo pensando di aver trovato la soluzione, e guai a te se cerchi un confronto di idee con loro perchè non vorranno mai e poi mai ritornare nella situazione di “disagio” (così da loro percepita) di chi ancora è in ricerca.
Sono questi che ti ribaltano il significato del Siddarta, e ti dicono, che cazzo cerchi se tanto le risposte sono qui? E’ l’amore, no, il senso? E glielo leggi negli occhi che non sanno di quel che parlano.

Insomma, sono importanti queste risposte?
Dicono che devi stare coi piedi per terra, pensare alle cose che veramente sono importati.

Cioè, chi sei, perché sei qua e che senso ha ciò che vedi e vivi non è importante, non lo è affatto, nemmeno il come lo realizzi, perché a quanta felicità o amore tu possa aspirare è già stato deciso in partenza.
Altre sono le cose importati, vero?

Pazzesco.

Anzi, ottimo! Continuiamo così!
Tanto non troveremo mai delle risposte. Perché farci allora le domande? Qui bisogna guadagnare tempo! Se sai che non riesci a scalare una montagna perché provarci? Tempo sprecato, no? Sarà ben tempo speso meglio quello passato in altro modo piuttosto che ricercare queste cose, no? Perché, finché non arrivi, ad una conclusione intendo, sempre SE ci arrivi, è tempo buttato, no!?

Io dico no.
Per me è importante e mi gioco la scommessa, deridetemi pure, prendetemi per visionario, sprecherò una vita forse e non arriverò alle risposte…
Però almeno ci avrò tentato, mi basta questo.
E’ già un sogno che mi tiene vivo, con gli occhi che brillano, come di colui che cerca traboccante di speranza il tesoro più prezioso e più segreto che sia mai esistito.
Sono innamorato. Ricercare è essere innamorati. E mi piace.

Io parto, vado all’avventura, vado alla ricerca del tesoro, sarò il vostro visionario, utopico, sognatore, disperso amico. Voi fate un po’ quel che vi pare, state pure a casa davanti alla tv, però siatene felici.

Giacomo