Autunno

2313

Potessi inzuppare il cielo
come un biscotto nel tè
lo farei gocciolare
su questo filo d’erba,
giallo di sole.

Siamo venuti a vedere
l’autunno, marrone
con rosso:
a Milano arriva in gola
a grattare, a chiedere
miele.

Siamo venuti a fare fatica
nelle caviglie,
nelle ginocchia, nel fiato corto
necessario
a ogni passo.

Siamo venuti in salita,
a sentire la sete,
la fame, il sonno
che non puoi rimandare.

Siamo venuti a farci piccoli
tra le rocce e i castagni,
a spingere dentro
l’aria sottile, qui
sopra il nero,
denso di città.

Siamo venuti
a sdraiarci,
a guardare tra i rami
secchi,
a stare fermi,
a pregare la pioggia.

Foto: Gegio

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Khyra (parte 2 di 2)

Volute d’incenso aleggiavono nella calda camera, e strani canti provenivano da lontano, da qualche stanza dell’edificio. A Khyra sembrava di sognare, ma quando scese dal letto e iniziò a camminare lungo la stanza capì velocemente di essere sveglio.
In un angolo, seduto su un tappeto a gambe incrociate, un uomo di mezza età stava preparando del tè con gesti eleganti e dosati. Quasi incantato Khyra rimase in piedi a osservare. “Vieni avanti, o hai ancora il cervello congelato?” risuonò una calda e profonda voce. E lentamente l’uomo si girò verso il ragazzo sondando i suoi occhi con uno sguardo profondo.
Khyra fu come attraversato da una scarica elettrica; quegli occhi lo stavano chiamando. Lentamente si avvicinò al tavolo, si sedettè per terra e prese la tazza di tè che l’uomo gli porse. “Qual’è il tuo nome?” gli chiese il monaco, sorridendogli . “Mi chiamo Khyra.” rispose velocemente il ragazzo, prima di bere la calda bevanda. “E da dove vieni? Cosa cerchi quassù?” gli domandò il monaco. “Se non ti avessi visto stanotte, adesso saresti parte della montagna!”, concluse l’uomo, accennando un lieve sorriso.
Il monaco sembrava divertito, e Khyra lo comprese subito. Si sentiva a suo agio. “Niente! Non sto cercando niente…” cercò di rispondere il ragazzo, senza completare la frase. “Non so nemmeno io cosa sto cercando…voglio solo stare lontano dal mondo, dal mio villaggio, da tutti…” disse fra sé e sé Khyra, fissando il tè fumante nella tazza.
L’anziano monaco prima di proseguire il discorso, sorseggiò lentamente del tè, appoggiò con grazia la tazza sul tavolo e iniziò a parlare. Il suo volto aveva mutato espressione, e Khyra si accorse che qualcosa era cambiato nell’aria.
“Se cerchi ciò che penso, scalare la Sacra Montagna appare simile a una passeggiata. La via che forse vuoi imboccare rappresenta il sentiero più difficile che un uomo possa calcare. Vi sono persone che contengono dentro di loro un anelito verso qualcosa che, inizialmente, non riescono a definire. Ma per raggiungere infine quella meta devi cambiare te stesso, figlio mio. Non si cambia proprio niente e nessuno se prima non forgi te stesso…e non esiste luogo più bello di ciò che già contieni dentro… Tuttavia queste che ti dico rimarranno per sempre belle parole: occore realizzarle. E non vi sono infiniti modi per farlo…”
Khyra non capiva; era confuso. Un senso di fastidio cominciò a emergere dentro di lui. Aveva girato in lungo e in largo lontano dal suo paese, dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua donna, e forse in qualche modo stava rifuggendo sè stesso. Le parole di quel vecchio monaco che lo guardava con aria quasi divertita, continuavano a risuonargli dentro. “Per raggiungere quella meta devi prima cambiare te stesso, cambiare te stesso, cambiare te stesso…”.
Bevve un pò di te, quasi per darsi coraggio prima di parlare. Poi, cercando di sostenere lo sguardo del monaco, gli chiese con forza: “E quali sarebbero questi modi per farlo?!”.
“Come ti ho detto prima” riprese il lama “nel tempo sono stati aperti molti sentieri per raggiungere ciò che, forse, cerchi. Puoi anche immaginarli come dei mantelli, ognuno dei quali ha un colore particolare, un ricamo specifico ed un materiale differente. Tuttavia ciò che ricoprono non cambia in essenza. Ma puoi anche pensare alla via come una ricetta. Vi sono molte locande e molti cuochi…”
Il ragazzo ascoltava con un attenzione assoluta. Non aveva compreso molto di quel discorso, tuttavia quelle parole avevo sfiorato qualcosa dentro di lui. “E tu che riso cucini?” Non si era nemmeno reso conto di aver pronunciato quelle parole, che quasi per magia le erano uscite dalla bocca. Il volto del lama rimase perfettamente immobile. Ripose la propria tazza sul tavolino, e in un lampo fu in piedi. La postura nobile evidenziava maggiormente l’alta e massiccia figura dell’uomo. Con un movimento secco ma fluido, fece segno a Khyra di alzarsi. “Vieni! Forse il riso che io cucino potrebbe piacerti…”

Demetrio

La montagna

La montagna.
Cos’è la montagna?
Muovere i primi passi, appena scesi dalla macchina, al parcheggio.
Sentire i muscoli ancora intorpiditi che si scaldano, il corpo riprendere vita, adagio, e diventare caldo, pronto, presente.
Sentire un’emozione al petto, che cresce, più ci si guarda attorno.
Che paesaggio!
Sembra che sia rimasto intoccato nel corso dei secoli.
Qui, tra queste rocce, mi sento davvero abbracciato dalla natura.
Le appartengo già.
La montagna è un posto unico.
Puoi sentire la freschezza dell’aria.
Respirare, a pieni polmoni, il cielo.

In una classe.
Magari il tema di matematica non è la prima ora.
Così hai tutto il tempo di agitarti per bene.
Per quanto si studia, si ha sempre quel dubbio, inespresso, nascosto dentro di noi, che il professore chieda cose strane, che abbia dormito con un tricheco che continuava a girarsi e svegliarlo, o che gli sia andato il dentifricio di traverso la mattina mentre si lavava i denti…
Così, tè, te ne stai là, seduto su quella sedia, che ha vent’anni e scricchiola quando ti muovi, che ha visto generazioni di studenti prima di te, e che ora sente quel tuo sedere agitato spostarsi in continuazione -stai fermo!- vorrebbe gridarti, -non hai rispetto per gli anziani?- e tu, sopra, nemmeno ci pensi alla sedia, -povera sedia!- te cerchi di pensare ad altro facendo finta che vada tutto bene, con la faccia sgraziata di chi è al patibolo e vede la scure del boia pronta a calare…
…e anche se ci riesci per qualche manciata di minuti…
…quell’agitazione non passa.
E’ no! che non passa!
E allora non ce la fai più.
Devi parlarne con qualcuno, cerchi rassicurazione!
E cosa fai?
Eh, cosa fai?
Gomitata al compagno di banco!
…che inizialmente vorresti anche chiamarlo dolcemente, col ditino sulla spalla, ma te, che ti senti maschio, che devi e vuoi affermarti maschio, non resisti alla tentazione di farti sentire col tuo gomito pungente e tutto ossa tra le sue costole.
Scossone.
Ti aspetti la faccia di chi ti vorrebbe dire:” Che male, brutto…dopo te la rendo.”
E la sua invece ti coglie alla sorpresa, ha due occhietti piccoli piccoli, che ti stanno chiedendo “stavo dormendo, cosa vuoi?”
Allora lo guardi fisso due secondi negli occhi, e poi, come uno spietato spadaccino che dà la stoccata finale, gli infili la fatidica domanda: “Tei, Luca, hai studiato per la verifica te?”
Meccanicamente risponde : “mmmm?”
Frase dalla duplice interpretazione.
Che può voler dire: “Di cosa stai parlando? Quale verifica?”
Oppure: “Ma certo che ho studiato!”
(attimo di silenzio)
I suoi occhi parlano chiaro però, propendi per la prima ipotesi, e gli sorridi soddisfatto.

In uno sperduto villaggio.
Oggi è stata una giornata diversa da tutte quelle che ho vissuto.
Sono arrivati dei ragazzi, con la Jeep che passa il primo di ogni mese, ed erano vestiti in modo strano. Avevano pantaloni blu, lunghi fino alle scarpe, e poi delle magliette colorate come non ne avevo mai visto. E le scarpe erano alte e tutte chiuse con delle corde, che se avessero voluto toglierle avrebbero dovuto slacciarle una ad una, facendo una gran fatica. Ad accoglierli è andato Barroso, il capo villaggio, con un sorriso talmente grande che era la prima volta che gli vedevo così tanti denti. Sembrava che li aspettasse.
Hanno parlato un po’ mentre arrivavano anche Norberto e Salim, a dare una mano a scaricare quelle grosse borse. Evidentemente si sarebbero fermati da noi per un po’.
Io comunque ero là – non voglio mai mancare quando arriva la Jeep – e mi trovavo in prima fila con tutti gli altri bambini del villaggio.
Uno degli stranieri aveva anche degli occhiali scuri scuri sugli occhi che mi sono chiesto come faceva a vederci attraverso. Ho provato ad avvicinarmi e prenderli per capire come era possibile una cosa così, come avesse fatto a non inciamparsi in continuazione. Lui allora si è girato e ha alzato la voce e ho preso paura. Poi, vedendomi là semiparalizzato, ha sorriso leggermente con la bocca, e mi ha messo in mano un pezzo della cioccolata che stava mordicchiando, un goffo tentativo per scusarsi della sua reazione esagerata. Non che a me non piaccia la cioccolata, eh, intendiamoci, ma darmi un pezzo di quella che stava mangiando lui, con il segno dei suoi denti, che schifo! Non volevo mangiarla, davvero, e sono rimasto bloccato in questa situazione che si faceva via via più imbarazzante. Quel tipo mi guardava e mi sorrideva come un pagliaccio, e io guardavo la cioccolata che non volevo mangiare, e quella ovviamente cominciava a sciogliersi, e lui ha cominciato a farfugliare, moccolata, moccolata, mangiare, bona, come se fossi sordo o non avessi capito cos’era. Allora ho alzato gli occhi verso Barroso, cercando di esprimere nello sguardo tutto il mio bisogno di essere salvato ma nei suoi lessi ciò che già il mio cuore sapeva: dovevo accettare quel dono. Non si rifiutano mai i doni. Così ho dovuto mettermela in bocca, controvoglia, gli ho sorriso giusto per cortesia, con la bocca ancora piena, e sconfitto e rassegnato mi sono girato e allontanato da lui il più velocemente possibile. Era un tipo pericoloso!

In autostrada, tra Verona e Trento.

Quando ho guardato fuori dal finestrino mi sono sentito strano.
Non avevo mai visto le montagne.
Abituato alle pianure, dove vedi il cielo dappertutto, guardare una montagna ti fa impressione. Sono grandissime, sembra che tocchino il cielo. E ti fanno sentire piccolo, piccolo, come se tu fossi una formica. Devo dire che ho fatto fatica ad abituarmi, perché spesso mi chiedevo, dov’è il sole? E non lo trovavo perché era già dietro la montagna. Mentre da noi il sole scende piano, e tu lo puoi guardare fino a che diventa rosso e scompare in fondo in fondo. Adesso invece mi sono abituato, forse troppo, perché quando vado a Verona per esempio, sento che mi mancano le montagne, come se mi mancasse la terra sotto i piedi, diventano certezze che spariscono, perché tu ormai sei abituato ad alzare gli occhi e vederle di fronte a te, mentre là se li alzi non le vedi più, ti vien quasi da perdere l’equilibrio.

Davvero l’aria in montagna ha un profumo tutto suo, e si sente che non è inquinata.
Fiori, pascoli, mucche, erba, cielo, nuvole, marmotte, caprioli…
Quassù: un altro mondo; libertà.
Andare in montagna vuol dire anche camminare.
Vedere posti diversi, svoltare una curva e trovarsi davanti una cascata.
Bagnarsi i piedi, rinfrescarsi, ripartire.
Pausa merenda, pausa panini, pausa acqua.
Fermarsi e ripartire.
Camminare, salire, avvicinarsi alla vetta, a una mèta.
La montagna è anche fare fatica, perché prima di arrivare spesso c’è una salita tremenda, e la si deve affrontare. Allora andare in montagna vuol dire anche fare una conquista, combattere e vincere la propria stanchezza, superare i propri limiti.

Il tema di matematica è il mio limite!
Solo ieri ero in montagna e oggi sono invece qui, con la penna che suda nella mia mano, e continua a scivolare.
La fronte è corrucciata.
L’altra mano gioca nervosamente con una ciocca di capelli.
Dovete sapere che il tema comincia un mese prima, quando la professoressa inizia un nuovo argomento. Se paragonassimo il compito in classe di oggi con la montagna di ieri potrei dire che l’introduzione al nuovo argomento sarebbe l’inizio del sentiero, quando ancora è pianeggiante.
Poi cominciano i primi compiti a casa, i primi esercizi, che diventano man mano più difficili, e il sentiero si inerpica, giorno dopo giorno, tra massi di numeri, alberi di angoli, cascate di potenze.
Poi la studiata per il tema.
Quaderni, formule, esercizi…
La sera, stanchissimo, chiudo gli occhi e vedo triangoli e poligoni in fila, che come pecorelle saltano steccati fatti da radici quadrate, alte almeno un metro, tutte in fila indiana.
Così, arriva il grande giorno, mi sveglio salutando con nostalgia i magici reami dei sogni, e mi appresto alla scalata finale, il tema.
E’ l’ultima rampa prima della vetta.
E la mano che stringe la penna comincia a scrivere, lentamente, con grande sforzo, su quel foglio protocollo.

Non sono passati tanti anni da quando andavo a scuola anch’io, ed ora eccomi qua, invece, in viaggio, a scoprire il mondo. La vita mi ha portato a San Caetano in una valle vicino a Pimenteiras, in Piaui, uno stato del nord-est Brasile, dove una nuvola di bambini è venuta ad accoglierci, al termine di un viaggio infinito, come se fossimo delle rockstar. Alla loro età facevo le medie e mi ricordo che durante i temi di matematica mi sudavano le mani, e la penna mi scivolava come fosse una saponetta. Chissà se questi ragazzini hanno la fortuna di andare a scuola! Ed io che mi lamentavo! Se l’alternativa è andare a lavorare tutto il giorno nei campi andare a scuola diventa un lusso. Appena arrivati sono sbucati da ogni posto e ci hanno circondato, erano tantissimi! Probabilmente per loro siamo un’attrazione irresistibile. Non avranno mai visto uno straniero, e non stento a crederlo, è piuttosto difficile raggiungere questo villaggio! Uno di questi ragazzi era stranamente interessato ai miei occhiali da sole. Si è persino arrampicato sul camion per essere alla mia altezza e cercare di prenderli. Ho pensato me li volesse rubare, così gli ho urlato e quello si è immobilizzato, evidentemente colto sul fatto. Però, vista la povertà in cui è vissuto ho capito che non lo aveva fatto con cattiveria, e mi sono dispiaciuto per la sgridata così gli ho dato un po’ della mia cioccolata e lui l’ha tenuta in mano, come fosse un tesoro. L’ha guardata per un pezzo, non capiva che cos’era! Così ho cominciato a spiegargli come meglio potevo che era una cosa da mangiare e che era molto buona! Solo quando ha cominciato a sciogliersi nelle sue mani ha alzato gli occhi e ha deciso di fidarsi e provare. Che dolce! Poi ha sorriso, con la bocca ancora piena, e tutto contento è corso via con un suo amico. Sicuramente tornerà coi suoi amici per volerne dell’altra! Barroso, il nostro contatto, ci è venuto incontro ed è stato gentilissimo, ci ha salutati con un accento particolarmente marcato, e io non ho capito granché ma Giorgio parla un poco di Spagnolo e in qualche modo si sono intesi, e alla fine ci ha ospitati a casa sua. Staremo qui qualche settimana con loro, semplicemente a vivere e a imparare ciò che noi, in Italia, abbiamo invece dimenticato.

La vita è davvero incredibile.
Ho conosciuto un amico in Brasile che è venuto da poco a trovarmi. Vital mi ha scritto, l’ho aiutato a comprarsi il biglietto aereo, e mi ha finalmente raggiunto. Rimarrà in Italia per un po’ di anni, e noi gli daremo una mano a pagarsi gli studi.
La cosa che l’ha colpito di più, mi ha detto, sono state tutte queste montagne. Ancora quando le ha viste durante il tragitto in macchina ne è stato rapito e ho voluto allora organizzargli una gita. Così l’altro giorno l’ho portato dove andavo da piccolo, sulle Dolomiti.
Aveva gli occhi lucidi, emozionati, e continuava a guardarsi in giro, come un bambino, stupefatto da ciò che vedeva. E quando siamo giunti alla cascata è rimasto a bocca aperta.
Vital mi ha detto che a casa sua sarebbero stati più intelligenti però, che così era uno spreco, che loro avrebbero costruito qualcosa per contenere tutta quell’acqua, come una grandissima buca, così nel periodo della secca ne avrebbero avuta in abbondanza. E’ stata dura spiegargli che qui la secca non viene mai.

La vita è davvero come una camminata in montagna.
Sarebbe un peccato viverla parlando di questo e di quello, a testa bassa, guardando solo i nostri piedi invece che il paesaggio e tutta la bellezza che ci circonda. Vivere la vita solo nei weekend sarebbe uno spreco, sarebbe come andare in montagna e gustarsi solo i momenti in cui ci si ferma un attimo a riposare, a prendere fiato, a guardarsi intorno. Vorrei avere gli occhi di Vital e guardare alla vita come una cosa sempre nuova, così non ci sarebbe più un momento brutto, e ogni attimo sarebbe vissuto con curiosità.
E come mia nonna mi ha sempre accolto con il sorriso e un abbraccio ogni volta che l’ho visitata, anche questa immensa piramide di pietra mi ha sempre accolto e sempre mi è stata vicina, aiutandomi a capire quale strada dovevo percorrere, a trovare il coraggio per alcune scelte che dovevo prendere, a ritrovare i miei pensieri più importanti.
E’ come se quassù, essendo più vicini al cielo fossimo anche più vicini a Dio, e nel silenzio della montagna potessimo addirittura sentire quello che ha da dirci.

Quassù: un altro mondo – libertà
Abbracciami Natura
Busso alla porta del tuo giardino
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

scritto da: Giacomo Cestari

La montagna

Quassù: un altro mondo – libertà.
Abbracciami Natura,
busso alla porta del tuo giardino,
mi tolgo le scarpe per entrare.

Le nuvole le mie sorelle,
il sole mio Padre,
Respiro, a pieni polmoni, il cielo
sono vicino a Dio.

Giacomo

La ricerca

C’è una grande confusione oggi quando si parla di ricerca e non si capisce solitamente cosa si intenda. Il dizionario dice a riguardo del ricercare: “cercare di nuovo, quindi cercare o richiedere con insistenza; investigare, indagare.” Un’altra fonte dichiara che il ricercare è il cercare con cura, persona o cosa smarrita o nascosta.  Chi ricerca potrebbe essere una specie di investigatore che indaga la realtà cercando di vedere ciò che è nascosto, cercando di arrivare ad una più ampia visione d’insieme, allargando la propria vista, i propri orizzonti, avvicinandosi sempre più alla verità ultima.

Questa azione la si può fare in due modi, o cercando direttamente l’oggetto nascosto, ammesso che lo si conosca in precedenza, o smascherando ciò che di falso esiste e che tende a nascondere o velare allontanando quindi dalla verità.  Ricercare è anche farsi delle domande e cercarne le risposte, è non abbandonare la voglia di avvicinarsi alla realtà, alla vita, a ciò che esiste. E’ essere disposti a cambiare modo di vedere e di pensare quando le evidenze dimostrano che stiamo sbagliando, è essere quindi disposti a cambiare in generale, ad uscire dall’angolino di protezione e certezza in cui ci siamo rintanati e cominciare a muoverci verso ciò che ancora è nascosto. Ricercare è viaggiare, un viaggio verso la realtà, un ritorno ad un contatto più vicino con ciò che ci circonda e con la vita stessa.

La ricerca è ammettere di aver ancora delle domande senza risposta per poi partire, in cerca delle risposte. In che direzione? Non importa, inizialmente è meglio agire piuttosto che rimanere fermi. Dopo si può capire la direzione, ma prima, è ovvio, bisogna preparare lo zaino e uscire di casa. Ricercare è anche essere innamorati della vita e voler capire di più, è sentire, in fondo al nostro cuore, che l’aver tentato di trovare le risposte è già un gran passo, è già importante e potrebbe essere già una risposta. E’ vivere con un sogno che tiene vivo, con gli occhi che brillano, come di colui che cerca traboccante di speranza il tesoro più prezioso e più segreto che sia mai esistito. E’ un’avventura, una scalata in montagna, o all’interno di noi stessi, alla riscoperta di quella voce che esiste nel nostro cuore e che ci parla, dicendoci chi siamo e cosa vogliamo dalla vita.

Giacomo