Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

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Per fortuna pioveva

1769Almeno all’inizio.
Quando siamo arrivati, quando ci si guardava le scarpe, le maglie, le gonne, per controllare di non essere gli unici, i più colorati. No, beh, c’è perfino una signora con un vestito rosso, e molti uomini in camicia bianca, anche il beige, diverse persone in beige.
E’ che d’estate quelli dei negozi, della moda, mica ci pensano. Martellano sulla prova costume, le vacanze, si fanno i conti con i soldi, e i desideri. Ma di certo uno non se l’immagina, a luglio, mentre alcuni già al mare e altri tra poco, non se l’aspetta, di aprire l’armadio, chiedendosi con quali abiti si sentirà più a suo agio, a piangere, in mezzo ad altri, che pure staranno – almeno a tratti – piangendo. Ché l’apparenza non è tutto, va bene, però piangere in giallo o in arancione, passi il verde, meglio se scuro, l’ideale in ogni caso rimane il nero, al massimo il blu, il grigio. Il bianco non so.

D’estate uno non ci pensa, mentre sta in vacanza, al mare, mica ci pensa che si troverà di colpo su un autobus notturno, a fare la strada a ritroso, non ci pensa, che vedrà la sua amica curva, che l’abbraccerà, che l’amica scoppierà in un pianto di quelli che fanno piangere, guardando da dietro gli occhiali scuri per dire: “Non ho più niente”. Uno non se l’immagina, sotto il sole estivo, che proverà a contraddirla, a ricordarle gli amici, la famiglia, il lav… “Sì, sì, sì. Ma vi giuro che ho la morte nel cuore”.

Ed è proprio il cuore. Il prete ha detto lo porteremo al Signore, sarà il nostro tesoro. Poi ha precisato che umanamente non c’è risposta. Perché Giacomo, perché 34 anni, perché così. Non c’è risposta. Umanamente.

E non si poteva prevederlo, ma adesso si odiano i vivi, tutti, perché lui è morto. Si odia ogni cosa che respira, perché lui non respira più. E si dice di andare avanti, si dice non c’è altro, non c’è altro, non c’è altro da fare. Andare avanti vuol dire stendere il bucato, prendere il tram, lavare le verdure. Ma forse vuol dire anche urlare sott’acqua, tapparsi le orecchie, stare ore a fissare il vuoto. Un vuoto qualsiasi (anche un pieno va bene).

Siamo umani, e non abbiamo risposte.
Stiamo vicini, ci siamo.

Per fortuna pioveva.

Arianna

Foto: Gegio

 

 

Come si fa

1642A morire a trent’anni, di colpo, d’infarto
domenica mattina.
Tra l’acqua dei piatti, il caffè, l’abbraccio
della ragazza.
Come si fa
nel mentre che niente
proprio niente
niente di strano: niente.
Niente diverso da niente
solo
morto, a trent’anni, così
dall’oggi al domani, cioè ieri
ma ancora oggi
e probabilmente domani
staremo qui allibiti increduli a stropicciarci gli occhi:
come si fa
a vivere
per lei, loro, ma anche noi, adesso

come si fa.

Arianna

Foto: Gegio

 

 

Una casa al mare

Ha comprato una casa al mare.
Finalmente.
Dice un po’ distante ma il mare è più bello.
Ci sono già i turni per andarci: fratelli genitori nipoti zii amici.
Dice vicino a Pozzallo. In Sicilia.
Un po’ lontano ma il mare lì, è un’altra cosa.

E di qui si va al mare, e di là si attraversa (stipati) quel mare, che è sempre lo stesso ma anche diverso, ché a Pozzallo è più bello.
E di qui non c’è posto neppure per i morti (l’han detto alla radio).
Han detto non c’è posto per i morti, nemmeno per quei trenta che proprio oggi son morti. Nemmeno per trenta. Morti. Per centinaia, migliaia di vivi, manco a parlarne.
E di là vengono di qui. E di qui i ragazzi partono e tornano, solo d’estate.
E di là la guerra e il sogno di un’Europa come l’America da qui. Tempo fa.
E di là donne, uomini, vecchi e bambini. Tanti bambini.
Han detto troppi, han detto non c’è posto.
E di qui bambini pochi, tardi, a fatica. A volte costa tantissimo.
Addirittura, a volte, una donna o due in più, l’utero, nove mesi di vita.
E di là non si fa in tempo a dire ed è nato, un altro bambino, è nata, un’altra bambina.
E di qui i vecchi lentamente, a volte male, muoiono in un modo che sembra tutta morte quella vita sdraiata.
Tanti vecchi, e tanti malati, vorrebbero morire prima, ma di qui non si può.
E di là non si fa in tempo a diventare vecchi, e non si fa neanche in tempo ad ammalarsi, che subito si muore.
Tanti vorrebbero diventare vecchi, ma di là non si riesce.

E non è che giusto di qui e sbagliato di là o sbagliato di qui e giusto di là.
Ma solo non si capisce più, giusto o sbagliato, sbagliato tutto e niente, chi più e chi meno, quale senso, nascere, morire.
Di qui o di là.

Arianna

Foto: Sicilia 2010

Morte e dintorni

Un’amica mi ha detto: “Sai, credo che la morte, e la malattia, intendo la malattia grave, siano gli unici tabù rimasti nella nostra società. Il sesso e i soldi non sono più tabù, ma la malattia e la morte sì. E allora io ho deciso di parlarne, proprio come atto politico”.

Ho pensato che ha ragione. E vorrei invitare voi Aironi, e chiunque capiti su questo blog, a scriverne, a leggerne. Come atto politico.

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Per esempio: come si muore, oggi, in Italia? Come vorremmo morire? Come si trascorrono gli ultimi giorni di vita? E come si affrontano le malattie? Come si sta, cosa si prova, cosa si fa?

Mi piacerebbe che si parlasse di più di queste cose, a partire dalle esperienze concrete delle persone.
Perché fanno parte della realtà, sono pezzi di vita che esistono: accadono, ci accadono.

Chissà: forse se cominciassimo a morire “bene”, potremmo vivere meglio.

Arianna

Foto: Parigi 2013

P. S: Segnalo due graphic novel in tema tumore: del cervello e del seno.

Finché c’è vita

La figlia di mia cugina, anni quattro, rimase colpita quando sua mamma le disse che sarebbe andata al funerale della nonna: “Ma come! E’ ancora morta?”.

In effetti.
La morte si può definire come l’evento irreversibile per eccellenza.
Una volta, e poi per sempre.

Eppure chi ancora vivo sperimenta la morte altrui la vede mutare d’aspetto, o meglio osserva variazioni negli stati emotivi che a quell’ancora morta si associano.

Inizialmente, l’incredulità, o a volte – nel caso di malattie lunghe e dolorose – perfino il sollievo: “Ha smesso di soffrire”. Poi (o contemporaneamente) un dolore acuto, a tratti rabbioso. Nostalgia, affetto, vuoto.

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Certo: la vita continua. Ma ogni giorno rinnova a suo modo quell’assenza, mescolata ad altre, e nuove presenze. 

Invecchiare, forse, significa proprio questo: notare le assenze, sempre più numerose, nella folla confusa dei vivi.

Arianna

Foto: Parigi 2013

Era mia zia

“Che fortuna che hai, che la B. è tua zia”.
Avevo sei anni e – ricordo – rimasi basita.
Con tutto l’impegno, non riuscii a trovare alcun motivo per cui un’altra bambina potesse desiderare una zia come la mia.
Le volevo bene, sia chiaro, ma senza ragioni particolari.
Chiesi: “Perché?”
Rispose: “Beh, perché ha tanti soldi!”.

Corsi da mia mamma, in lacrime: “Ma quindi io voglio bene alla zia perché ha tanti soldi?”.
La domanda era fondamentale, una questione d’identità e posizionamento morale, che in sostanza equivaleva a chiedere: “Sono una stronza?”.
La risposta della mamma fu: “No”.
Meno male.

E poi i soldi divennero soldi al contrario, cioè debiti, e poi la malattia d’un figlio e poi una società, e poi un’altra, con i casini e i debiti, e poi di nuovo bilanci in attivo, e impiegate fedeli, e un amore mai tradito eppure divorziato, e una malattia questa volta in prima persona, e la morte che sempre – con una così – pare improvvisa: “Non fare quella faccia: mi credi forse spacciata? Ma figuriamoci! Ce la farò come ce l’ho sempre fatta”.
Lo stesso tono di voce di quando qualcuno faceva notare il taglio di capelli troppo ardito: “Ma figuriamoci! E’ all’ultima moda!”.

Una chiesa colma di gente, alcuni dicono li hai salvati, altri si chiedono adesso,
come faranno.
E tanti pezzi sparsi, contratti e firme in banca, vestiti e borse e scarpe all’infinito.
E quei romanzacci Harmony e le telenovelas.
Eri l’unica che riusciva a guardare Tempesta d’amore.

Ci mancherai.

Arianna

Il vuoto è grande

Per mia nonna, Carolina.

 

Certo, il vuoto è grande perché occupavi uno spazio maggiore rispetto e infatti la cassa l’han dovuta ordinare, non si poteva scegliere il colore, ma pare sia chiara, allora va bene.
Certo, il vuoto è grande sopra al divano, dove prima il tuo corpo, ora invece niente o, meglio, qualcosa, che sembra niente.
Pero`il vuoto è grande anche perché c’avevi messo dentro tante persone. Come quando pregavi su commissione, e volevi conoscere il giorno, l’ora (indicativa, per carità…) : per i compiti in classe, le interrogazioni, per gli esami, nostri e poi – visto che funzionava – anche degli altri. E per le cose piu`serie : le operazioni, le malattie.
Il vuoto è grande perché c’era tanta gente a salutarti, dicono « mezzo paese » : i bambini, ormai anziani, che hai fatto nascere, le mamme che hai assistito, i ragazzini che venivano a giocare in cortile, e alle quattro e mezza gli davi la merenda, con la coca-cola.
Il vuoto è grande : c’è posto per tutti.

Arianna

Canzoncina per cretini

C’è un’aria fredda che non so: di rame

un fumo fino fino sminuzzato

dolce sì, ma d’un dolce d’aspartame

che effonde per le strade e per il prato.

Nei crani si fa un blocco di catrame

e il pensiero v’invecchia da neonato:

nessuno che si chieda il nero sciame

d’onde venga, quest’odio raffinato

che pure è nell’inspiro delle genti

criptato nelle parti per milione

cosicché, quando uno inizia a dire

farfuglia imbalbettato e va a morire

la speme poco dopo la ragione.

Non prima: ora siamo, deficienti.

Parti per milione

Giulio