Eravamo bambine

Eravamo bambine
due
sorelle, in casa
c’erano bambole,
Lego e pennarelli,
urla, morsi e pomeriggi
a guardare i cartoni.

Adesso che sono
rimasta unica
sopravvissuta
ti piango con rabbia
ancora incredula.

Veniamo al cimitero
e parliamo di rose,
vasi e marmi
per non dire
quanto fa male
la tua tomba perfetta.

Ti ho pensata

Ti ho pensata
nel profumo
di rosmarino selvatico
e nel coltello
vicino al pane.

Ti ho pensata
in questa parte di cuore
dove ancora sei
tagliente e fredda
come quando
ho accarezzato il tuo braccio
e subito ti ho persa
animale spaventato.

Ti ho pensata
in questa parte di mondo
dove ancora sei
colorata e tenera
come i tuoi pupazzi
e i disegni
che conservo.

Lettera

Non erano morte, sai, le piante sul tuo balcone. Papà ha iniziato a bagnarle ogni tanto, e loro hanno messo fuori foglioline verdi. Tutte.

Con la mamma stiamo sistemando i tuoi vestiti, quelli che possiamo tenere, quelli da dare via. Ho ritrovato tutti i miei regali per te, perfino la maglietta rossa che ti avevo portato da Malta, a 15 anni. Quelli li conservo, come hai fatto tu.

Ti ho pensata quest’estate in Provenza, nel profumo del rosmarino selvatico. Inaspettato come il tuo sorriso, a illuminare un cielo che ci eravamo abituati a vedere buio, e minaccioso.

Ti ho pensata stamattina nelle gocce di rugiada sulle foglie di ippocastano, tappeto giallo nel giardino della nostra infanzia.

Ti penso e ancora non trovo
un modo
per salutarti.

Avevi i capelli corti

Avevi
i capelli corti
le mestruazioni
quando sei partita
sei saltata
e abbiamo imparato
la discrezione
degli angeli.

Non è venuto nessuno
a prenderti in braccio
invertire la rotta
oppure infilare
qualcosa di morbido
tra il tuo corpo e
l’asfalto.

Di te è rimasta
una macchia
scura, poi
ti ho rivista
ferma e fredda
con la pelle liscia
da accarezzare, come
non facevo da tempo.

Mi mancavi anche prima
era difficile
vederti altrove, solo
adesso
non torni.

Non torni più.

Il sogno della circolare

Nell’alba la nebbia si stacca da terra
nell’alba
prega il torrente al confine
la preghiera dei sassi.
E’ lunedì e si sente il suono dell’acqua.
Vedremo il perché.
Ancora riposa la sega
e la pialla
già sveglia aspetta le mani.
Aspetterà ancora a lungo,
vedremo il perché.
I tronchi e i pacchi di travi
sembrano un vicolo cieco
solo da sopra si scorge il disegno
o da dentro
da dove quel sogno proviene.
Come a saperlo
stamane distilla ogni legno
un sudore di ambra comune
non è proprio un pianto
piuttosto un dialetto
un modo per annunciare
la morte del segantino.
Questo dedalo d’assi
macchinari, muletti
è lasciato alla terra
è lasciato agli eredi
sporco di fango e fatica
di cui
la famiglia non sa più che fare.
E’ ancora presto e d’inverno
il lavoro inizia con calma.
Oggi però
la calma è protratta
e sogna ancora la sega
di tronchi d’ebano e oriente
e nel sogno
strano le pare
che non sia ancora tempo
di spaccarsi la schiena.

Dunque così

Dunque così
fragile
la felicità, questa terrena
fatta di corpi
vivi, a fare cose
anche noiose
come pagare bollette
e parlare
con l’operatore numero venti
che risponde dall’Albania,
corpi in movimento
a mettere senso
nel mondo,
corpi che poi
di colpo
e presto, troppo.

Come fare, dove
trovare la forza
per arrivare alla fine
della giornata,
della notte?

Un pensiero
basterebbe forse
un pensiero.

Come si fa (per Irene)

Come si fa
a lavarsi i denti
allacciarsi le scarpe
apparecchiare la tavola
scendere e salire
le scale.

Come si fa
a sopportare la bellezza
che ostinata esiste
a perdonare le cose
rimaste in piedi
e i bambini
nati
proprio adesso.

Come si fa
a stare
in tutte le prime volte
senza di te.

 

Irene se n’è andata, non sappiamo dove ché altrimenti l’andremmo a cercare.
Non c’è più ma c’è stata, anche qui, su Aironi di carta, come zampine.
Un motivo in più per pensarla da questi cieli

Ciao, Irene.

Che questo dolore finisca

Che questo dolore finisca,
che tu
muoia:
se non puoi smettere
di ammalarti, allora
non resta che questo
pensiero terribile.

La tua esistenza
pesa
come un asciugamano,
zuppo di lacrime.

In questa città
di tubi roventi e panchine
deserte, non c’è posto
dove accovacciarsi
e respirare.

Foto: Iran 2017

 

Per fortuna pioveva

1769Almeno all’inizio.
Quando siamo arrivati, quando ci si guardava le scarpe, le maglie, le gonne, per controllare di non essere gli unici, i più colorati. No, beh, c’è perfino una signora con un vestito rosso, e molti uomini in camicia bianca, anche il beige, diverse persone in beige.
E’ che d’estate quelli dei negozi, della moda, mica ci pensano. Martellano sulla prova costume, le vacanze, si fanno i conti con i soldi, e i desideri. Ma di certo uno non se l’immagina, a luglio, mentre alcuni già al mare e altri tra poco, non se l’aspetta, di aprire l’armadio, chiedendosi con quali abiti si sentirà più a suo agio, a piangere, in mezzo ad altri, che pure staranno – almeno a tratti – piangendo. Ché l’apparenza non è tutto, va bene, però piangere in giallo o in arancione, passi il verde, meglio se scuro, l’ideale in ogni caso rimane il nero, al massimo il blu, il grigio. Il bianco non so.

D’estate uno non ci pensa, mentre sta in vacanza, al mare, mica ci pensa che si troverà di colpo su un autobus notturno, a fare la strada a ritroso, non ci pensa, che vedrà la sua amica curva, che l’abbraccerà, che l’amica scoppierà in un pianto di quelli che fanno piangere, guardando da dietro gli occhiali scuri per dire: “Non ho più niente”. Uno non se l’immagina, sotto il sole estivo, che proverà a contraddirla, a ricordarle gli amici, la famiglia, il lav… “Sì, sì, sì. Ma vi giuro che ho la morte nel cuore”.

Ed è proprio il cuore. Il prete ha detto lo porteremo al Signore, sarà il nostro tesoro. Poi ha precisato che umanamente non c’è risposta. Perché Giacomo, perché 34 anni, perché così. Non c’è risposta. Umanamente.

E non si poteva prevederlo, ma adesso si odiano i vivi, tutti, perché lui è morto. Si odia ogni cosa che respira, perché lui non respira più. E si dice di andare avanti, si dice non c’è altro, non c’è altro, non c’è altro da fare. Andare avanti vuol dire stendere il bucato, prendere il tram, lavare le verdure. Ma forse vuol dire anche urlare sott’acqua, tapparsi le orecchie, stare ore a fissare il vuoto. Un vuoto qualsiasi (anche un pieno va bene).

Siamo umani, e non abbiamo risposte.
Stiamo vicini, ci siamo.

Per fortuna pioveva.

Arianna

Foto: Gegio