Il vuoto è grande

Per mia nonna, Carolina.

 

Certo, il vuoto è grande perché occupavi uno spazio maggiore rispetto e infatti la cassa l’han dovuta ordinare, non si poteva scegliere il colore, ma pare sia chiara, allora va bene.
Certo, il vuoto è grande sopra al divano, dove prima il tuo corpo, ora invece niente o, meglio, qualcosa, che sembra niente.
Pero`il vuoto è grande anche perché c’avevi messo dentro tante persone. Come quando pregavi su commissione, e volevi conoscere il giorno, l’ora (indicativa, per carità…) : per i compiti in classe, le interrogazioni, per gli esami, nostri e poi – visto che funzionava – anche degli altri. E per le cose piu`serie : le operazioni, le malattie.
Il vuoto è grande perché c’era tanta gente a salutarti, dicono « mezzo paese » : i bambini, ormai anziani, che hai fatto nascere, le mamme che hai assistito, i ragazzini che venivano a giocare in cortile, e alle quattro e mezza gli davi la merenda, con la coca-cola.
Il vuoto è grande : c’è posto per tutti.

Arianna

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Canzoncina per cretini

C’è un’aria fredda che non so: di rame

un fumo fino fino sminuzzato

dolce sì, ma d’un dolce d’aspartame

che effonde per le strade e per il prato.

Nei crani si fa un blocco di catrame

e il pensiero v’invecchia da neonato:

nessuno che si chieda il nero sciame

d’onde venga, quest’odio raffinato

che pure è nell’inspiro delle genti

criptato nelle parti per milione

cosicché, quando uno inizia a dire

farfuglia imbalbettato e va a morire

la speme poco dopo la ragione.

Non prima: ora siamo, deficienti.

Parti per milione

Giulio

Del più e del meno

Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.

Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza (c’è una piccola macchia, mi spiace, ma si figuri, forse sono stata io), si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli (ah, ma guarda che è sempre lo stesso), si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse. Si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).

Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.

Arianna

Tutti i ciò che ero

Tutti i ciò che ero

ora sono morti.

Piango i cadaveri

dei me stessi perduti

come fossero

i più cari compagni

di questa mia vita.

Vedo innumerevoli me

uno in fila all’altro

sulla coda del tempo;

in fila distesi

come cadaveri.

Anzi cadaveri,

ne sono certo,

di me stessi che ora non sono,

dalle mie scelte spenti.

Ogni attimo un omicidio

ed una foglia

che prende commiato

dalla realtà.

Mi mancano quei me stesso che ero,

come l’aria li penso,

li frugo e li cerco

dentro di me.

Eppure mi accorgo

che sono morti

– semplicemente morti –

e che ora io

sono tutt’altro.

Ora sono me stesso,

un me stesso fugace

che già crepa

schiacciato da me

– lo stesso

un verso più in là –

già radicalmente io

diverso dai prima

dai quando

dai giorni che sono

e più non saranno.

Rimane il peso

di questo eterno

morire;

di questo crescere

scartare, acquisire,

trovare, scoprire,

vivere, essere

sempre nuovo;

di questo nuovo

che accomiata

mette all’uscio

esclude

ciò che è stato,

senza ritorno.

Mi manco

mi manco in ogni squisito frangente

irripetibile attimo

di ciò che sono stato.

Amo il mio passato

ne amo i dettagli

che molti affiorano

alla mia mente

(quanti sono?)

(hanno limite?)

In questo eterno morire

sento grande vecchiaia,

come un trapasso continuo

di migliaia di vite

rapidissime

una aggrappata all’altra

senza pausa.

Mi sento

un vecchio

nel cimitero dei propri se stessi.

(Quante lapidi!)

(Quante storie diverse!)

Ecco:

io sono quel vecchio

che porta i fiori

su ogni tomba

e s’inchina profondo

e prega

e mentre prega

muore e muta ancora

nella speranza

che quelle morti

non siano vane.

Forse dovrei

allontanarmi dalle tombe,

eppure indugio poiché

tra quei sentieri a grani bianchi

trovo la traccia

di un senso

come una storia

che trapela dalle foto ingiallite

e che è la mia storia.

La storia di questo

che è il mio presente.

Sull’altra non so,

ma su questa sponda

del mio sentire

ogni respiro

è un trapasso

ed una foglia

che prende commiato.

 

Questa poesia è dedicata a tutte le persone che ho incontrato in questa parte della mia vita, a tutte quelle persone che ho sfiorato anche solo per una frazione di me stesso o di secondo, che in fondo è la stessa cosa.

Giulio

melancholia

La vita nella morte, l’inizio nella fine.

Se un giorno veramente accadesse?
Se un giorno davvero il nostro pianeta dovesse scontrarsi con qualche altro corpo celeste?
Che importanza avrebbero tutti i nostri sforzi?
Che importanza avrebbero tante delle nostre liti? Tanti dei nostri malesseri? Tanti dei nostri desideri?

Dopo aver visto il film (melancholia) non ho potuto non pormi queste domande. Ma soprattutto mi son chiesto se giá non siamo nella stessa situazione. Sembra un’affermazione da infelice depresso ma tutto prima o poi finirá, perchè la nostra vita biologica ha un limite imposto di tempo purtroppo insormontabile (ditelo pure anche al nostro premier). Cosa ci rimane dunque? Per cosa vivere il restante tempo della nostra vita? Davanti alla morte sembra che tutto perda senso. Ma forse perde senso solo ciò che senso non ha. Forse serve una presa di coscienza vera per cominciare a investire le nostre energie e i nostri sforzi verso obiettivi di un certo spessore e riguadagnare quel senso che ci manca, quella dignitá interiore perduta.

Serve una collettiva riorganizzazione delle nostre priorità.

Forse nella più intima e sentita presa di coscienza della nostra futura morte potremmo trovare la chiave per vivere al meglio il nostro tempo, perchè forse proprio nella fine giace il senso più profondo della vita e della felicitá.

Giacomo

Speranza di vita

Madame E. non se la passa poi male. E’ vecchia, certo, ma non malata. “Non ho dolore da nessuna parte”, ripete, quasi per convicersi che, in fondo, sta bene. Eppure, anche se nessuna sofferenza la tormenta, i suoi passi sono incerti, affaticati. Esce solo in carrozzella, altrimenti detta “voiture“.
Abita in una casa di cura, nel suo quartiere di sempre: stessa linea di metrò, un paio di fermate più in là. Si mangia bene – dice – e le infermiere sono gentili, però Madame E. si annoia: “Vuoi sapere cos’ho fatto stamattina?” “…” “Niente” “Niente?” “Niente”. Poi ci ripensa: “Beh, ti ho aspettata”.
La memoria, ogni tanto, la tradisce: “Non sapevo che saresti venuta oggi!”, esclama quando mi vede comparire nella sala comune. “Oggi è mercoledì? Allora sì, è giusto, ti avevo detto mercoledì, in effetti. Ah, ma lo vedi? Non ho più niente qui, niente di niente!”. Una testa vuota, così si sente.
“Allora, andiamo? Ce l’hai la voiture?”.
Fuori, al parco, incrocio gli sguardi di altre donne, mamme, con i loro bambini nei passeggini. Io invece non ho figli, e porto a spasso Madame E.
“Non voglio vivere fino a cent’anni”, mi dice, e pare quasi una supplica, come se mi stesse chiedendo di prometterglielo, di rassicurarla che no, non la obbligheremo a restare.
“Nemmeno io voglio vivere a fino a cent’anni”, penso.

Arianna

Dipinto: Federico Marchinu

Sulla morte di Steve Jobs

Io credevo che, se la Apple è eterna, anche il suo fondatore Steve Jobs dovesse esserlo. Pensavo che l’ipad consegnasse l’uomo all’eternità e invece alcuni giorni fa mi sono dovuto ricredere: anche nell’era dell’informatica, anche con lo smartphone, si muore. Strano, eppure è così. Nonostante i dati non invecchino, i processi biologici fanno imperterriti il loro corso e anche l’uomo informatico alla fine si pone, come quello dell’età del bronzo, disteso, in una bara.

Giulio

In memoria delle vittime di Barletta

Manciata di donne morte
urla private
come vita
da non mostrare.

Inghiottite dentro a un corpo
sudato per altri
nella schiena e le dita
riproduzione obbligata.

Molti “se”, “se soltanto”
eppure “già”
“di nuovo”.

Arianna
Foto: Nadia Lambiase