Poetica

Se anche tu fossi stata di plastica

non degradabile,

indissolubile.

V.Brondi – Le luci della centrale elettrica

A volte mi penso tra le cose belle, tra le cose che filano tutte per il verso giusto. Non riesco a starci. E come se subissi il fascino della natura umana dalla parte arrugginita, dalla parte delle cose che non stanno proprio insieme per incastro perfetto. Per esempio un paesaggio. Un paesaggio è per me un bel paesaggio, la meraviglia di una spiaggia remota, il silenzio inattuabile di un altopiano disperso in mezzo al niente con il solo suono di un ruscello. Ma un paesaggio che mi emoziona che mi apre in due l’anima è un paesaggio umano, un paesaggio in cui nel mezzo del “tutto fila liscio” sbuca un traliccio o le strisce di una ciminiera. Quelle cose che gli uomini hanno fatto senza conoscenza profonda, senza rispettare le regole del cosmo, ma a modo loro, come gli venivano.

Amo il momento in cui queste cose così umane ritornano a far parte del tutto, manifestano il loro diritto al senso dell’universo, la propria appartenenza alla stessa legge di ordine di un fiore. Il ricordi più intensi del Mustang sono il volo degli uccelli nel vento ed il canto dei pali della luce, che per qualche ragione vibravano di una nota quando l’aria divorava la terra.

Perché?

Allora, anche la poetica subisce le sue modificazioni. Non si può più mostrare il senso attraverso le forme della natura, attraverso la geometria del favo di un alveare o di un fiore, ma esclusivamente attraverso le cose che funzionano “quasi perfettamente” o “perfettamente male”.

Ed allora ci stanno anche Le luci della centrale elettrica, ci stanno le poesie scritte sulle serrande dei negozi di Via dell’ironia, ci stanno le ricerche dell’inifinito mescolate alla confusione delle code in automobile e delle storie di strada.

Giulio