Buon Natale

Nella nebbia di Milano Tramonto milanese
oggi
ho visto un uomo
con bastone
panettone Bauli
e una rosa
rossa.

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Smania di luce

Cartier getta diademiDSC_0033

oscuri nella notte

e la mela rimane

con la scorza ferita

acerba e incompiuta

là in alto, e vivifica

le figure spettrali

di persone che vanno

come fieri fantasmi

o mannari alle lune

del lusso e degli schermi

e dita sopra e asettico

pulito di niente,

come una mètro stanca

metallica e chiara

di igienico splendore

abbandonata nel buio

d’una via sotterranea.

Incartati nei pixel

gioielli di natale

ed un brusio meccanico

tra le solite note

che si muta in urlo

di possesso e di spesa.

Sono quasi un naufrago

ammarato sbagliato

al formicaio asfaltato

dei ricchi e dei poveri,

del consumo sfrenato

di diamanti e di i-phòne.

fotografia:  luci  natalizie e maxischermi a Hongkong

Giulio

Natale, anche quest’anno…

Anche quest’anno Natale è alle porte. Per le strade ci sono le luci, i colori, gli alberi e gli addobbi, i babbi di Natale, i cappelli rossi e le barbe bianche, i presepi. Soprattutto ci sono le strade piene di gente, ma…non è la solita gente. Si vedono a volte famiglie, ma sono rare, spesso si tratta di singole persone o coppie, che corrono veloci, a passi lunghi, guardando avanti, decisi, con borse piene di acquisti.
Quello che sicuramente c’è, in questo Natale, è la solita frenesia per fare i regali. Tutti a correre a destra e a sinistra, entrare in questo o in quel negozio. Tutti arrabbiati perché c’è coda, c’è gente, perché devono aspettare prima di essere serviti. Quindi tutti acidi, nervosi, tesi come corde di violino. Vado al supermercato e sento le parolacce dei dipendenti perché non arrivano a fare tre lavori contemporaneamente e le parolacce dei clienti perché la fila alle casse è eterna…Vedo volti affaticati e appesantiti, quasi tutti che si lamentano. Il “buongiorno, desidera?” si trasforma in un “cose le serve?” e il “buongiorno cercavo…” si trasforma in “maglia-grigia-cashmere-taglia 46-48”. La follia degli acquisti sopprime gli articoli e i verbi, sopprime i saluti, le cortesie, i grazie, i sorrisi, il buon umore e sostanzialmente l’amore e l’umanità. La follia del Natale è quanto di più lontano esiste da ciò che il Natale rappresenta. Siamo ancora capaci di sentire l’amore del Natale, il sentimento buono, positivo, che ci abbraccia tutti in questo periodo? Siamo capaci di sentire la possibilità che ci viene offerta di rinascita, la possibilità di rinnovarsi, del cambiamento? Più siamo concentrati nel fare “altro” più ci allontaniamo dai nostri sentimenti e da quelli degli altri. Occorre reintrodurre momenti di break nelle nostre vite, degli “stop” necessari per poter vedere meglio il vortice in cui siamo costantemente trascinati, giorno dopo giorno. Più la nostra vita corre, più è necessario fermarsi e svuotarsi di tutto ciò che genera disarmonia, ci allontana dalla nostra natura di esseri umani e dalla vera felicità.

Giacomo

Mi preparo, infine, più nudo.

Guardo il monitor, mentre pigio incerto i tasti su questa tastiera, diventata purtroppo più famigliare di una penna. Vicino a me ci sono pile di vestiti, di carte e di libri. Manco in questo Natale sono riuscito a fare un po’ di ordine in camera mia. A volte scrivere qui ciò che sento dentro di me è più difficile di quel che sembra. Perché a volte non ho il coraggio di scrivere delle mie debolezze e renderle pubbliche, e se proprio devo preferirei farlo sul mio diario, quello che non c’è. Non c’è da qualche anno, da quando sono diventato amico intimo di una tastiera di plastica e di un blog. Non c’era nemmeno prima, quando usavo fogli volanti strappati dai quaderni di scuola lasciati a metà, fogli che conservavo in una teca che oggi non so più sotto quale pila di libri sia finita. La ritroverò quando farò ordine, prima o poi. In queste giornate, con il tempo che sembra scorrere più lento, mi vien quasi da pensare alla mia vita, a quello che è, e se sono veramente contento. Quando sono un po’ giù mi chiedo se sono veramente vivo o se tutto questo sia solo un grande sogno, della durata di una vita. Cose così, discorsi difficili che sembrano quasi tristi tristi, menate. Che ci si faccia il vezzo a vivere lo posso anche capire, come un callo che quando si indurisce ti rende insensibile. Solo non credevo che potesse capitare anche a me.

Natale non l’ho sentito particolarmente quest’anno, è passato veloce, tra un mal di gola e un cosciotto di agnello. Mi chiedo quali aspettative avessi avuto che non si sono avverate…poi sono finito un po’ davanti a un film e un po’ a tavola a mangiare e tutto è filato liscio, talmente in fretta che non me ne sono nemmeno accorto. Ma c’è il capodanno che arriva e il Natale, o l’idea di quello che avrebbe potuto essere, si dimentica in fretta.

Tutto ‘sto pessimismo avrei potuto tenerlo per me. Però, perché nascondervelo? E’ la realtà, è il quello che è delle cose. Noi siamo così e non sempre siamo al massimo, carichi, grintosi, senza dubbi e interrogativi. Non so se siano le nostre stagioni interne che nel tempo di bassa ci riempiono di domande, o se sono le domande che ci condizionano l’umore, però quando capita è bene che sia in una notte come questa, con Sirio che spicca tra le altre stelle brillando forte, come non mai. E’ bene che capiti in questo periodo, dove un anno finisce e ne comincia uno nuovo, perché così possiamo fermarci un attimo, metterci con le spalle al muro e costringerci a rispondere alle domande più scomode, quelle che evitiamo tutto il resto dell’anno.

E’ doveroso tirar qualche somma in questi giorni, anche riguardo al nostro cuore, alle nostre emozioni, alle nostre paure e alle nostre felicità. Così se vediamo qualcosa da migliorare, qualcosa da cui è meglio prendere le distanze, qualche atteggiamento da gettar fuori dalla finestra, possiamo farlo, perché in questi giorni, più che in tutto il resto dell’anno, giace la potenzialità di fare un salto, di fare un cambiamento, di rinascere di nuovo nello spirito del vero Natale o di cominciare di nuovo con il nuovo anno. Anno nuovo vita nuova. Così rimugino oggi sul vecchio, sul passato, sui miei difetti, il mio carattere e la sua parte antipatica. Scelgo quali abiti di me stesso non voglio più indossare e mi preparo infine più nudo, pronto a ricominciare. Fa male in questi giorni, non lo nego, e mi sento un po’ a terra, tante domande, forse troppe, ma poi starò meglio, son piccole pulizie di casa che van fatte, piccole grandi fondamenta della mia casa di domani.

Giacomo

Senza canditi

Da secoli l’antropologia culturale rileva un fenomeno la cui dinamica è singolare e per lo più sconosciuta: a cadenza annuale, presso numerose popolazioni del globo, si assiste ad un curioso assembramento di clan in concomitanza con i giorni del 24, 25 e 26 dicembre. Durante queste assemblee si consumano lauti banchetti, si riallacciano i contatti con membri del clan con i quali, durante l’anno, non si hanno avuto contatti, e ci si scambia dei doni. Nella stessa occasione, si ha la possibilità di risolvere vecchi conflitti o crearne di nuovi. Antropologi e sociologi ipotizzano si tratti di una drammaturgia ricorsiva, vale a dire un rituale che una comunità svolge, ma è ancora oscuro il fine di questo drama – nel senso di performance – collettivo. Numerose ricerche hanno permesso di rilevare, per questo particolare fenomeno, il nome di Natale (nei rispettivi idiomi), e si ipotizza un legame con certi sistemi di credenze molto diffusi a livello globale, ma una branca delle scienze sociali è più orientata a considerarlo un fenomeno correlato allo spirito del capitalismo e alla globalizzazione degli stili di vita. Il carattere rituale e drammatico del fenomeno rivela all’occhio dell’osservatore sociale diverse criticità che riguardano, in prima istanza, il senso che questo incontro può avere per i partecipanti, in un’ottica futura. Il rinnovo dei contatti, persi o non coltivati nell’intervallo fra un Natale e il successivo, non sembra avere un’intensità tale da creare presupposti per la ripresa futura dei contatti, e questo potrebbe dipendere dalla consapevolezza che i partecipanti hanno della ritualità del fenomeno stesso – si aspetta il prossimo Natale, che sembra concedere l’indulgenza per il mancato rispetto degli standard comunicativi intra-clan. Lo stesso utilizzo massiccio del cibo come elemento simbolico, o meglio la convivialità come culto del clan, e lo scambio di doni, simile a quello delle popolazioni antropologicamente significative, potrebbero rappresentare una chiave di interpretazione del fenomeno “Natale”, ma gli studiosi, a dirla semplice, ancora brancolano nel buio.

Gianmarco
27 dicembre 2320

Fottuto Natale

Tutto va di qua e di là al contempo, a Natale. Fottuto Natale. Le persone vanno di qua, le emozioni di là, i giovani a bere, i vecchi a sperperare il denaro, i bimbi a scrivere lettere, le zie a procurarsi i regali. Tutti comperano tutto, fottuto Natale. C’è il Presepe, sai, con le figurine dei tempi di Gesù. C’è il Figlio di Dio che nasce nell’odore di merda di bue e c’è quel ciccione sorridente baloccoso: il Babbo Coca Cola Company. C’è il Trenino per i turisti e le zingare che si bruciano le mani nel freddo. C’è la stalla, l’amore, la famiglia, il calore del fuoco e c’è anche la solitudine, il freddo gelido che ti trapassa le emozioni, inorganiche, come non nostre. C’è la gioia mescolata con l’indifferenza, nel caffè al mattino. C’è il sorriso vero e subito dopo quello falso, apparecchiato per pranzo.

C’è tutto, in questo stramaledetto Natale. C’è così tanto che nessuno capisce più un cazzo di niente, se vuole amare, odiare o scopare, se vuole regalare o ricevere, se vuole vicinanza o lontananza dal mondo e dalle persone. C’è un orgia smodata di roba, appiccicosa come la maglietta quando corri con venti strati addosso e poi ti fermi e ti sale un brivido per la schiena.

Possibile che abbiamo mischiato con tale incoerenza ogni sfaccettatura dell’uomo? Dalla più elevata spiritualità alla più bassa mercificazione della materia. Il sacro e il profano, Dio con le Troie. Per questo impazziamo, a Natale.

Giulio

Odiare l’amore

“Ma che cosa ti è successo?”
“Si vede, vero?”
“Sì, sembri sconvolta”
“Lo sono. Quando siamo tornati a casa da Londra, domenica sera, abbiamo trovato una finestra rotta, tutto in disordine… sono venuti i ladri. Per fortuna hanno rubato soltanto i regali di Natale, anzi: uno non l’hanno nemmeno rubato, l’hanno soltanto aperto, e distrutto. Secondo la polizia sono stati due allievi della scuola, che mi conoscono, per farmi paura. Probabilmente si tratta di ragazzi che non festeggiano il Natale”.

Un regalo sotto l’albero è un gesto d’amore. Distruggerlo per spaventare è un gesto di rabbia, forse d’odio. Ma se un ragazzo odia l’amore al punto da distruggerne i doni, è perché non l’ha mai provato. Non giustifico la sua azione, però la capisco: se l’amore non esiste, beh, pazienza, me ne faccio una ragione; ma se esiste, e non è per me, posso impazzire di rabbia.
Oggi provo dolore: perché la mia collega ha paura, perché si è sentita messa a nudo dai suoi allievi, perché due ragazzi non festeggiano il Natale e anche per questo – forse – si sentono esclusi, perché due ragazzi odiano i doni d’amore, che non ricevono.

Arianna