Il tempio del silenzio

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Mi sono seduto ieri per terra, sul tappeto davanti alla finestra, spostando la tenda di lato, a guardare il cielo e quel bianco soffice che avvolgeva la notte nel suo silenzio.

Fuori dalla finestra, le raffiche di vento giocavano con la neve, come il tempo con le preoccupazioni. I fiocchi cadevano dapprima lenti, poi spazzati di lato, poi verso l’alto, a destra e a sinistra, poi ritornavano lenti come coriandoli o foglie secce, poi si mettevano a correre verso il basso come se il vento fosse una cascata di aria e neve che precipitava verso terra, poi di nuovo lenti, leggeri, come piume.

Così anche le mie preoccupazioni, i miei pensieri, a volte sono soffici, a volte vanno veloci, a volte cadono a volte vengono spinti a destra, a sinistra verso l’alto e verso il basso per un po’, prima che mi decida a lasciarli andare.

(Devo riparare la staccionata del mio poggiolo, piegata dal vento e dal peso della neve.)

Dopo, quando sono caduti, il cielo diventa subito pulito, e l’aria di cristallo. Ma prima, tutto quel che doveva cadere lo ha fatto.

Dopo, quando si sciolgono, rimane il terreno bagnato e freddo, il sole a riscaldarlo, la primavera ad aspettarlo, qualche mese più in là, oltre la porta di casa. Eppure il bianco di oggi mi riporta dentro me stesso, come se chiudendo gli occhi entrassi in una cattedrale immensa, ricoperta di neve e di silenzio, sulle coste della Bretagna.

Giacomo

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Il cantico dei drogati

Perché non hanno fatto 
delle grandi pattumiere 
per i giorni già usati 
per queste ed altre sere.

Cade lieve la neve, sui nostri cuori. La neve che cade, nel suo candore, affranca gli esseri dalla pesantezza del giorno. Così la sera si mostra in una luce diversa, immacolata e per tutti leggera. Alla panchina c’è calma e dio scende dal cielo. Tocca terra e si scioglie nell’anima degli ultimi, prima del rientro nei dormitori.

Le parole che dico 
non han più forma né accento 
si trasformano i suoni 
in un sordo lamento. 


Arrivi, ti riconosco dal passo e da come ti richiudi nelle spalle, da come ti rintani dentro al piumino smanicato. Alla luce del lampione i tuoi occhi castani brillano di vacuo, di sostanza mancata, eppure mi affascinano. Parli di te, della tua pazzia, delle tue droghe, del carcere. Parli anche di Dio. Mi chiedi: credi in Dio?

Quando scadrà l’affitto 
di questo corpo idiota 
allora avrò il mio premio 
come una buona nota. 

Pensi al suicidio. Vuoi morire. Non riuscendo a cambiare, è comprensibile che tu voglia morire. Quando il futuro è divorato alla radice, nella mente, dal tarlo ossessivo dell’assenza di prospettiva, della stasi, la morte è una soluzione plausibile. Ci hai già provato, in carcere, ma ti hanno sollevato quando la corda già stringeva. Infatti, sei qui che me ne parli.

Chi mi riparlerà 
di domani luminosi 
dove i muti canteranno 
e taceranno i noiosi.

Prima di andartene mi fai ascoltare una canzonetta. Mi passi l’auricolare e mi dici “l’ascolto anche dieci volte al giorno, mi mette allegria”. Ascolto quelle note elettroniche, quelle note dance semplici, eppure allegre e per un istante mi immergo, sprofondo dentro di te, nelle tue carni, nella tua mente rovinata dalle dipendenze. Io sono te e ascolto quella musichetta dieci volte al giorno, quando sono malinconico e senza speranza, quando i problemi mi schiacciano. Mi torna un po’ di buon umore.

Tu che m’ascolti insegnami 
un alfabeto che sia 
differente da quello 
della mia vigliaccheria. 

Vorrei dirti: provaci. Prova a fare un solo passo, prova solamente a muoverti. Vorrei giurarti che basterebbe quel passo per redimere ogni tuo peccato, che Dio sentendo la tua suola muovere da terra si volterà verso di te e ti eleverà al di sopra dei giusti. Vorrei dirti che non hai peccato, che è solo accaduto. Che non hai colpa. Pacatamente, te lo dico.

Hai davvero un sorriso ampio, oltrepassa il confine della tua sofferenza.

Giulio

Parole da “Il cantico dei drogati” di De Andrè, che ho cantato rincasando.

Immagini dal sito http://www.nasa.gov

 

Apocalypse now


E cade la neve.

Stendendo silenzio al silenzio che già copre ogni cosa.

Un velo bianco ricopre macerie e corpi di uomini e donne.

Come pietà avvolge un’umanità ormai smarrita,

piegata dalla Natura che assassina non è.

Innumerevoli fiocchi bianchi si innalzano al Cielo,

simili a mantra recitati col cuore.

Tutt’attorno morte e dolore.

E cadeva la neve.



Demetrio

Guerra bianca in Adamello

Solitaria muta notturna cade

quietamente sulle antenne e i camini,

paziente riavvolge i nostri destini

ad un passato di case più rade.

Adesso l’inverno cupo c’invade

noi coi fucili, gelate le mani

tra lacrime d’aria e scoppi lontani

lassù sulla cima, che li nasconde.

Cristalli di odio nel cielo e di pietra

sepolta sotto la coltre di lei

che prima di sciogliersi ancora indugia

e come una vita fattasi goccia

scivola giù tra ricordi non miei

di un uomo morto di neve e di guerra.

Fiocchi di neve

Traccio danzando un bianco triangolo,
e getto lontano le vesti.

Nudo,
faccio l’amore con lei.

Tra risa di gioia,
giungemmo all’albero solitario
per meditare ai suoi piedi.

Riprendemmo il Sentiero,
e mentre il giorno cambiava mantello
vidi le luci del rifugio di legno,
dove qualcuno attendeva paziente.

E svuotate le tazze,
bevemmo una calda bevanda
che sciolse i nodi del Cuore.

Fuori cadeva dall’alto la neve,
portando in basso il rumore,
stendendo veli di pace.

Come cenere dopo un grande incendio,
domani avrà ricoperto ogni cosa.
Dentro e fuori.

Demetrio