La libertà di togliersi le orecchie

Oggi ho trovato Madame E. seduta nella sala comune, a guardare diapositive d’una Venezia dipinta, mentre qualcuno dal tono appassionato raccontava di come si viveva nel ‘400, a Venezia.
“Ah, ma non sapevo dovessi venire oggi!”, esclama Madame E. quando mi avvicino alla sua sedia e le faccio un cenno con la mano.
“Se le interessano le diapositive, posso tornare un’altra volta…”
“Ma figuriamoci! Mi sto annoiando a morte, per fortuna sei arrivata!”.
Naturalmente tutti scoppiano a ridere.
In ascensore, mi spiega meglio di cosa si trattava:
“Quel tizio ci raccontava di Venezia nel ‘400, nel ‘300… sì, mi sembra che abbia cominciato proprio dal ‘300… in ogni caso io a partire dal ‘400 mi sono tolta le orecchie [cioè l’apparecchio acustico] perché mi stavo annoiando. Voglio dire, a me Venezia piace, ci sono stata una volta con mio marito e ci siamo proprio divertiti: abbiamo mangiato nei ristoranti, siamo andati al casinò… sono queste le cose che mi piacciono di Venezia! Del ‘400 invece non me ne frega proprio niente. A te interessa la Venezia del ‘400?”
“Beh, veramente… sì”, rispondo, quasi vergognandomene.
“Eh, ma tu hai studiato… è un’altra cosa. Io invece mi sono tolta le orecchie, et voilà!”.

Arianna

Ammazzando così la noia…

Crisostomo guardava fuori dalla finestra e non capiva.
– Perchè? – si chiedeva – Perchè il viaggio condiziona così tanto l’essere umano? Come è possibile che se vivo in Spagna per un anno la mia routine quotidiana scompare? Tutto è frizzante, ogni giorno, e io mi sento eccitato, entusiasta, costantemente! Perchè non riesco a vivere allo stesso modo a casa mia? Perchè qui cado nella routine? Camminavo per la Rambla, a Barcellona, e ogni particolare, sebbene lo osservassi per la centesima volta, visto che percorrevo quella strada ogni giorno per andare in facoltà, mi sembrava nuovo, degno di interesse, di attenzione. Tutto, i discorsi dei passanti, i profumi nell’aria, la confusione del mercato, i colori dei fiori delle fiorerie, i volti della gente…tutto era interessante. Cammino invece qui, nella mia città, e non provo nulla, il mio cuore non sussulta, osservo i miei piedi che si susseguono uno dopo l’altro, mentre mi portano dove devo andare e mentre provo noia durante ogni tragitto. –
Crisostomo non capiva, si sforzava di capire, ma non ce la faceva proprio a spiegarsi la sua noia, così strana, così legata a dove viveva. Eppure non poteva dare la colpa al posto in cui viveva, non era l’ambiente circostante.
– Mi ricordo – diceva a voce alta nella stanza vuota, come se volesse farsi sentire da qualcuno – che quel mio amico spagnolo, venuto in questa città l’anno prima che partissi io per la Spagna, aveva provato un senso simile. Anche lui si era trovato bene, entusiasta per tutto ciò che lo circondava, mentre ritornato nella sua città natale…Quindi, quindi…Non può essere colpa del luogo – aveva alzato la voce, la sua fronte si era corrucciata e aveva cominciato a gesticolare con le mani, come se dovesse spiegare il concetto a degli ipotetici spettatori – il posto non centra! Non è questa città che è noiosa ma…è come la percepisco io che è sbagliato…è come io vivo questo sistema che lo rende pietoso. Sono io che sono sbagliato? –
E giunto a questo punto del suo ragionamento si fermò e semplicemente stette, in piedi, immobile, dove si trovava. Paralizzato inebetito era là: la sua mente si era spenta e così il suo corpo. Dopo qualche ora sarebbe già stato al bar ad ubriacarsi con gli amici, ammazzando così la noia e tutto il ragionamento precedente che lo aveva, forse per un attimo, messo con le spalle al muro, risvegliato e indicato la strada per uscire da quel vicolo cieco in cui si era ficcato. Tutto veniva dimenticato, la coscienza ritornava a dormire e lui, magicamente, non si sentiva più accusato di nulla, stava benissimo. Forse, il vero problema, era che non voleva cambiare, non voleva ammettere di essere “sbagliato”, non voleva percorrerla quella strada, era più comodo berci sopra e continuare così…

Giacomo