A mia nonna

Minuscola
ancora ripeti
“sei cresciuto”
ma da anni sei tu
ad esser piccina.
Raccolgo di te
la figura sfumata
che ruga su ruga
scompare.
Bianca è la veste
di mattina, bianca
la pelle
della tua mano stanca.
Hai sepolto
le labbra di oggi
nella vita di ieri:
il futuro non aspetta
e t’abbandona
poco a poco
piegata nei ricordi.

Piegato indietro
un giorno forse
anch’io riavrò quei doni
che tu mi feci
e adesso
proprio non ricordo.
E con quelli magari
il tuo volto più giovane
che dirò e ridirò
e dirò ancora
a nipoti già grandi
stanchi
di storie da vecchi
masticate tra le gengive
mie, stavolta
e inciampate tra labbra
senza più denti.
Sepolte anch’esse
nella terra scura
della vita di ieri.

Giulio

La mia nonna

È vecchia.
Vecchia vuol dire
è nata prima di me
prima di mia mamma
prima della guerra.
Vecchia vuol dire
dimentica ieri e ricorda
trent’anni fa; vuol dire
giorni e notti piegati con cura
sul volto; vuol dire
quando accarezzi le sue mani, la pelle
s’increspa.

È grassa.
Grassa vuol dire
obesa.
Obesa vuol dire
non si sa quanto pesa; vuol dire
quando si veste al mattino
fatica
a infilarsi le calze; vuol dire
quando l’abbracci le tue dita
non si toccano.
Obesa vuol dire
il dottore
dice che è obesa.

Ma come fa quel corpo così
vecchio
ingombrante
a ospitare una bambina che
ride
quando chiedi dove ha nascosto il cioccolato
(ed è sempre “al solito posto”)
piange
quando zia e cugino litigano furiosi
(“Madre e figlio non vanno d’accordo”)
si addormenta
con il respiro incastrato lì: tra il naso e la bocca.
Chissà cosa sogni, nonna…

Arianna