Esposto

Respiro, esposto,
sulla parete nord;
tra i licheni
la roccia ammuffita,
lapide di qualche collembolo,
di un cuore
da troppo tempo seduto.

Rugiada
sulle foglie secche d’autunno,
il buio si fa prima
ed io rimango al calar
ancora nel bosco,
per fondermi con esso,
smettere di esser carne.

Giacomo

Mi preparo, infine, più nudo.

Guardo il monitor, mentre pigio incerto i tasti su questa tastiera, diventata purtroppo più famigliare di una penna. Vicino a me ci sono pile di vestiti, di carte e di libri. Manco in questo Natale sono riuscito a fare un po’ di ordine in camera mia. A volte scrivere qui ciò che sento dentro di me è più difficile di quel che sembra. Perché a volte non ho il coraggio di scrivere delle mie debolezze e renderle pubbliche, e se proprio devo preferirei farlo sul mio diario, quello che non c’è. Non c’è da qualche anno, da quando sono diventato amico intimo di una tastiera di plastica e di un blog. Non c’era nemmeno prima, quando usavo fogli volanti strappati dai quaderni di scuola lasciati a metà, fogli che conservavo in una teca che oggi non so più sotto quale pila di libri sia finita. La ritroverò quando farò ordine, prima o poi. In queste giornate, con il tempo che sembra scorrere più lento, mi vien quasi da pensare alla mia vita, a quello che è, e se sono veramente contento. Quando sono un po’ giù mi chiedo se sono veramente vivo o se tutto questo sia solo un grande sogno, della durata di una vita. Cose così, discorsi difficili che sembrano quasi tristi tristi, menate. Che ci si faccia il vezzo a vivere lo posso anche capire, come un callo che quando si indurisce ti rende insensibile. Solo non credevo che potesse capitare anche a me.

Natale non l’ho sentito particolarmente quest’anno, è passato veloce, tra un mal di gola e un cosciotto di agnello. Mi chiedo quali aspettative avessi avuto che non si sono avverate…poi sono finito un po’ davanti a un film e un po’ a tavola a mangiare e tutto è filato liscio, talmente in fretta che non me ne sono nemmeno accorto. Ma c’è il capodanno che arriva e il Natale, o l’idea di quello che avrebbe potuto essere, si dimentica in fretta.

Tutto ‘sto pessimismo avrei potuto tenerlo per me. Però, perché nascondervelo? E’ la realtà, è il quello che è delle cose. Noi siamo così e non sempre siamo al massimo, carichi, grintosi, senza dubbi e interrogativi. Non so se siano le nostre stagioni interne che nel tempo di bassa ci riempiono di domande, o se sono le domande che ci condizionano l’umore, però quando capita è bene che sia in una notte come questa, con Sirio che spicca tra le altre stelle brillando forte, come non mai. E’ bene che capiti in questo periodo, dove un anno finisce e ne comincia uno nuovo, perché così possiamo fermarci un attimo, metterci con le spalle al muro e costringerci a rispondere alle domande più scomode, quelle che evitiamo tutto il resto dell’anno.

E’ doveroso tirar qualche somma in questi giorni, anche riguardo al nostro cuore, alle nostre emozioni, alle nostre paure e alle nostre felicità. Così se vediamo qualcosa da migliorare, qualcosa da cui è meglio prendere le distanze, qualche atteggiamento da gettar fuori dalla finestra, possiamo farlo, perché in questi giorni, più che in tutto il resto dell’anno, giace la potenzialità di fare un salto, di fare un cambiamento, di rinascere di nuovo nello spirito del vero Natale o di cominciare di nuovo con il nuovo anno. Anno nuovo vita nuova. Così rimugino oggi sul vecchio, sul passato, sui miei difetti, il mio carattere e la sua parte antipatica. Scelgo quali abiti di me stesso non voglio più indossare e mi preparo infine più nudo, pronto a ricominciare. Fa male in questi giorni, non lo nego, e mi sento un po’ a terra, tante domande, forse troppe, ma poi starò meglio, son piccole pulizie di casa che van fatte, piccole grandi fondamenta della mia casa di domani.

Giacomo

Ocean crush

Mi sono aperto all’acqua e ad essa poi fuso, oceano sublime, mio compagno di vita e di viaggio.

Erano le 5 e cominciava ad imbrunire in questo inverno alle porte, il cielo azzurro cristallo sfumava nel prussia nel grigio e poi nel viola prima di tuffarsi all’orizzonte nell’acqua, scura che si scioglieva poi in chiazze blu notte che ringiovanivano fino all’azzurro vicino ai miei piedi. La tempesta arrivava lenta e si faceva attendere, annusare prima nell’aria umida per poi scoprirsi, tra i suoi velli di nebbia bianca, lenzuola dell’oceano, di una fitta ma quantomai dolce e sottile pioggierella, carezza del vento.

.

.

.

Lo conoscevo diverso
sempre illuminato
dal sole, una foto…
ed oggi mi si confida cosi’
mi racconta di lui
tra le nuvole scure
una tempesta alle spalle
un gabbiano sulle onde.

Mi si e’ aperto davanti
che non me l’aspettavo
mi ha detto di lui
cio’ che in pochi sanno
nudo nella bellezza di mostrarsi
se stesso, sono il suo amante;
oceano: solitario diamante.

.

.

.

Giacomo

La nudità del corpo

Oggi mi dedico al nudo. Volevo scrivere sulla libertà, lo farò, ma il nudo è probabilmente un tema più appetibile per molti. La nudità è una condizione assai strana per l’essere umano al giorno d’oggi. Quando stiamo nudi? In doccia o nella vasca da bagno, quando facciamo l’amore, ma nemmeno sempre e poi…Poi, basta. Nasciamo nudi e per tutta la vita stiamo con le mutande infilate. Io non ci avevo mai pensato, fino a qualche tempo fa. Uno nasce nudo e dopo pochi minuti gli si fa indossare qualcosa, la condizione della nudità è già persa smarrita per sempre ed il corpo non la ritroverà nemmeno nella morte: perché i cadaveri vengono sepelliti vestiti? Ho visto il cadavere di mio nonno, morto ed elegante nella bara. Quale il senso di lasciare un abito a marcire nel terreno, intorno al corpo? Domane aperte, o meglio domande che lasciano intravedere qualcosa di diverso, di tipicamente umano: la perdita del contatto con il proprio corpo nella sua nudità, nella sua essenzialità. Nel termine perdita non metto giudizio, è una considerazione. La nudità interiore ed esteriore è una condizione irraggiungibile ordinariamente con coloro i quali condividiamo la vita. Solo insieme alla persona che sciegliamo come compagna o compagno la nudità è una condizione accettabile. Perché? Non ho mai visto mio padre o mia madre nudi. Forse mio fratello, ma sempre per un attimo. Non ho mai visto i miei amici più intimi nudi, nè all’asilo, nè alle elementari, men che meno alle medie o alle superiori. La nudità la si trova negli spogliatoi delle squadre di calcio, sempre e solo sotto la doccia.

Praticamente l’unica nudità è quella dell’acqua e cioè rivestiti da un velo sottilissimo d’acqua che scorre. Sappiamo ancora com’è fatto il nostro corpo in essenza? Siamo pronti a scommettere di sì, ma non ne sono sicuro. I vestiti si appiccicano addosso come la personalità, ne sono espressione in effetti, ma non sono che una pelle oltre la pelle; come del resto la personalità non è che la pelle del nostro essere. Tuttavia è frequente credere di essere la nostra personalità ed al contempo che il nostro corpo sia quello vestito, non quello che c’è sotto. Nudi, tra l’altro, si sta bene. Non subito, perché subito ci si sente scoperti e vulnerabili. Dopo, quando ci si abitua di nuovo alla propria forma, nasce una sensazione di libertà, e rivestirsi è possibile, però…bello restare nudi. Anche dopo l’amore. Bello, togliere il mantello e ritrovare sè stessi. Proviamo a spogliarci?

Giulio

Dipinto di Egon Schiele -Sitzender männlicher Akt (1910)