Scontro di culture: Africa – Europa. Due modi opposti di salutare.

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Che si sa, quando c’è da salutare qualcuno, che gli dai la mano, c’è un sistema per farlo, un modo giusto, che si è imparato nel tempo, che bisogna fare così per diversi motivi, e quindi té gliela stringi la sua mano per dire che sì, tu hai spina dorsale, che sei un tipo deciso e che ci sei, presente, con tutta la tua energia davanti a lui, e perché la mano floscia mezza moscia è un insulto,  che sembra che gli dici che hai schifo di dargliela la tua mano, e quindi non si fa, la mano moscia noi tutti la evitiamo in principio. Poi gli occhi, importantissimi gli occhi! Lo guardi nelle palle dei suoi, per fargli capire che mentre lo senti fisicamente nella mano lo guardi anche negli occhi, che c’è un contatto di anime, che gli vedi dentro e ti fai vedere dentro, senza paura perché non hai nulla da nascondere, e gli dici in questo modo nuovamente che sei presente, davanti a lui, che non sei uno che sta con la testa tra le nuvole e non sa da che parte è girato o che saluta mentre pensa a qualcos’altro.

Beh, in Africa mi è successa una cosa strana. Tutte le persone a cui stringevo la mano non mi guardavano negli occhi e mi facevano la mano moscia. All’inizio mi sembrava un caso, poi vedendo che non era così ho chiesto a uno di loro e così mi ha risposto, che loro non la stringono la mano perché chi la stringe è uno aggressivo, e che è male essere aggressivi, perché vuol dire che si prevaricano le persone e questo non va bene. Bisogna essere dolci con le persone, dolci e andargli incontro, umili. Per questo non guardano nemmeno gli occhi, che è una cosa sbagliata, che è un gesto di sfida, di chi aggredisce e vuole imporsi. Che loro non guardano negli occhi, e che in questo modo onorano chi gli sta di fronte, come per dirgli nella massima umiltà che sono lì per noi, per servire, che sei te il “padrone”, e che loro si offrono a te, basta che li chiami e vengono a darti una mano. E’ il loro modo per darti il benvenuto, per farti sentire bene e a casa, e per farsi sentire vicini, per metterti a tuo agio e dirti che di loro ti puoi fidare, che non ti faranno mai del male.

Beh, oggi davanti al supermercato ho salutato il ragazzo senegalese che sta alla porta, con le sue cinture e i suoi ombrelli. Gli ho dato la mano e lui mi ha fatto la mano moscia e non mi ha guardato negli occhi. Beh, mi sono sentito onorato, e gli ho sorriso con tutto il mio cuore.

Giacomo

The boy in the bubble

“La superficie pare essere della stessa consistenza della guancia di mia madre quando aveva appena finito di piangere, e mi tirava su oltre le sue spalle per portarmi via di là ed io per un momento, prima di affrontare il mondo dall’altra parte della sua schiena, le sfioravo piano la pelle con la mia pelle e sentivo quello che le mie dita sentono ora: una soffice fragile frontiera di spuma. Non fa né caldo né freddo qua, la luce passa attraverso, forse attraverso anche me, ed è luce riflessa di caramello che riporta scomposte le sostanze del mondo sotto forma di colori tenui sempre diversi. Sono fermo tutto il giorno a guardarle e immaginarle queste sostanze, ci gioco con la punta delle dita le tiro a me e le mollo, le lascio partire e andare, lente nell’aria fino a quando si aggiungono alla parete della bolla. Ingrossandola. Che ci faccio qua dentro, non lo posso sapere. Io resto qua, attraggo e mi lascio catturare. Prendo in mano la luce che entra e la rispedisco un po’ qua e un po’ là. E’ l’unico senso che mi do, ma è un senso maggiore, è quello di immaginare che tutto quello che entra sia qualcosa di buono: immaginarne la forma, l’odore, sostanza, spessore. La superficie di questa bolla lo so, è fragile. Sembra il momento prima che la terra scosti la tenda del sole per fare spazio alla notte, lo spazio tra due mani che stanno per fare il loro suono di clack, la matrice che tiene unita i numeri primi a un sottoinsieme di potenze maggiori: sembra, la bolla, un giardino di curve boleane dove io posso continuare a immaginare il mondo che non so… ma che penso, aggiusto, costruisco senza rette. Senza piani. Libero di affondare le mani nei suoi seni e nelle sue altre sfere. La bolla è cristallo puro, una macchia nel cuore del burro più bianco dove io vivo e continuo ad affacciarmi oltre la spalla di mia madre sul mondo. La bolla è la corona corolla sopra la mia testa che mi permette di riflettere le cose con le braccia spalancate invaso di luce oltre i miei nervi e la schiena. La preservo con cura, con cura l’accarezzo. Io sono qui dentro. Nel fotogramma del mio occhio. Io lì vengo. Proteggo. Accarezzo la superficie oleosa di un’immaginazione che va oltre me, e ancora sono di sogno.”

Michele

Non avrebbe mai pensato che lui…

Il Signor F. era un uomo tutto d’un pezzo, tutti i giorni si svegliava all’alba, guardava i suoi begli occhioni azzurri allo specchio, gonfiava il petto, un’ispirata secca dal naso, prendeva i suoi ferri ed andava a lavoro.

Non avrebbe mai pensato che lui…

Il Signor F. era fiero del suo lavoro, del suo sudore e della sua morale, era un uomo rispettoso, rispettato, insomma era riuscito a crearsi una posizione, era sistemato, una casa, una donna che aveva deciso fosse stata sua moglie, e la madre dei suoi figli.

Non avrebbe mai pensato che lui…

Il signor F. tutte le sere tornava a casa dopo il lavoro, non amava passare, le ore al bar, per lui, erano posti da vagabondi, di gente che poco seria. Tutte le sere sua moglie gli faceva trovare la cena pronta, lui arrivava, si lavava, si sedeva, dava una carezza al figlio e accendeva la televisione.

Non avrebbe mai pensato che lui….

Al Signor F. piaceva guardare il telegiornale e in quel momento indossava la “toga”. Odiava i politici, per lui erano tutti ladri e mafiosi, e s’incazzava… come se s’incazzava. Odiava drogati, froci, e pedofili, e se sentiva di qualcuno che faceva male a qualcun altro, specie alle vecchiette e ai bambini gliene diceva di tutti i toni. “Ma come cazzo si fa!!!” gridava “la pena di morte ci vuole per questi bastardi, vi devono impiccare, vi devono tagliare i coglioni, se vi avessi tra le mani figli di puttana…” e il teatrino continuava.  Diventava rosso di rabbia, batteva i pugni sul tavolo gli si gonfiavano le vene e gli occhi. Sembrava il diavolo in persona. I suoi figli che lo vedevano cosi, ridevano, ma senza farsi scoprire, il signor F. era temuto.

Non avrebbe mai pensato che lui…

La domenica mattina si svegliava, si radeva, ed usciva con la sua famiglia, non andava in chiesa, anche se credeva in Dio. Passava da Michele comprava le paste, ed andava a pranzo da sua sorella. Mangiavano, bevevano, e scherzavano, i suoi figli facevano un gran casino  giocando con i loro cugini. Ogni tanto il signor F. li ammoniva, ma poi pensava “sono angioletti”. Bei tempi.

Non avrebbe mai pensato che lui…

E cosi passavano gli anni i figli crescevano e diventavano forti e belli. Ma la più bella di tutte era la nipotina, “che occhi che aveva” pensava il signor F.  “azzurri e grandi come i miei”. Lei si che era un angelo, non come sua moglie che oramai stava perdendo il suo discreto fascino. Quegli occhi per lui erano una calamita gli voleva tanto bene alla sua nipotina. E guai se qualcuna la infastidiva. Il signor F. era un uomo tutto d’un pezzo, la sua famiglia era cosa sacra.

Non avrebbe mai pensato che lui…

Ma la notte F. iniziava a dormire male, sudava freddo e spesso aveva gli incubi. Non capiva come mai. Era sempre stato un uomo forte e sano, il lavoro andava bene, anche se lo stipendio non bastava. E la cosa peggiorava.

Non avrebbe mai pensato che lui…

Quella domenica tutto gli fu chiaro in quell’angioletto, il signor F. si era perso, era una creatura troppo, troppo bella.

Non avrebbe mai pensato che lui…

Incominciava a non piacersi più allo specchio, si vergognava, si metteva le mani tra i capelli e cercava di strapparseli, il Signor F. era un uomo tutto d’un pezzo, non ne avrebbe mai parlato con nessuno, si nascondeva da sua moglie, piangeva e pregava, ma sempre senza farsi sentire. Un giorno ritornando da lavoro, per la strada, per caso, incontra la nipotina “vieni”, le disse il Signor F., “ti porto a prendere un gelato”.

Buio.

Il signor F.  non avrebbe mai pensato che un giorno, anche lui, uomo tutto d’un pezzo orgoglioso di sé e della sua famiglia, gran lavoratore sano di corpo… e di mente… Sarebbe diventato un bastardo a cui dovevano mettere un palo in culo e una corda al collo, fatto a pezzi e dato ai maiali. Il signor F.  non avrebbe mai pensato che un giorno sarebbe passato da giudice ad imputato. “Ma come cazzo si fa!!!”

Eppure era una persona come tutti gli altri.

Si ringrazia per la collaborazione

Michele Sorriso

 

L’ansia non è nel partire, ma nel tornare

Non riesco a piangere
perché non voglio
scorrere

Mi affogo in lacrime
senza che salgano
agli occhi

Non posso essere
fiume, non voglio
scorrere

Come tempo.

Gianmarco

Le relazioni silenziose, persone in strada

Prendo spunto per questo articolo dalle mie interazioni con gli esseri umani che non conosco. Gli esseri umani che incontro sulla mia strada, che mi sfiorano mentre passo, che incrocio, con cui sto seduto sui mezzi pubblici. Gli esseri umani con cui, per una frazione di secondo solamente, mi relaziono. O almeno cerco di relazionarmi. O più che altro, mi relaziono all’incontrario. Sapete perché all’incontrario? Mi sono accorto che spessissimo quando una persona che stiamo incrociando capisce di essere osservata non solo non ricambia lo sguardo, ma semplicemente gira un po’ la testa altrove, spesso verso l’alto. In questa specie di attenzione verso i fregi del nostro centro storico, verso ai particolari delle case antiche che le persone manifestano, vive un incredibile segreto. Per un solo istante, una minuscola frazione di secondo, nasce e muore un rapporto con uno sconosciuto, un rapporto che, anche se non verbale, anche se brevissimo, può darci moltissimo. Quanto ho imparato sugli esseri umani camminando per strada!

A volte ci si sorride. Capita circa così, soprattutto tra sessi differenti, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, si capisce velocemente che ci si incrocerà in un dato punto della strada e circa cinque secondi prima di arrivare a quel punto (l’avete mai fatto?) si inizia a guardare di lato, dal lato opposto, un po’ in alto o per terra verso il selciato. Non che il marciapiede in quel punto sia interessante, ma bisogna evitare lo sguardo altrui. Cinque secondi è un buon tempo. Se si iniziasse a guardare prima non sembrerebbe casuale, sembrerebbe un forzato non guardare chi arriva. Deve sembrare esistere un particolare che, guarda caso, ci attira proprio lontano dalla connessione con l’altro. Non ci si guarda quindi, però succede che ci si sorrida. Si sorride soprattutto tra giovani, soprattutto per imbarazzo nei confronti della scenetta fasulla che va in scena tra due attori sconosciuti. E’ una situazione quasi comica, ma quel sorriso, che osservo poiché tendo a cercare lo sguardo degli altri esseri umani, nasconde tutta quella relazione silenziosa. Una relazione che esiste.

A volte ci si guarda fieri negli occhi. Capita così soprattutto tra maschi, ma non solo; sicuramente tra giovani, ma non solo. Ci si vede da lontano, ma si continua a guardare diritti, fieri, l’uno negli occhi degll’altro. Quando uno dei due capisce cosa sta accadendo, quando capisce che l’altro ha capito, generalmente gira i bulbi oculari verso un particolare ininfluente. Mi è successo oggi. Passavo davanti alla Banca d’Italia e fuori c’è il carabiniere con la mitragliatrice. Ho guardato la mitragliatrice, poi lui, lui mi guardava, ancora lui, ancora lì un attimo e poi…via di nuovo sulla mitragliatrice. Fuori tempo massimo, se viene superato un limite di tempo quello sguardo reciproco diventa un contato incomprensibile e per tutti privo di senso. Una relazione silenziosa che, tuttavia, esiste.

Altre volte le persone camminano a testa bassa, proiettate verso l’avanti, come corazzate da sfondamento, come tori pronti a caricare chiunque si metta sulla loro strada. Più le persone sono antiche, vetuste, logorate dalla vita, più camminano chiuse, guardando in basso, scure in volto o corrucciate. Capita così soprattutto nei vecchi, ma non solo. Queste persone sono disconnesse. Camminano ma sono completamente in un loro mondo, perse nei loro pensieri e nelle loro emozioni, completamente deficienti in termini relazionali. Un uomo od una donna che guardano in basso mentre camminano sono per me descrivibili con la metafora del fiore appassito, il cui stelo si è ripiegato e la corolla inevitabilmente è piombata a guardare faccia a terra. Questo è un segno involutivo, tanto che le scimmie, da cui siamo partiti, presentano questa stessa ritorsione della colonna vertebrale e del capo.

Anche i giovani sembrano così o meglio vogliono sembrare così. Il che è stupido. I giovani spesso fingono disinteresse per le persone che stanno loro accanto, fingono di non esserci, di pensare ad altro ed invece si relazionano continuamente. Anche la musica serve a questo. Serve a barricarsi dentro un proprio mondo, una personale atmosfera e da quella “sbirciare fuori” senza essere visti. E’ una difesa che però da fuori, almeno in me, è vista con timore. E’ lo stesso per gli occhiali da sole. Questi occhiali principalmente escludono gli altri dal proprio mondo interiore perché sbarrano la principale porta verso l’interno. Sapere che gli altri non sono in grado di distinguere chi sto guardando e come, fa di me un uomo forte, ma solo in apparenza. Ho scritto timore perché non mostrare i propri occhi e turare i propri orecchi simula distacco e disinteresse ed anche se questo è solo un modo per proteggersi, questo stesso modo modifica l’assetto mentale.

I vorrei chiedere ai più arditi di voi, ai più impavidi e coraggiosi, un tentativo. Provate a fare questo per una giornata solamente. Mentre camminate, provate a fissare gli altri esseri umani che incontrate diritti negli occhi. E guardate che effetto vi fa. E guardate cosa accade. Anche negli altri, ma soprattutto in voi stessi! Questo significa mettersi in gioco, entrare in relazione con degli sconosciuti e ricavarne però un approfondimento nella comprensione del mondo. Soprattutto aiuterete me e voi stessi a non andare verso un mondo in cui ci camminiamo l’uno di fianco all’altro, senza mai entrare in contatto. Penso ci sia grande bisogno di sentirsi e di sentire gli altri.

Giulio

Occhi azzurri

Occhi di madreperla e zaffiro,
di uno sguardo che oltrepassa
il tempo, di una spada di nuvole
che tagliando il cielo corre così
innaturalmente veloce, di vento.

Occhi di madreperla e zaffiro,
di un mondo intero contenuto
oltre quelle nere pupille, lo spirito
della tigre nella foresta tropicale,
la regina, l’esplosione maestosa.

Giacomo