L’ospedale di Afagnan

L’OSPEDALE DI AFAGNAN
E IL VIAGGIO NEL VIAGGIO

Fuori dalla porta giungevano delle grida strazianti, come se a qualcuno stessero segando una gamba. Era l’urlo di un bambino. Il mio cuore fece un sussulto. Cosa avrei visto in quella stanza?
Visitare un ospedale è un’esperienza toccante, di grande impatto. Visitare un ospedale in Africa può essere davvero qualcosa di forte, che ti cambia la vita. Eravamo ad Afagnan, nel sud del Togo, e l’apprendista infermiere ci faceva da guida nei vari reparti, per mostrarci come lavorano, la bellezza dell’ospedale se confrontato con i vari dispensari presenti sul territorio, il sistema di lavoro, le malattie che si ritrovano a dover affrontare. Ospedale famoso che serve un raggio di duemila chilometri, quello di Afagnan riceve ammalati dal Ghana, dal Benin, dal Burkina Faso. Un caso più unico che raro, che riesce a sopravvivere in un clima di povertà estrema solo grazie agli aiuti dei donatori europei.
Durante il giro era previsto anche di visitare alcune stanze dei ricoverati. Qual era il senso di entrare dai malati? Perché entrare? Li stavamo forse considerando come bestie in uno zoo? La figura di padre Donato mi aveva superato ed entrava nella stanza. – Bon jour, ca va? – lo sentii dire, e poi continuare con un Francese che non capivo. Altre urla ancora più forti mi pietrificarono sullo stipite. Vidi un bambino, in un letto, dietro la zanzariera, in lacrime, con le mani protese verso di me. Entrai anch’io. Mi avvicinai. Avevo paura di guardare. In fondo alla stanza, Donato, era accucciato vicino ad un altro letto a salutare.
Prete e missionario comboniano, la sua presenza era un abbraccio per i malati, come una goccia d’amore che si dona, gratuito, per loro. Il suo calore umano diventava aria fresca in quelle stanze, che seppur arieggiate tutto il giorno albergavano l’aria più viziata che avessi mai sentito. La sua parola, dolce, avvolgente, la sua mano che prendeva quella del malato, diventava fonte di gioia e di speranza per i visi contratti dai brividi di un attacco di malaria. Perché ero entrato? Cosa avevo io da donare a loro? Un senso di impotenza cominciava a farsi spazio dentro di me e mi irrigidiva sempre più a due passi dall’ingresso. Avevo paura? Da cosa indietreggiavo? Da dove veniva questa voglia di scappare? Io potevo essere uno di loro. Al loro posto sarei stato contento di vedere qualcuno che non riusciva ad avvicinarsi a me? Sarei stato contento di capire che aveva paura di me e della mia malattia? D’altronde, cosa potevo fare io per questi malati? Non sono medico, infermiere e nemmeno un prete, aveva senso che entrassi per visitarli? Donato si voltò e mi guardò negli occhi.
Poi, sorrise.
Come un lampo a ciel sereno in quell’istante senza tempo compresi, mi vidi chiaramente come un bambino, dal cuore piccolo che non sa guardare più in là del proprio naso.
Capii.
Ero come loro. Io ero loro. E loro erano me. E il sorriso racchiudeva un valore immenso specialmente in un clima di tristezza, di dolore. Anch’io avevo un sorriso che potevo donare. Anch’io potevo donare un po’ di calore umano, un po’ di amore. Anche se non so guarire i malati, anche se non so alleviare le loro sofferenze, potevo comunque donare qualcosa. I miei dubbi erano d’un tratto scomparsi, e mi accorsi che al posto della paura il mio cuore traboccava di amore per quel bambino dolorante.
Mi avvicinai, e vidi che il suo braccio e la sua gamba sinistra si stavano spellando vistosamente a causa di un’ustione grave. Vidi la carne viva sotto la pelle che si alzava come fogli di carta velina. Volevo distogliere lo sguardo, guardare altrove, far finta di non aver visto. Mi forzai di osservare invece il suo viso, e lui ricambiò, mi guardava mentre piangeva, il suo dolore era inimmaginabile. Capita spesso qui in Africa che qualche ragazzo si ustioni gravemente. Tutti cucinano all’aria aperta sul fuoco, o sul carbone. E le pentole di acqua bollente vengono talvolta lasciate incustodite perché le mamme con 6-7 figli piccoli non riescono ad essere ovunque. E così succede che qualcuno si tiri addosso una pentola o cadi nel fuoco. Il dolore del bambino diventava dolore mio. Così provai a sorridere. Provai a dargli un po’ di dolcezza, uno sguardo per dargli conforto. Non ho mai fatto così fatica a fare una cosa tanto semplice. E in quell’istante un flusso di amore indicibile mi ha attraversato il petto, come un torrente che in piena trabocca e si riversa fuori nella campagna. Mi accorsi mentre uscivo dalla stanza che alcune lacrime mi stavano rigando le guance. Tanta paura ha l’uomo di emozionarsi, di piangere, che farebbe di tutto per scappare, tanta paura ha l’uomo della sofferenza che piuttosto di accettarne l’esistenza negherebbe la realtà e vivrebbe in un mondo illusorio.
Può capire di sentire l’espressione Viaggio nel viaggio.
Non è un’espressione poetica.
Direi piuttosto che è un modo di vivere, una predisposizione mentale, un sistema di approccio alla vita e a quello che ci circonda.
Quando il mio Maestro mi parlava del viaggio io non capivo a cosa si riferisse. Lentamente ho compreso che significa vivere la vita intensamente e con costante umiltà. E questa umiltà permette numerose e bellissime cose. Permette innanzitutto di accettarsi, con i propri difetti, i propri dubbi, con le proprie paure, i propri limiti. Ci dona un punto di osservazione di noi stessi che possa essere anche un punto di partenza sul quale lavorare. Vivere un Viaggio nel viaggio significa vivere un’esperienza, qualunque essa sia, con un’attenzione rivolta non solo all’esterno, a quanto ci circonda, ma anche all’interno, mantenendo la consapevolezza delle proprie emozioni, delle proprie paure, delle proprie reazioni istintive che abbiamo di fronte al dolore e alla sofferenza.
L’uomo ha sviluppato durante la sua crescita un sofisticato meccanismo inconscio di autodifesa per proteggersi dalla sofferenza e dal dolore. Spesso si manifesta con paura, voglia di scappare, voglia di rimanere inconsapevoli di fronte a fatti che ci destabilizzerebbero, voglia di far finta di non vedere, di cercare scuse per non affrontare la sofferenza e la realtà, di auto generarsi dei sensi di colpa, inutili e che non portano a nessun cambiamento…
Questi istinti sono sicuramente efficaci, ma tutti inutili nella loro sostanza perché non risolvono il problema della sofferenza, ma lo rimandano, non portano l’uomo a migliorarsi, a superare una difficoltà, bensì a fuggire da essa. Fare un Viaggio nel viaggio significa imparare su più livelli, contemporaneamente. Viaggiare nel mondo, vedere posti nuovi, conoscere persone, conoscere realtà, e al contempo viaggiare dentro se stessi, scoprendo i propri limiti, i propri punti deboli, le proprie paure. Conoscere e conoscersi al contempo stesso, osservando sia quello che ci accade “fuori” sia quello che ci accade “dentro”.

Il Viaggio nel viaggio è quindi un modo di vivere, un modo di essere, che riesce a donare moltissimo e a moltiplicare velocemente il bagaglio di esperienza che una persona può fare nel corso della propria vita. Ciò che questo insegnamento mi sta donando, ciò che mi ha donato in Africa e che continua a donarmi ogni giorno, è a dir poco fantastico. Non ringrazierò mai abbastanza il mio Maestro per questo frammento di saggezza che è stato capace di tramandarmi.

Carne da statistica

Corpi rotti, scomposti, ordinatamente a pezzi. Attenzione, importante, contare i pezzi, uno per uno: sparsi, va bene, ma non dispersi.

Corpi pieni, stipati d’angoscia, un’ansia antica infilata tra gli arti, la pressione, la pelle secca. E davanti speranze nuove, come nuove le paure.

Corpi fermi, finalmente quieti, niente sorprese. Corpi immobilizzati, temporanea protezione da ulteriori incidenti, da queste ed altre cazzate.

Corpi fatti numeri, a ingrossare le statistiche degli ospedali, finiti ammucchiati in una nota per lo speaker, in fondo alle slides.

Che almeno la voce sia squillante.

 Arianna

Del più e del meno

Di fronte alla morte, uno potrebbe anche parlare di cose serie, serie nel senso di profonde, quelle cose che “solo chi ha conosciuto il dolore, allora…”. Ed eccolo lì il dolore: sulle ferite, i lividi d’un volto caro, un figlio, un fratello, una madre.

Invece di fronte alla morte si parla della vita v minuscolo, cose così, niente di speciale. Di fronte al dolore che ti si appiccica addosso non sai bene come ma, se conti, sai da quanto, di fronte al dolore inghiottito e non ancora digerito, si parla del tragitto del tram, il due, che fa un giro enorme (pare), si parla del caffé della macchinetta (zuccherato non è male), si parla di chi è il medico di turno stanotte (se ha gli occhiali allora non può che essere, eh no, l’altro è nettamente più giovane), si parla di quanto ha fatto il Toro, della marca delle sigarette, di come sono belli i pantaloni della ragazza (c’è una piccola macchia, mi spiace, ma si figuri, forse sono stata io), si parla di cose come “hai mangiato”, “hai dormito”, “mettiti il pigiama adesso”, “non vedi che stai sudando”, si parla del taglio di capelli (ah, ma guarda che è sempre lo stesso), si osservano le orecchie intatte, piccole e ben disegnate, attaccate alla testa come se niente fosse. Si prova sollievo e invidia allo stesso tempo (beate quelle orecchie).

Poi, quando una voce ti chiede: “Cosa posso fare?”, si sta zitti, pensando a qualcosa, ma niente. “Una passeggiata, signora, cammini fino al fondo del corridoio” oppure, e forse è peggio: “Pazienza, signora, porti pazienza”.

Arianna

All’ospedale

Si viene per guarire
si viene
per morire.

Questa stanza numero quattro
non ti rappresenta:
troppo pulita, ordinata, colori
delicati.

Però le pareti azzurre
chiare come 
quel manifesto in cucina 
– ricordi?

E poi un vaso di fiori 
chi ti ama ti stringe la mano, ti accarezza
i capelli ancora
ricci.

La pancia gonfia, il respiro
il respiro, il respiro affannato
ce la fa ancora, ce la fa, ce la fa
per ora.

Ti ho vista che eri?
Siamo state vicine – dimmi – sapevi?
Hai sentito chiamare il tuo nome, i nostri
li udivi?

Chissà dove e in che modo sei 
diversa
da prima, da noi che siamo
senza. 

Lo smalto rosso, la voce, un lampo
negli occhi
sei tornata soltanto
un momento.

Ci mancherai.

Arianna