Il viaggio come pratica estetica

(…) Appena entrato, capì che era ormai da tempo finita, per lui, l’epoca delle camerate. Chiuse la porta, percorse la lunghezza del rifugio e si trovò ad un’alta finestra. La città si offriva ai suoi piedi per la seconda volta, ma la lasciò giacere lì, come sempre era rimasta, pronta ad accogliere le grida entusiaste di qualche fotografo d’occasione. Già una volta, la volta prima, l’aveva camminata nella sera di una domenica, alla ricerca di un’ispirazione qualunque, e l’aveva trovata ostile, nemica, pronta solo a lasciargli esplorare la propria solitudine da viaggiatore improvvisato.
Come da abitudine, usò il bagno. Era un modo per fare casa in ogni luogo, appropriarsi di quel servizio nei primi minuti del soggiorno. Delimitare il territorio, gridare dagli orifizi la proprietà fisica dello strumento. La seduta, pensò, è sempre un ottimo modo per approcciare gli spazi, per approssimarne l’esperienza futura: gradì l’enorme specchio, le ceramiche, la doccia, le saponette. Tutto lì sarebbe stato suo per qualche notte.
A differenza dell’ultima volta, scelse di cenare nello spazio che si diceva ristorante, anche se non aveva fame. Non ambiva a farsi vedere, ma a far vedere la sua presenza, si sedette in mezzo a due tavoli affollati sfidando la socialità del tutto, e vinse la solitudine di una pizza al salamino. Intorno era Babele, e lui era il dio di quella vendetta. Tornò al suo spazio e si mise a scrivere le sue memorie: l’unico vero modo per dimensionare il dolore, scriverne. (…)

Gianmarco

Florence and the mystical machine gun

I’m weirdo
What the hell am I doing here?
I don’t belong here

(Radiohead, Creep)

Io odio Firenze. Non mi piace, la trovo un ammasso di vie e palazzi, arte buttata lì a cataste, pronte a bruciare sotto i flash calorosi di freddi e macchinosi turisti d’assalto. Eppure, ieri sera mi sono trovato a Firenze, avendo stamane un colloquio di selezione eccetera. Ho raggiunto l’ostello, ho sistemato le mie cose, e mi sono deciso a fare un giro della città. Da solo, completamente da solo. Percorrendo una delle tante viette, ho optato per un salto nella piazza del Duomo. Visto: un battistero che si para come una fortezza davanti alla chiesa. Enorme. E vabbé, fa arte. Nel frattempo cercavo un posto dove mangiare qualcosa, senza essere spennato, ché l’oca padovana l’ho già fatta. Così giravo, forte del mio nuovo copricapo che mi rende simile ad un brigante della Sicilia d’altri tempi, per ciottolati e pavé. Alla fine sono entrato in un Sushi Bar, di quelli che ti siedi davanti al bancone della cucina e fanno tutto in diretta; freddo, allora zuppa di miso per scaldarmi e qualcosa che suona come cosomaki sake maki bau bau, c’era del salmone. Bene, poi era ancora presto e allora ho mandato dei messaggi alle mie fonti e ho chiesto: “cercare locali gay zona Duomo a Firenze”. La più celere fonte mi ha sciorinato una lunga sequela di nomi e indirizzi, dei quali ne ho individuati un paio e lasciamo perdere. A chi la do a bere? Non si va da soli nei locali, e poi io domattina ho un colloquio, e anche se ci andassi, cosa farei, un vodka lemon solitario al bancone? Meglio rifugiarsi nell’irish vicino all’ostello, penso, due birre e a nanna, nella solitudine. Ma continuavo a cercare le vie della lista, speranzoso di trovare qualcosa che non mi facesse regredire alla timidezza delle medie. Ho trovato il bar dell’Arcigay: l’entrata sembrava quella di un sexy shop, stesso genere di simulazione, lascio perdere. Gli altri sono lontani, o dalle informazioni che mi arrivano troppo scicchettosi e da rimorchio. Io voglio gli intellettuali, le famiglie di fatto, voglio la bettola gay. Mi rifugio al’irish (ormai conoscendo a memoria quelle vie dall’ostello al Duomo). Complimenti per la bettola, ho pagato una Kilkenny tanto quanto la mia intera cena. In più uomini mediocri guardano ventidue uomini seguire un pallone mangiando patatine e bevendo cose (gli uomini, non i giocatori). Io mi rintano, bevo la mia ed esco. La città è troppo fredda, e io odio tutta questa solitudine. Rifletto sul perché non possa fermarmi in un luogo e basta, e sul perché il calcio sia considerato uno sport interessante. Penso che non mi sentivo così solo dai tempi di… L’utero? Non so, questa mattina mi sono svegliato presto, ho fatto una pessima colazione con caffé annacquato e sono uscito alla volta del selezionatore. Penso che non mi sono sentito così solo dalla sera prima.

Dove appartengo?

Gianmarco