Parole che non si dimenticano

Vi presento un racconto di una mia esperienza in Africa. E’ un po’ lungo ma contiene un passo che mi ha segnato la vita e soprattutto mi ha toccato il cuore.

Già dopo il confine sembrava di essere in un altro mondo.
Il Benin, stato confinante con il Togo, si svelava ai nostri occhi sotto un aspetto completamente diverso. La strada che avevamo percorso da Tabligbo ad Aneho, con tanta fatica causa i mille sussulti dovuti alle infinite buche, si era trasformata. Non era più di terra rossa, con le nuvole di polvere che si alzavano dopo il passaggio di ogni macchina, non sembrava più lasciata a se stessa, corrosa dalle intemperie, mangiucchiata dai pneumatici degli attempati camion che macinano quotidianamente chilometri di fatica trasportando i pesanti carichi di cemento prodotti dalla fabbrica di Tabligbo, non era più una strada ferita, dalla quale emergeva la sofferenza di un popolo, ma scorreva, sotto le ruote del nostro piccolo furgoncino, asfaltata e silenziosa come un grande fiume, come un mistico portatore di pace. Di colpo il rumore della carrozzeria che vibrava era cessato, il cervello si trovava finalmente fermo nella sua calotta cranica dopo un periodo in cui gli era sembrato di vivere dentro una stretta maracas, il motore cominciava a liberarsi dalla polvere e dalla frustrazione, dopo lunghissimi tragitti in cui era tenuto a freno, imbrigliato come un cavallo che da troppo tempo non si fa una bella galoppata.

Così Roman, incredulo di poter finalmente superare i 30 chilometri orari senza il rischio di distruggere le sospensioni, ha portato con un gran sorriso la fedele vettura fino a 80-90 km/orari. Il pullmino “Serena” 7 posti era stato donato alla missione dei comboniani da una coppia di Italiani che aveva affrontato un viaggio epopea, partiti dall’Italia avevano attraversato Francia Spagna e preso il traghetto sullo stretto di Gibilterra, poi Marocco Mauritania, Senegal e giù tutta la costa dell’Africa fino in Togo! Due temerari avventurieri! E grande macchina, dopo così tanta strada ancora in vita (segretamente io temevo ci abbandonasse da un momento all’altro)! Alcuni di noi però ci salivano mal volentieri, era stretta e scomoda, roba da claustrofobia. Inoltre si partiva sempre in 8, uno oltre il numero dei posti, facendosi stretti stretti, per stringersi sempre di più durante il tragitto, contro ogni aspettativa, nonostante l’incredulità, nonostante l’evidenza portasse a dire ad alta voce “Cazzo qui non ci sta davvero più nessuno!” saliva sempre qualcuno, e in qualche modo ci si arrangiava, ci si stava, scomodi ma ci si stava. D’altronde la comodità in Africa è qualcosa di relativo al contesto e fai anche in fretta ad abituarti a non averla più come aspettativa, o per lo meno, non come noi europei siamo abituati! Qui, la comodità, prende una piega un tantino più drastica :“Meglio 100 km su un pullmino che non a piedi sotto il sole!” ed in effetti, vista in quest’ottica, assicuro che si possono fare grossi grossi sacrifici. Comunque noi teneri bianchi snob preferivamo di gran lunga i viaggi sul cassone della Toyota, una grossa jeep, di duro acciaio (ok, forse non era acciaio ma ci sembrava comunque bella robusta), insomma, solida che quando prendi una buca la senti, oh se la senti, ma però hai l’aria nei capelli, il cielo sopra la testa, e sempre spazio per qualcuno che vuole salire così non devi boccheggiare due dita di finestrino per prendere aria ne sudarti la maglietta 5 volte in 2 ore.

Passati la frontiera, lungo la carreggiata sulla nostra sinistra (l’immagine è stata presa dal retro), svettava bellissima, come un miraggio, la linea della corrente elettrica! Era simbolo di una conquista, come una croce in cima ad una montagna che dice “Fin qui l’uomo è arrivato” (fate i bravi, passatemi la metafora) anche là quel filo sospeso tra tutti quei pali, impiantati insperabilmente così dritti, ci sussurrava:” Anche qui, è arrivata l’elettricità, il primo contatto con il mondo civilizzato”. I campi sembravano più belli, curati, le case erano per la maggior parte di mattoni, non intonacate, ma di mattoni! E c’erano pure le linee bianche disegnate per terra. Insomma, i nostri occhi avidi avevano dimenticato cosa voleva dire ammirare un po’ d’ordine e si stavano facendo una gran scorpacciata di dettagli. Cose che prima non notavi, che ti sembravano normali, ora splendevano come oro sotto il sole (come tutti quei pali della luce, così lustri, così dritti, così tutti uguali, così bellissimi).
Bene, in tarda mattinata eravamo già a Ouidah, p. Donato voleva far sosta per salutare il parroco di una chiesa importante e per incontrarsi con Ivette, dolce signorina che ci avrebbe accompagnato come guida e come amica nella nostra due giorni, un viaggio esplorativo, una toccata e fuga Togo-Benin-Togo per visitare il tempio del Pitone, la casa degli schiavi, la foresta sacra, il seminario e il mercato dell’artigianato di Cotonou e cogliere l’occasione per salutare qualche buon vecchio amico. Così succede che Ivette aveva chiesto ad un ragazzo, appartenente al clan del Pitone, di farci da guida, perché più competente, lungo il percorso che dalla casa degli schiavi (ex-casa ovviamente) portava all’oceano, rispolverando le memorie di un capitolo buio e triste della storia dell’Africa, quello della tratta degli schiavi.
Visto il tempio e la foresta sacra decidemmo di andare a mangiare un boccone prima di cominciare il pomeriggio. Così il gruppo si sedeva a tavola. Io, l’ingegnere dottorato informatico ex nazionale italiana di pallamano Nic, il futuro avvocato Ale, l’economa neo laureata Anna, la futura specialista degli infanti Sara, la quasi medico Ros, anche detta Rossella Rosaria o Rosalba, ma che si chiama in realtà Rosanna, e noi (io) per ridere la chiamavamo diversamente, padre “Mon Pére” Donato Benedetti missionario comboniano, grande persona grande cuore, conoscitore di 4 lingue e ¾ , Italiano (madre lingua, nato in quel di Segonzano, come diciamo da noi), Francese (Infanzia in Svizzera e tanti anni in Togo) Spagnolo (laurea in Antropologia all’università di Città del Messico), Tedesco (laurea in Teologia a Innsbruck) e ¾ di Evhè, lingua locale, che parla e capisce bene ma non si fida ancora ad usare sempre, specie durante le liturgie, poi c’è Roman, Togolese, autista della missione, felice padre di 5 figli, silenzioso e attento, gran cuore e sempre umile che ti imbarazza quasi o che lo abbracceresti sempre, Ivette, simpatica e sempre sorridente ragazza, e il ragazzo del clan del Pitone, con queste scarificazioni Voudou tipiche sul viso, magro e attento osservatore, composto commensale.

Così il pranzo si dilunga in chiacchiere e in ottimo cibo, che è strano perché capitare bene è veramente difficile, e alla fine ci portano il conto.
Offriamo noi.
39000 Franchi, che per noi son pochi pochi, tipo 4-5 euro a testa ma che per loro sono un’enormità, tipo come la paga di un mese intero! Paghiamo volentieri anche se ci dispiaceva un po’ di far la figura dei ricchi davanti a loro, soprattutto davanti a Roman. La figura dei ricchi che si permettono di spendere 39000 Franchi come ridere, di spendere quello che lui guadagnava in un mese così, a pranzo, con nonchalance. Va beh, poi la giornata è proseguita benissimo, abbiamo visto e ripercorso il cammino degli schiavi fino al mare, dalla ex-casa degli schiavi all’albero del ritorno delle anime, dalla fossa comune alla porta del non ritorno, che maestosa si erge alta e imponente come monumento al ricordo 20 metri prima del frangersi delle onde, sulla sabbia. Così apprendiamo che le antiche guerre tra tribù generavano tanti prigionieri che venivano convertiti in schiavi e venduti ai facinorosi Inglesi, Portoghesi, o Francesi che arrivavano sulle coste e che barattavano oggetti di tutti i tipi e armi in cambio di persone, futuri schiavi. Apprendiamo delle sofferenze che dovevano subire prima dell’arrivo delle navi, di come venivano stipati nelle cantine delle case, per giorni, uscendo solo di tanto in tanto, avendo solo lo spazio di stare rannicchiati e dormire accalcati, l’uno sull’altro, tra le loro feci, con mille malattie e condizioni di vita tragiche, peggio di molte torture. Apprendiamo delle fosse comuni dove venivano gettati i corpi di chi non ce la faceva, di chi si ammalava, di chi per denutrizione moriva, come un oggetto di poco valore. Apprendiamo dell’albero del ritorno delle anime, e degli schiavi che gli facevano il giro 9 volte garantendosi così che l’anima una volta morti, indipendentemente da dove si fossero trovati, sarebbe ritornata in Africa, a casa. Poi, al momento della dipartita, quando le navi arrivavano, passavano tutti attraverso la porta del non ritorno, che come una maledizione ti toglieva tutte le speranze di poter un giorno, libero dal destino di essere schiavo, ritornare alla madrepatria, dai tuoi cari, dalla tua famiglia.

Con queste sensazioni rivissute attraverso i racconti del ragazzo la nostra piccola coscienza si espandeva, un poco alla volta. Lungo l’oceano, a fine “tour”, ci siamo presi qualche momento di relax, se non per rinfrescarsi con l’acqua almeno per lasciar decantare gli orrori che ci erano stati raccontati, lasciare che le onde e il mare si riprendessero quel dolore, che la pace del grande blu potesse riappropriarsi delle nostre anime. Abbiamo salutato così il ragazzo del clan dei Pitoni e abbiamo completato la lunghissima giornata iniziata alle 4.30 di mattina, con un’oretta di macchina per raggiungere Cotonou alle 18.00, dove ci attendeva un traffico claustrofobico con annessa nube tossica simil nebbia-da-mattine-d’inverno-nella-campagna-di-Padova di smog, miliardi di moto davanti, dietro, a destra e a sinistra tipo “il raduno dei moto-raduni” e l’isola di silenzio e pace del seminario recintato da mura alte stile carceri, in mezzo a due milioni di abitanti della lagunare Cotonou, città caotica per persone traffico e zanzare.
La sera dopo cena avevo dei sensi di colpa, ancora per la questione soldi di pranzo.
Ne avevo parlato con gli altri e anche loro si sentivano come me, dispiaciuti per aver fatto un pranzo così ricco con persone concretamente più povere.
-Donato, Mon Père, Mon Père! Ho bisogno di parlarti, di un momento di riflessione assieme. Perché vorrei che mi spiegassi questi sensi di colpa, questo dolore che ho dentro – gli chiesi – che mi fa star male. Aiutami a capirmi, aiutaci a capirci perché ci stiamo chiedendo se è stata una buona idea il pranzo, in quel ristorante, spendendo così tanti soldi davanti a loro, davanti a Roman.-
-Certo che ti aiuto. Perché non vai a chiamare anche Roman? Visto che ti dispiace nei suoi confronti non sarebbe interessante sapere cosa ne pensa lui invece?-
Un tonfo al cuore. Desideravo un confronto di questo tipo, ma voleva dire anche sollevare con il diretto interessato un discorso pungente, doloroso, pericoloso. Gli volevo bene a Roman, e da una parta desideravo lasciarlo fuori dal discorso, per non ricalcare ancora, l’ennesima volta, la differenza di ricchezza che c’era tra noi e loro, tra noi e lui. Con quale diritto io, senza famiglia da mantenere, che avevo e ho tutto, potevo stare davanti a lui, che con famiglia guadagnava così poco? Uno stipendio medio in Africa è di 35-40 Euro. Lui ne prendeva 50. Un po’ di più della media, ma comunque pochi secondo i miei standard. E ci dovevano vivere in 5 con quei soldi! Io che prendo più di 20 volte il suo stipendio vivo da solo, in mille comodità e lussi diversi, se paragonati alla media del Togo. Case di argilla, tetti di paglia, senza corrente, senza acqua, una stuoia come letto per i bambini, un pozzo al centro del villaggio, un sistema sanitario a pagamento e in equilibrio su una gamba sola e azzoppata, un sistema scolastico che è come un cappio al collo per molti studenti, il paludismo che bussa alla porta di casa per vedere se lo fai entrare (la malaria), l’anemia, l’aids, le malattie gastro-enteriche, le amebe e le contaminazioni dell’acqua da parte di microorganismi dannosi e pericolosi…Io vivo nella fortuna. La mia casa, l’ambiente dove sono nato è la fortuna. Sarei potuto nascere io in Togo, e ritrovarmi ora nei panni di Roman! Facile andare in missione, andare a visitare l’Africa quando si può tornare indietro, tornare in Italia! Noi abbiamo le spalle coperte. Riccamente coperte.
Salii i gradini tre a tre, quasi correndo, per chiamare Roman.


Era sotto la doccia.
Mi dice che arriva, tra un attimo scenderà da noi.
Povero Roman, dopo una giornata lunghissima, dopo tutto il giorno che guidava, si ritrova pure a doverci ascoltare, dover sentire queste cazzate, sensi di colpa di quattro bianchi straviziati.
Arriva.
Ci si guarda un attimo negli occhi, due scambi veloci con Donato che gli spiega la situazione …momento discussione… i ragazzi hanno qualcosa da chiederti… avevano un dubbio… così ho pensato…
Non resisto più, incrocio il suo sguardo e gli faccio la mia domanda a bruciapelo, come un revolver che si scarica.
-Come fai a volerci bene, come fai a trattarci così dolcemente, ad amarci, noi che siamo così ricchi, così fortunati, che abbiamo speso davanti a te tutti questi soldi a pranzo, te che guadagni quella cifra in un mese, come fai a non odiarci, a sopportarci… – mi muore il resto della frase in gola.
Donato gli traduce la domanda mentre il mio cuore batte velocissimo.
Lui mi guarda due secondi negli occhi, in silenzio.
Qualcosa mi stava arrivando già da quello sguardo.
Una pace, profonda, silenziosa aveva cominciato a pervadermi il cuore, come se fossi stato proiettato nel cielo, buio, di notte, tra le stelle e il firmamento.
– Vedi – inizia – voi non siete come gli altri. Siete qui con padre Donato, mio amico, e siete venuti in missione, per imparare, per vedere. Per me siete come fratelli, quello che desidero infatti è che possiate tornare in Italia, sani, contenti, con un bel ricordo del Togo e della sua gente – il mio cuore cominciava a sgretolarsi, come un qualcosa di troppo secco che toccato comincia a crepare e si sfa – è per questo – continua Roman – che mi metto sempre in mezzo, che cerco di proteggervi. Che contratto per voi il prezzo di questo e di quello con i venditori ambulanti, alle bancarelle o al ristorante, affinché non vi chiedano un prezzo più alto solo perché siete bianchi. Per questo cerco di prendermi io i colpi, al posto vostro, così che possiate essere contenti. – Le parole erano troppo forti, facevano male, eppure così benedette, come la prima acqua dopo un lungo viaggio nel deserto, mi girai verso gli altri: avevamo tutti gli occhi umidi, Nic aveva due righe bagnate sulle guance, Sara gli occhi arrossati. Commossi profondamente ascoltavamo Roman.
– E per il pranzo – proseguì – abbiamo fatto felice una famiglia! Non vi siete accorti che tutto il locale era gestito da una famiglia! Chissà che fortuna sarà stata per loro, è stata una cosa molto buona. Inoltre noi siamo contenti di fare festa, abbiamo fatto festa, tutti assieme, e quando si fa festa è stare bene assieme che conta. Tutto qui. –
– Dovete sapere – aggiunge Donato – che la gente di qui sarà anche povera, ma non è pezzente. Quando fa festa, spende. E’ contenta di spendere e di fare una bella festa, si indebiterà per farlo, ma è giusto che sia così, perché è importante per loro sentirsi ricchi ogni tanto, per risollevarsi dal clima in cui sono, dall’ambiente. Come un povero è giusto che si senta ricco ogni tanto così è ancora più giusto che un ricco si senta povero. E poi non avete visto come erano contenti durante il pranzo? Pensate che vadano spesso al ristorante loro? E’ stata una cosa bellissima che abbiamo fatto, e che si ricorderanno chissà per quanto! E non vi accorgete di come siamo così focalizzati sui soldi, sempre, che ci perdiamo il senso di molte cose che viviamo? Di oggi io non mi ricordo il senso di colpa del pranzo, non l’ho avuto. Forse non sarò sensibile come voi, ma io non mi sono sentito in colpa. Di oggi mi ricordo i due gemelli che abbiamo visto in quella casa, Ivette e il suo sorriso, la storia degli schiavi, le persone che abbiamo incontrato…-


Roman si inserisce e aggiunge – e non vi siete accorti a pranzo, come era contento Nadim? Come sorrideva? Non vi siete accorti che ci ha seguito tutta la mattina senza chiedere nulla, che è venuto con noi quando abbiamo iniziato ad ascoltarlo solo nel pomeriggio? Non vi siete accorti di quanto ci ha dato? Quanta energia aveva mentre ci raccontava della storia degli schiavi? Avrebbe potuto farlo meno bene, eppure ha dato il massimo, oltre se stesso. E a fine giornata, quando mi sono avvicinato per dargli qualcosa, visto il tempo e quello che aveva fatto, ha insistito che non voleva nulla, che era stato bellissimo poter mangiare con noi e che quello gli bastava! Ho dovuto insistere e mettergli i soldi in tasca, se no non li avrebbe accettati .-
No.
Io non avevo notato tutte queste cose.
Come un cavallo con il paraocchi tutto questo mi era passato vicino, non mi ricordavo nemmeno il suo nome, non mi ricordavo che si chiamava Nadim, né gli avevo chiesto qualcosa durante la giornata. Non mi ero avvicinato a lui, eppure era stato vicino a noi tutto il giorno. Era stato come un’ombra per me, perché avevo la mente da un’altra parte, perché con la mia mentalità, con la mia pochezza, ho fatto il bianco, mi sono comportato da arrogante, e tanto, tutto mi è passato a fianco, come un treno che ora non ritorna.
Fisso sui soldi, su un senso di colpa forse inutile, sicuramente inutile, avevo vissuto la giornata come un cieco. Perché tanto attaccamento a quel senso di colpa? A quella sensazione di aver speso troppo davanti a loro? Forse perché quella sofferenza era un modo per farmi bello, sensibile, attento verso la loro situazione? Non stavo forse sbagliando a credermi più fortunato, più ricco di loro? Io ero e sono più povero di loro, perché i soldi non contano nulla e per di più diventano un problema, un’ossessione su cui ci si focalizza, una chiave di interpretazione della realtà sbagliata, distorta, ridotta, limitata e infantile. Soprattutto avevo capito che il mio cuore era piccolo e distratto, di quanto mancavo di sostanza, di umanità, di attenzione, di amore per la gente, per gli altri, per chi mi stava vicino. Sono rimasto in silenzio e ho ringraziato Roman, dal più profondo del mio cuore, per avermi svegliato da una stupidità talmente grande che oggi ancora provo vergogna a raccontare, per avermi scosso e toccato laggiù, dove il cuore è vivo, è di carne, e non si sgretola se ti avvicini e lo tocchi.


Lo abbracciai con forza e al contempo con dolcezza, come se con la prima avessi potuto trasformare la sofferenza che provavo in amore e quindi in pace, e come se con la seconda avessi potuto trasmettere quanto erano state importanti le sue parole, parole preziose che non dimenticherò mai, parole che hanno risvegliato qualcosa, parole di un uomo, parole di Dio.

Giacomo

Non potete comprare

Non potete comprare il vento

Non potete comprare l’aria

Non potete comprare la luna ed il sole

Non potete comprare il fulmine

Esplosero i mari ed i ghiacciai

Esplosero rocce diamanti e paure

Esplosero isole monumenti di marmo e caverne improvvise

Esplose il tempo delle prime cose

Esplose il tempo dei primi sogni e delle pietre amiche

Furono ridisegnati promontori dell’inizio

Furono ridisegnate le fasce orari e i templi della memoria

Furono scritte le nuove regole delle aquile e degli albatros

Furono inventate le frecce del ritorno

Fu inventato il pane del domani

Fu inventato il sentiero della caccia

Furono inventate le città e i comignoli angolari

Furono inventate le regole della guerra e della morte

Fu inventato il potere

Fu inventato il segno della parola

Non potrete mai comprare il dolore delle madri e dei cervi

Non potrete mai comprare il sogno

Non potrete mai comprare la memoria e la fantasia

Non potrete mai comprare la fede

Non potrete mai comprare la paura

Non potrete mai comprare la gioia

Non potrete mai comprare la velocità del falco

Non potrete mai comprare lo sguardo del ghepardo

Non potrete mai comprare la luce dell’intelligenza

Non potrete mai andare nel negozio degli sguardi

Non potrete mai recarvi nella boutique della speranza

Non potrete mai entrare nel mercato del silenzio

Non potrete mai acquistare qualcosa nelle bancarelle

dell’infinito

Non potrete mai comprare la notte

Non potrete mai comprare le lacrime di dio

Non potrete mai comprare il sudore della terra

Nacquero le parole del vento e della vendetta

Nacquero il gioco delle rondini e la tenerezza degli abbracci

Nacque il fumo delle città

Nacque il terrore dell’acciaio e delle corde

Nacquero croci e bandiere senza nome

Nacquero maschere e fontane

Nacquero campane giostre ed aquiloni

Nacquero le urla delle rivoluzioni e delle streghe

Nacquero orologi e pistole avvelenate

Nacquero libri e medicine senza denti

Non potrete mai comprare il domani delle libellule e dei

cortili

Non potrete mai comprare gli addii e gli sguardi della storia

Non potrete mai comprare le dolci sinuosità della

melanconia

Non potrete mai comprare queste parole

Si ringrazia per la collaborazione

Paul Sark

messaggi promozionali preterintenzionali

Cos’è questo esaurimento della scrittura? Come se la stessi abbandonando, come se non sapessi più come si fa a volerlo fare. E se mi stesse abbandonando lei, se le parole non volessero più farsi scrivere dalle mie mani (o le dita, fate voi)? Tutto quello che digito è per me solo un esercizio di stile. È disponibile un mio nuovo libro di poesie, il secondo e credo l’ultimo: raccoglie le righe che non erano state incluse nel primo, righe scritte e finite, niente di nuovo. Non ho creato niente, ho solo vomitato quello che avevo digerito, come un pasto mai veramente goduto. Così esaurisco il mio archivio creativo? Cos’altro ho da dire? La notte serve a scrivere romanzi, cantavano i Bluvertigo stamattina nelle mie orecchie, ma ho perso il dominio sulle ore piccole, c’è solo il riposo e la pace del letto. È questo il sacrificio della vita adulta? Travolti dalla necessità filosofica di darci un impegno quotidiano remunerativo, siamo costretti a tralasciare (tradire?) la nostra parte creativa per godere dei benefici di una vita salutare? Allora è vero che l’artista è quello con le occhiaie e che l’arte applicata al tempo è tormento fisico e mentale. Forse non ci sono istruzioni per l’uso (Perturbazione) e nessuno si ricorderà di me, se non per quello che scrivo, come il cronista dei Mambassa. Forse fare non è tempo, è solo azione senza durata, ha bisogno di fermare. Guardo quell’altro mio blog e vedo sempre più musica e meno parole.
Forse ho solo bisogno di ascoltare, ancora per un po’.

Gianmarco

Petit nouveau message

Des mots
de celles de tous,
tous les jours pour te dire
des mots tu connais
déjà
vues, et voilà, merci,
mais oui, ben alors,
dis donc:

il fait encore beau.

 

Parole
di quelle di tutti,
tutti i giorni per dirti
delle parole che conosci
già
viste, et voilà, grazie,
ma certamente, beh allora,
di’ un po’:

fa ancora bello.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

Il tradimento delle parole

– Ciao.
– Dimmelo.
– Cosa?
– Dimmi qualcosa.
– Non ho niente da dirti.
– Non hai niente da dirmi.
– No.
– È qualcosa.
– Cosa?
– È molto.
– …
– …

Gianmarco

La saggezza la lasciamo ai creduloni

Non so se è sempre stato così o se è la nostra società consumistica che ci risucchia nel suo Maelstrom, inesorabilmente. Una volta che siamo catturati nel vortice gigante cominciamo a girare, velocemente, senza fermarci mai. Giorno dopo giorno ci avviciniamo sempre più al fondo dell’oceano, dove c’è meno sole, dove è più freddo, dove le navi si infrangono sulle rocce. Le nostre parole, i nostri discorsi, sono la nostra gabbia, le mura che ci confinano. I nostri temi, le nostre idee, i nostri argomenti nascono e muoiono all’interno del Maelstrom, come se da sempre esistesse solo questa corrente vorticosa e nient’altro. Lo si può constatare guardandosi attorno, ascoltando le parole dei nostri amici, dei nostri famigliari, semplicemente, ascoltando.

Vi sono discorsi futili, inutili, parole dette solo per riempire silenzi. Vi sono parole che hanno lo stesso destino di un termosifone appeso dove fa sempre caldo. Vi sono discorsi interessanti che a forza di ripetersi perdono il loro significato. Vi sono discorsi che graffiano e che a forza di graffiare gli si sono limate le unghie. Discorsi che hanno perso il loro effetto perché l’anima della gente si è fatta più dura. Anche il rumore più forte o fastidioso se ripetuto assiduamente passa in sordina, e il naso s’abitua alla puzza se questa persiste assidua. Così parole che un tempo erano d’amore sono diventate inflazionate ed oggi non hanno più significato. Si sono svuotate e non sono state inventate ancora preziosi sinonimi o sostituti. Così si perdono assieme alle parole intere idee e concetti. Molti temi e discussioni sono stati infatti abbandonati perché considerati obsoleti. Tra questi i grandi temi della vita, quelli su cui importanti filosofi si sono espressi, seguiti da profeti, santi e Dei. Basta utopie di pace amore fratellanza, dice la gente, basta false speranze, siamo stufi di superstizioni, di paradiso e inferno. Siamo stufi, si dice, perché questi sono discorsi puramente concettuali, favole che si raccontano ai bambini per comportarsi bene, e noi siamo ormai grandi e disillusi, abbiamo una vita da vivere, una realtà cui tornare ogni mattina, dove non esiste né Dio né la carità né l’amore. Così le belle parole dette in chiesa diventano nenie che le persone dimenticano l’attimo in cui mettono piede fuori dalla porta, sempre che se le ricordino. Nenie che magari rimangono sì nella memoria, come la data della nascita dell’impero romano, ma che mai ritornano in mente nella vita di ogni giorno. La religione è diventata una materia di studio, non è più minimamente considerata una proposta di un modo nuovo di vivere e di essere felici. E allora le parole dette dal prete sono lontane, ti danno alcuni, interessanti spunti di riflessione su cui si può ragionare un attimo ma che non portano da nessuna parte. Nessun cambiamento interno o esterno. Zero virgola zero. Alcuni hanno provato con le altre religioni, ma con gli stessi risultati, seppur i credenti hanno acquistato un fascino esotico orientale che potrebbe far quasi tendenza. Le nuove dottrine che nascono ultimamente sono poi il peggio del peggio, si dice, cosche di individui poco affidabili, approfittatori, opportunisti, truffatori. Roba da spoggiolati. E così la saggezza diventa obsoleta perché è un capitolo irrisolvibile, la fiducia in qualcosa comporta troppi rischi di prendere una cantonata, di credere in qualcosa che non s’avvera o che si rivela poi un fiasco. Si annuisce così in chiesa e si fa quel che si può, senza in realtà far nulla di concreto perché l’unica altra opzione sono le scelte drastiche di cambiar vita e scappare da qualche altra parte. Così il capitolo irrisolto, nel mondo dove la soluzione deve saltar fuori subito, diventa anacronistico. Si scopa via il problema come si infila lo sporco sotto lo zerbino. La saggezza noi la lasciamo ai creduloni. Così la mattina dopo, come sempre, ricomincia la settimana. Questa è la vita vera, ci si dice, e non la si può modificare, ormai… Così tutto rimane disgustosamente, vomitosamente, sempre uguale. La nostra infelicità di fondo la stessa, il nostro senso di insoddisfazione sempre con noi, i nostri problemi sempre là ad aspettarci, freschi freschi e incalzanti come la corrente perché siamo nel Maelstrom e quaggiù, ormai, non batte più il sole.

Giacomo

Ci sono parole

Ci sono parole che dici
e non pensi.
Ci sono parole che dici
e non pensi
poi ci pensi
e le pensi.
Ci sono parole che dici
e ridici.
Ci sono parole che dici
e contraddici.
Ci sono parole che dici
e non dici niente.
Ci sono parole che non dici
e dici troppo.

Il minestrone del lunedì

Un prof una volta mi disse: “Noi siamo nani sulle spalle di giganti.”

Gli credetti. Parlava della storia, di come l’uomo moderno è ciò che è grazie alle fatiche del passato. Come potevo non dargli ragione?

LE CITAZIONI

Oggi la penso un pochino diversamente. L’uomo oggi non è un nano, ne sta proprio sulle spalle dei giganti. Oggi l’uomo tende a nascondersi dietro ai giganti, seguendoli come se fosse un ombra. E’ un modo per sentirsi gigante a sua volta, diventare l’ombra di altri giganti.

L’uomo oggi parla attraverso le parole di altri, dice cose che non pensa e pensa i pensieri di altri credendo che siano i suoi. Razionalmente si è instupidito parecchio. Si è spersonalizzato, e non realizza nulla che sia frutto veramente suo, del suo cervello, della sua intuizione.
Credo che oggi la tendenza sia quella della citazione. Parlo di una cosa usando le parole di altri, ti cito il gran nome famoso che l’ha detto per primo, e guadagno una referenza; risultato: il mio discorso è più vero del tuo.
Mi domando quali parole, quali sentimenti, emozioni, sono oggi davvero nostri e non indotti da altri.

LIMITI E CONFINI

Un mio amico parlava di confini e limiti tempo fa. Il mondo prosegue la sua corsa costruendo confini, questo è il mio spazio, quello il tuo, questa la mia libertà, quella la tua, e via dicendo. Oggi ci dicono dove comincia la privacy, e cominciamo a difenderla accanitamente, arrabbiandoci per sciocchezze.
“Il MIO spazio. La MIA vita. I MIEI diritti. La MIA privacy.”
Il perno del discorso non è lo spazio, la vita, i diritti, la privacy.
Ma direi piuttosto il “MIO”, aggettivo possessivo.
Il possesso possessivo.
Limiti, confini, delimitazioni di spazi.
L’uomo che non pensa più, la spugna che assorbe di tutto, acqua, vino, aceto e piscio.
Sto generalizzando, sicuro. Accetto tutte le critiche. Ma parlo pesante perchè voglio smuovere un po’ le acque, permettete!

GLI ONESTI E I DISONESTI

Il mondo sta diventando un po’ come il vino biodinamico.
Non c’è più una via di mezzo, o trovi le grandi puzze, il marcio, o trovi i profumi più suadenti e fragranti. Una parte avvizzita, l’altra che fiorisce. C’è lo stacco, profonda crepa, ulteriore divisione di correnti di pensiero. Tuttavia questa è reale e richiede che anche tu che leggi ti schieri.
E’ un po’ come il pagare le tasse. Ci sono gli onesti e i disonesti. I disonesti sono disonesti, e gli onesti spesso sono disonesti costretti ad essere onesti. Poi ci sono gli onesti veri, quelli che non scendono a patti ma seguono la via più difficile.

RICOMINCIARE DA CAPO

Non ho citazioni io. Non mi interessano. Sono irriverente. Una cosa può avere 3000 anni di storia ma se è una boiata è una boiata. E a volte per costruire occorre distruggere. Una sorta di “ricominciare da capo”.
Ma si può farlo? E’ possibile davvero ricominciare da capo?

LA GRANDE MATRIOSCA

Il mondo è composto da una matriosca infinita di realtà diverse che si contengono l’una con l’altra, e su più livelli. C’è il sogno che fai di notte, e la realtà che vivi di giorno, che racchiude e comprende anche i tuoi sogni.
C’è la tua vita, che è tua e di cui tu sei il centro, ma puoi cambiare il centro ed esiste la tua famiglia, oppure il tuo condominio, il pugno di case vicino a dove giace la tua, il tuo paese, la tua città, la tua regione, il tuo stato…E così avanti, ognuno ha il suo centro, la sua famiglia, il suo paese…
Ma come si può cambiare se stessi, si possono cambiare affetti, paese, città, regione e stato, si può cambiare lingua, si possono cambiare anche stili di vita, priorità di vita.
Vivere qui, pensando che un lavoro è tutto e base di partenza per costruire una famiglia, o vivere là, dove è la famiglia la base di partenza, o ancora più in là, dove non esiste nemmeno la concezione di base di partenza, ma tutto è quel che è, semplicemente semplice, senza ste cazzate di arrivi e partenze. La realtà di qua, dove servono i soldi, e la realtà di là, dove tutto è diverso, le regole rovesciate, senza la priorità dei soldi.
E non c’è limite, confine che impedisca di passare da qua a là o ancora più in là, esiste solo quello che ci hanno detto o imposto negli anni. C’è la nostra gabbia mentale che ci dice quello che possiamo fare, e quello che non possiamo. Cosa è giusto e cosa non è giusto, quando dobbiamo essere felici e quando tristi.

In realtà il mondo è talmente vasto, le possibili strade da percorrere talmente tante, che penso io che per evitare un cortocircuito della nostra mente, in un eterno domandarsi qual è la strada giusta, ci autolimitiamo le scelte da soli, o così o colà, per far prima.

CORRERE: VOGLIO UNA PAUSA

Per far prima quindi. Tutto per fare in fretta, agire, fare. Ma non si può far tutto tutto di fretta, specialmente vivere. Occorre fermarsi di tanto in tanto, e chiedersi se la strada è quella giusta, se siamo felici, se stiamo andando dove vogliamo. E se la via è chiusa, tornare indietro, trovare un’altra strada. Usare la propria testa, come non ci hanno mai insegnato a fare. Usarla bene, oltre i limiti, con i nostri pensieri e le nostre conclusioni.

Dieci minuti al giorno di volontaria “pausa riflessione”, riordinamento di idee, priorità, scelte di vita, obiettivi, e il mondo sarebbe completamente diverso. Ne sono convinto.

Giacomo