Perché sono tornata

Per caso, e per amore, è capitato, qui gli affetti, gli amici più cari.
Per rabbia, nei confronti dell’Italia che va come sappiamo, e io lontana, non ci provavo nemmeno, a cambiare le cose (qualcosa), provavo solo a scappare, solo per me.
DSC_0058_2Per rabbia nei confronti degli italiani che vanno all’estero e poi si vantano di com’è tutto più bello, più facile, più meglio, e disprezzano chi resta, perché evidentemente meno brillante, intelligente, capace, perché – dicono – “se vuoi, puoi, partire, invece che stare, a lamentarti”.
Per rabbia nei confronti degli italiani che vogliono star bene, e se ne fregano di chi rimane, di chi – magari nel piccolo, magari a fatica – ci prova, anche per gli altri.
Per rabbia nei confronti degli italiani che si vergognano di fronte agli svizzeri, ai francesi, ai tedeschi, e quando ti presentano pare quasi una scusa: “Sì, beh… è italiana anche lei”.

A volte me lo chiedo, se ho fatto bene.
Certo sarebbe meno dura, se anche chi va, e non torna, chiedesse: “Cosa posso fare?”.
Perché qualcosa, anche da lontano, volendo, si può.

Arianna

Foto: Nadia Lambiase

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L’illusione del ritorno

Il ritorno non esiste. Torni, ma se pensi di tornare t’illudi. Parti e arrivi. Questo sì. E ti capita – dopo qualche partenza e qualche arrivo – di arrivare nel primo luogo da cui sei partito. Ma non è vero che sei tornato.
Il ritorno è un’illusione del tuo io che si immagina coerente, intatto, immutabile. Ma sai che si sbaglia: la persona che eri non torna, non esiste più. E molte altre le cose perdute: un amico si è trasferito, la cartoleria è diventata un negozio di fiori, l’edicolante è andato in pensione.
Le strade sembrano le stesse, ma se guardi attentamente nulla è come prima. I lavori in corso sul ponte e le lamentele della gente, osserva bene: sono diversi. Naturalmente gli operai stanno ai loro posti ma forse non sono gli stessi, hanno chiuso al traffico la corsia di destra, e aperto quella di sinistra.
Un bambino è nato, e anche una bambina, due donne – le conosci – sono mamme, un’altra è malata, più di prima. La casa in cui abitavi non esiste, sembra uguale ma i profumi sono cambiati, c’è più tristezza o più allegria, il gatto del cortile è più affettuoso, sembra dimagrito.

No, questa non è la città che ricordo.
E io non sono tornata: sono nuova, appena arrivata.

Arianna

Congedo

Quando il giorno della partenza si avvicina ripensi a tutte le cose che avevi detto avresti fatto prima di andartene. E così ti accorgi che ti manca la visita al museo d’arte contemporanea, la birra al Café du Lys, il concerto jazz al conservatorio di Pâquis. Osservi gli alberi del viale, il solito, con sguardo nostalgico. Ti soffermi su ogni foglia, i fiori di questa stagione e, in silenzio, ti congedi.

Passeggiando per le strade che conosci a memoria ti spingi dietro l’angolo per vedere cosa c’è: sai che non puoi rimandare. Poi cominci l’elenco delle persone e luoghi che vuoi salutare pensando “È l’ultima volta”. Leggere in riva al lago, fare la spesa al mercato, cenare a Le Calamar, fare colazione alla Galérie, cantare “La collina dei ciliegi”  e “Garota de Ipanema”. Per l’ultima volta.

Il ritorno – inutile prendersi in giro – è incerto e sarà differente.

Arianna

Sguardi

Vento.
Poi, nulla, solo un raggio di sole
sulla piuma, nel suo lento appoggiarsi
con grazia, sulla spiaggia.

Mi ricordo dei tuoi passi, leggeri
che accarezzavi la terra,
come bevevi il tè, con quei movimenti
eleganti, consapevoli del gesto.

E riprende il vento che si porta
via la piuma e si alza di nuovo alta
lassù, volteggiando e scomparendo
in questo cielo oggi così sereno.

C’è silenzio, e potrei aver paura
che qui non rimanga più nulla.
E’ quando tutto lasci che vada
che vedi infine la tua partenza.

Giacomo

Parole in musica

Chi parte, come chi arriva, non è in nessun luogo. Non più là e non ancora qua. Non ancora là e non più qua.
C’è chi parte con lo sguardo pieno di domande: arriva per cercare una risposta.
C’è chi parte convinto di conoscere le risposte. Sembra non cercare nulla, ma spesso non è così: cerca una conferma. Parte per arrivare e dire “Avevo ragione”.
C’è chi parte senza sapere che cosa lo spinge a partire, e forse arriva per cercare le domande. Domande che lo faranno partire di nuovo, per cercare una risposta.
Infine, c’è chi parte con il vuoto dentro: niente domande, niente risposte. Una pagina bianca su cui non è neanche certo che si scriverà qualcosa. Magari una pagina che diventerà una pallina stropicciata. E poi sarà presa a calci dai bambini durante la ricreazione. Così, per gioco. Apertura totale, nessuna possibilità esclusa.
Sono questi i viaggiatori che partono e arrivano davvero?
O forse chi parte e chi arriva per davvero è chi sa essere a volte interrogante, per far parlare la realtà, a volte giudicante, per prendere posizione, a volte confuso, per potersi godere la chiarezza, a volte accogliente, per comprendere.

Arianna