giovani psico-form-educatori crescono

Conversazioni captate (leggi: subìte, dato lo scilinguagnolo delle protagoniste) in treno questa mattina, mentre cercavo di dedicarmi alla lettura dell’amato David Foster Wallace.

Atto I, scena 1.
Ragazza 1: “…la madre le ha tolto l’oggetto di mano e lei si è messa a piangere. Allora io le ho detto: «ma T., questo non è un buon motivo per piangere!». Lei si è sfogata, e quando ha finito, dopo un po’, sai cosa mi ha chiesto?”
Ragazza 2: “…”
R1: “Mi ha chiesto: «Ma allora qual è un buon motivo per piangere?». Ma ti rendo conto? Ha due anni e fa già una riflessione così!
R2: “E tu, tu che cosa le hai risposto?!?
R1: “E che ne so, niente le ho risposto, non sapevo mica cosa dirle!

Atto I, scena 2.
R2: “…e quindi sai cosa ha fatto la prof? Ci ha divisi in gruppi, quindici persone sui banchi in fila, per il lavoro sull’affido: ci ha detto di immedesimarci nella situazione dell’affido di un bimbo di dieci anni, che ha chiamato Diego, e di immedesimarci nei sentimenti, nelle famiglia di partenza, in quella di arrivo, e poi dopo ha chiamato fuori per raccontare quello che è uscito.
R1: “e voi?
R2: “e noi, boh, lavorare non si è riuscito a lavorare nulla, tutti in fila coi banchi così, figurati… c’erano S. e F. che stavano in fondo e non han fatto granché perché non avevano voglia e poi neanche sentivano… e noi, boh, abbiamo parlato un po’ ma non sapevamo che dire e così alla fine abbiamo mandato fuori D., che sai che lei ha un affido no?, a raccontare la sua esperienza… e boh.
R1: “ah! e dopo?
R2: “e dopo abbiamo fatto l’ora in cui ci hanno parlato del carcere. Ma sì, interessante…

Ritorno a immergermi e rifugiarmi in Wallace, alle sue immagini di quello che gli esegeti chiamarono un suicidio annunciato – tanto facile, col senno di poi, quanto sterile, insensato ed insopportabile chiamarlo così. Mi rifugio nella lettura, a fatica, con una buona dose di pregiudizi che cerco di dissipare (“eddai, non conosci, hai sentito solo uno stralcio di conversazione“, mi ripeto nella testa) ma senza riuscire ad evitare la sensazione di acredine nei confronti di una realtà che sempre meno considera l’importanza di ascolto e comunicazione (ma di quelli veri, dico, quelli che ora va di moda chiamare, rispettivamente empatico ed ecologica: termini che, mi auguro, non tradiscano la sostanza); acredine, nei confronti di un mondo accademico stantìo e supponente (cari professori, il mestiere delle improvvisazioni teatrali, dei giochi di ruolo o dello piscodramma, di grazia, lasciatelo a chi lo sa fare); acredine, nei confronti di un sistema scolastico che confina in tempi infinitesimali degli interi universi di vita e viceversa dedica ore a colossali minchiate; acredine, nei confronti di chi, parlando con i bimbi, ha sempre meno capacità di stimolare domande ma sempre più risposte, possibilmente assurde e nel momento peggiore.
Milano Cadorna, il treno ha raggiunto il capolinea. I signori viaggiatori sono pregati di scendere e di sospendere i propri giudizi, grazie.
Ci provo, d’accordo, ci provo, ma è mica facile per un attempato fustigatore di costumi come me, sapete?

dfw

Ricordi secchi portati dal vento

Camminavo da un po’ di tempo fuori dal sentiero che solitamente battevo.

Sotto i miei piedi foglie secche cadute copiose dal mio passato formavano un morbido tappeto colorato che ricopriva ogni cosa attorno a me. Mi sentivo perfettamente solo, nonostante la mia mano fosse tenuta stretta da un’altra.

In quel periodo la mia solitudine era rotta da frequenti apparizioni di pensieri che mi turbavano la mente, già avvolta da quella nebbiolina sottile che sale spesso dal fondo del bosco al mattino. Non comprendevo ancora che dovevo aprire un altro sentiero, anziché cercare di ritrovare quello ormai perso per sempre. E ciò mi turbava l’anima perché non avevo più alcun punto di riferimento.

Durante il breve sonno notturno mi aggiravo attraverso strani sogni che mi nascondevano qualcosa che non riuscivo ad afferrare. Desideravo ardentemente che accadesse qualcosa, uno shock che mi scuotesse dal quel torpore.

Ma niente.

I giorni passavano e a me sembrava di continuare a girare attorno, senza giungere mai da nessuna parte.

E allora, in un preciso istante, decisi con volontà di fermarmi.

Stop.

Tutto sarebbe stato diverso da prima.

Cambiamento.
Nuovo.
Vita.

Demetrio

Il tempo non esiste

Riflessioni presa da un vecchio post pubblicato nel 2009.

Così cominciavo…

Vi annuncio un post assurdo, lungo e complicato, in cui mi diverto a sostenere e spiegare un’ipotesi alquanto bizzarra ma che forse forse contiene una briciola di verità. Se così fosse, la nostra concezione del tempo potrebbe cambiare radicalmente. 
Prendetevi del tempo per leggere con calma, buona lettura.

Il tempo non esiste.
E non esiste perché è relativo.

Esiste invece la nostra concezione di “tempo” e come noi lo viviamo.
Lo stesso momento se per me è molto veloce per un’altra persona può essere lentissimo.
E da cosa dipende?
Dipende da come viviamo lo stesso istante.

Vi spiego meglio il concetto con un esempio.
I sogni sono una realtà che nasce, si sviluppa e muore molto in fretta. Ci sono certi sogni che durando pochi istanti, secondi o minuti, e contengono l’intensità di ore se non giorni.
Perché questo?
Perché il pensiero è molto veloce, e la realtà dei sogni risiede nei pensieri e pertanto si muove a quella velocità.
Se volessimo dirla in altro modo il tempo è uno spazio nel quale la nostra mente viaggia a certe velocità, a volte percorre una determinata lunghezza in pochi secondi, altre volte ci mette tantissimo.
E’ qui il punto.
Se guardiamo il tutto da un punto di vista “tempo-centrico”, in dieci secondi di realtà la nostra mente può vivere, ad esempio, tempi variabili come da alcune ore ad alcuni secondi.
Se la guardiamo da un punto di vista “mente-centrica” lo scorrere del tempo mentale invece è sempre uguale, solo che a volte riempie alcuni minuti, altre diverse ore, altre ancora pochi secondi.

Se assumiamo quanto detto per vero possiamo affermare che la stessa vita misurata in un sistema “tempo-centrico” di 70 anni potrebbe durare in un’ottica “mente-centrica” tempi diversi, 40 anni come 150, giusto per fare numeri a caso.
Verrebbe da pensare che più viviamo nei nostri pensieri più il tempo si allunga e quindi viviamo di più.

In realtà io credo sia fondamentale il grado di consapevolezza nel vivere.
Mi spiego.

Se viviamo nei nostri pensieri, che sono molto veloci, ma non ne siamo consapevoli, in realtà perdiamo ciò che accade intorno a noi perchè intenti e dispersi in altri mondi. Non possiamo nemmeno affermare che stiamo vivendo quegli stessi mondi perchè non abbiamo scelto di farlo ne siamo consapevoli che sta accadendo.

Per capire questo basta provare durante la giornata a vedere quanto spesso ci perdiamo in pensieri solo per riempire un vuoto, senza averlo scelto, senza alcuna utilità.
Questo è il caso-esempio di vivere una vita di 70 anni come se l’intensità fosse di 40 perché perdiamo vita reale costantemente. E’ come se fossimo un colabrodo.
Il passo successivo in questo caso sarebbe quello di smettere di pensare, di perdersi nei pensier ei diventare presenti nello scorrere del tempo “reale da orologio” per intenderci e vivere la vita almeno nella sua interezza di 70 anni (chiudendo i buchi del colabrodo).

Il passo successivo credo sia quello di ritornare a formulare pensieri, ma in modo consapevole, scegliendo in modo presente di vivere il pensiero e di vivere in modo presente lo stesso pensiero (che non è uguale anche se sembra una ripetizione).

Ciò sarebbe la vera chiave per allungare la vita.
L’elisir dell’eterna giovinezza.

Se poi gli scienziati ci dicono il vero sulla differenza di velocità tra pensiero e realtà, cioè che un secondo nel pensiero è migliaia di volte più veloce di un secondo reale, allora possiamo vagamente immaginare di quanto si potrebbe allungare la nostra vita in una visione temporale “mente-centrica”.

L’incredibile ed il difficile da comprendere è che esiste qualcosa di ancora più veloce del pensiero, ossia le emozioni, le impressioni. Se “l’impressione emotiva” è a sua volta migliaia di volte più veloce del pensiero possiamo davvero solo tentare di immaginare come si evolverebbe in questo caso la durata del tempo, nella concezione temporale “mente-centrica”, qualora si raggiungesse la piena consapevolezza e presenza nel mondo delle nostre emozioni.

Fantascienza?
Forse no.

E’ proprio a causa di questo divario enorme di velocità che durante il nostro vivere quotidiano percepiamo l’impressione dell’emozione, che è istantanea, come un qualcosa di estremamente intenso e potente, proprio perché racchiude dentro di se un tempo “mente-centrico” della durata magari di svariati millenni. L’emozione, in questo caso, sarebbe un piccolo universo in noi contenuto e generato che, anche se non vissuto in modo presente, è comunque talmente denso da scuoterci nel nostro profondo.
E’ come se l’infinito in termini temporali non fosse il prolungarsi del “tempo-orologio” all’infinito, ma i livelli che la nostra coscienza può raggiungere all’interno dello stesso tempo-orologio.
E’ come se il tempo si espandesse in se stesso, ma sarebbe più corretto dire che è la nostra sensibilità di vivere che si espanderebbe all’interno del “tempo-orologio”.
In questa prospettiva la nostra definizione di tempo cadrebbe, perché non esisterebbero più nessun punto fisso, nessuna scala per misurarlo, nessun sistema uguale per tutti e uguale nel tempo. Parlare di tempo-orologio sarebbe parlare di un qualcosa che sostanzialmente non esiste perché tutto sarebbe relativo ed esiterebbe solo il nostro tempo-mentale.
Inoltre tornando ad esaminare il mondo delle emozioni e ciò che ci può insegnare, l’emozione-universo (la chiamo così vista la sua densità e vastità spazio-temporale in una visione mente-centrica) scuoterebbe la nostra essenza nel suo profondo e nel suo inconscio perché ci avvicina, per sua natura di Essere, al Senso in Essa contenuto.
Come il profumo del fiore si rivela al nostro naso anche quando non ne siamo consapevoli, ed ha il potere di commuoverci, allo stesso modo l’esistenza delle emozioni ci tocca e ci avvicina al capire quei concetti che tanto ci sono sembrati astrusi fin da quando ci sono stati nominati.
In effetti la nostra mente non è in grado di capire cosa significhi: vita immortale, eternità, spazio infinito…
Non è in grado di capire perché ferma ad una visione “tempo-orologio-centrica” del mondo.
Tuttavia l’emozione scuote in continuazione lo spirito avvicinando la sua comprensione della non-esistenza del tempo-orologio e la comprensione della Vera realtà per il solo fatto di Esistere e di mostrarsi. E’ infatti comune la sensazione che un emozione particolarmente intensa, per quale che sia, duri in eterno. Basti pensare a come ci possiamo sentire perduti in un’eterna sofferenza qualora siamo identificati in un’emozione particolarmente negativa, o che sembri un’eterna felicità quando accade il contrario.
Stiamo in realtà vivendo frangenti spazio-temporali vicini all’immortalità.
L’emozione ci permetterebbe quindi una sorta di brevissima illuminazione, una sorta di “prequel” se vogliamo chiamarla così, sul come sarebbe il vivere in maniera Presente le nostre emozioni, sul significato che potrebbe avere per noi capire che il tempo-orologio non esiste, che il tempo-realtà è relativo alla capacità di essere presenti della nostra coscienza e che può trascendere la velocità del tempo-orologio accelerandola o rallentandola a piacimento.

Giacomo

Tra Desiderio e ostacolo, un po’ ciò che siamo

Proviamo a scrivere ciò che un uomo può desiderare di più e poi scriviamo quali sono gli ostacoli maggiori alla sua realizzazione.
Ma non facciamolo come una tecnica per raggiugere i propri obiettivi in stile new age. Cerchiamo di capire un po’ CHI siamo dal TIPO DI DESIDERIO che abbiamo in comune. E che cosa CI FRENA dal realizzarlo dal tipo di ostacolo che tendiamo a “vedere”.
Dunque…….
……..qui ho bisogno del vostro aiuto e spero che con i commenti mi aiuterete ad identificare i grandi sogni che ci accomunano, quelli Macro Macro. Ad esempio….. quando lascio varcare la mia mente oltre il cancello del desiderio… ciò che vedo subito è essenzialmente AMORE e CORRELATI, ma direi che la LIBERTA’….. non è un ingrediente che se ne sta in disparte. Si può dire perciò che in essenza siamo AMORE e AMORE LIBERO? E che non ci sentiamo tanto noi stessi se non lo proviamo, se non lo sentiamo? Si può dire che è per amore che possiamo pensare a fare dei sacrifici, di fare fatiche, di fare sforzi per muoverci nel pesante mondo della materia?
Io direi di sì. CHe l’AMORE è il CARBURANTE. Nesuna filosofia o concezione sul pieno o sul vuoto…. semplice amore…..
MA amare da schiavi non ci suona bene è? E forse non è quello ciò che desideriamo veramente? Aggrapparci ad un altro essere per sentire noi stessi? Quante volte l’ho fatto. Come è facile farlo. Ma la cosa curiosa è che proprio nel momento di crisi, lì in mezzo al caos… che si nasconde la libertà tanto ricercata…. e che cos’è quel liquido buono in mezzo alla crisi?
Forse……. è la realizzazione di poter amare incondizionatamente, e cioè in modo libero. Senza aspettarci nulla dall’altra persona. Desiderare……..
e lasciar cadere…… viaggiano insieme, per mano. To fall in love….. cadere innamorati…. Ecco l’ostacolo più grande all’amore…. noi stessi! Lasciar cadere noi stessi!
Abbiamo un sacco di aspettive sull’altra persona, abbiamo un sacco di stereotipi sul modo in cui dovrebbe essere vissuto un rapporto di coppia o una semplice situazione amorosa, PERSINO sul modo in cui dovrebbe risponderci la persona…… condizionamenti, su condizionamenti, idee su idee, pensieri……. ma l’amore, ciò che desideriamo non è fatto di pensieri….. bensì di SENTIRE, di SENTIRE. E nel SENTIRE NON CI SONO CERTEZZE E QUESTO CI FA BALLARE…… e a volte, nei casi fortunati….. DANZARE…..
Meno cerchiamo di imporci con un’idea fissa…. e più abbiamo possibilità di vedere con occhio innamorato…. direi che è un trade off, uno e l’altro giocano insieme. L’amore e la libertà……. insieme, cosa sono? Vedi?
Non puoi descriverli…. sono troppo….per le parole….. è vedere, apprezzare, cogliere e allo stesso tempo…… rimanere calmi nell’aria benefica del tuo essere. Ho divagato….. come è il mio solito…. però mi acchiappa l’argomento…….    

Raji

La società

Qualche anno fa ho scritto qualche verso in riferimento alla società. Rileggendoli, mi sono fatto un grande sorriso e ho deciso di condividerli con i lettori di questo blog.

La società è un pupazzo che cerca di tenere insieme le persone.

Coloro che rispettano

tutti i suoi dettami,

non hanno trovato un punto d’incontro,

ma forse uno specchio e della loro immagine si sono imprigionati.

Così il mondo, il teatrino dei pupazzi,

che rinnova le scelte e le trasforma in diritti e doveri,

che elimina i sogni mutandoli in aspirazioni finalizzate,

e che vela le emozioni dietro il sipario..

..si fa gioco dell’energia, dei colori e della grandezza dell’universo.

…fai la cazzata ogni tanto! Gira lo specchio e trova te stesso in quello che sei e NON…

in quello che vedi riflesso!

Raji

Basta virtuale?

“Basta virtuale, vogliamo la concretezza.”
Come se il virtuale non fosse concreto.
O non abbastanza.
Le parole scritte in rete valgono qualcosa?
Hanno senso?

Perché allora non eliminare anche i libri? D’altronde sempre di parole si tratta…

Io ancora ci credo in questi schermi retroilluminati, in tutti questi byte che si trasmettono, c’è chi fa la rivoluzione con internet. C’è già chi sta riuscendo a cambiare le cose e proprio grazie alla rete. L’importante è non vivere solo di internet ma portare ciò che si impara dal web nella vita di tutti i giorni. Una giusta via di mezzo, né bianco né nero, perfetto bilanciamento di chi ha capito a cosa serve esattamente questo strumento.

Ps1: ricordo a tutti di esprimere il vostro diritto di voto al referendum del 12-13 giugno.
Ps2: scusate se non abbiamo aggiornato il blog per un po’ di giorni, è stato davvero un periodaccio.

Giacomo

Se non ora, quando?

Dalle pagine di un diario…
…per alcuni miei fratelli di Pratica.

Se non ora, quando?

 
Domenica 13 febbraio

Leggevo queste scritte sui cartelloni in piazza Italia, alla manifestazione delle donne contro il governo. Là, in mezzo a quella folla, mi chiedevo perché mille manifestazioni non abbiano sortito effetto, contro un governo che poco ha di democratico e tanto invece di dittatura.

Lunedì 14 febbraio

Cerco casa. Forse la trovo, poi mi sfuma davanti. Ma non importa. Importa che se non trovo un contratto indeterminato non ho garanzie da dare alla banca per aprirmi un mutuo col quale comprare casa, e allora devo andare in affitto ma se non ho nemmeno un contratto determinato non ho garanzie di riuscire a pagarlo questo affitto così col mio rosicchiare lavori poco riesco a fare e la mia situazione rimane stagnante, in una casa che non sento più mia. Verrò a vivere tra i monti, oh aquila alpina?

Martedì 15 febbraio

Tutto non si riesce a prendere nella vita. Posso allargare i miei tentacoli, ma la giornata è fatta di 24 ore e qualcuna bisogna pur dormirla. In cambio posso dire che non mi stufo. Ho la bellezza di 3 lavori. Sono fortunato. Anche se per vedere i prossimi soldi mi tocca aspettare aprile-maggio, dicono, dei quali mezzi li dovrò versare in tasse. Faccio un sorriso largo, ostentato, che sembra un aprire la bocca quasi per mordere qualcuno.

Mercoledì 16 febbraio

Non capisco perchè io non riesca a trovare un equilibrio, cazzo, una via di mezzo. O troppo lavoro, o troppo poco. O mi ammazzo con 14 ore al giorno o mi gratto i cosiddetti. Gli ultimi 3 anni sono stati una continua altalena tra il troppo e il troppo poco. Io non sono incostante, è l’offerta di lavoro che è incostante, e io prendo quella che c’è, quando c’è. Mi tocca. Stagionale? Avanti, presente! Almeno così i soldi non mi mancano mai, e posso offrire alla mia ragazza una cena quando usciamo assieme.

Giovedì 17 febbraio

A fine giornata potrei avere del tempo per me stesso. Mi sono alzato alle 6.30 e sono tornato a casa alle 22. Faccio cena. Dopo, prima di andare a dormire, posso rubare 15-30 minuti  che sarebbero stati di nanne per…per…? Ad inizio giornata potrei avere del tempo per me stesso. Posso rubare 15-30 minuti al sonno per… per…? Mi siedo su una sedia, e con fare meditabondo mi piego in avanti, appoggiando il gomito sul ginocchio destro e la mano sul mento, sorreggendolo. Sono minuti importanti, questi, gli unici per me. Non vanno sprecati. A cosa li destino? Allora mi chiedo, tra tutte le migliaia di cose che mi balzano in testa, quali posso rimandare al giorno dopo e quali, o quale, posso farla solo oggi? Allora comincio a sfoltire la lista…Un libro posso leggerlo anche domani, un film posso guardarlo più avanti, eccetera. Passo in rassegna tutte le possibilità, tutte tranne una. E allora capisco. Là mi fermo, ho trovato la risposta. E allora mi ricordo di una frase, sentita per un caso analogo…

Se non ora, quando?

Giacomo

Dettagli della vita di Giuseppe Giustini (pt2)

Giuseppe guardava fuori dalla finestra pensieroso.

Davanti ai suoi occhi stava sdraiato il mare. Era calmo, con un suono cadenzato, tranquillo. Gli sembrava risucchiasse tutti i suoi pensieri. L’acqua aveva un colore blu intenso quella mattina che pero’ era, contrariamente a quanto accadeva di solito, piu’ chiaro del cielo, dando l’impressione che il mondo si fosse rovesciato, tutto sottosopra, come una clessidra. Nuvole dense di pioggia, scure come la notte ricoprivano l’orizzonte. L’aria era umida, carica del profumo della terra e del mare. Ad ogni respiro sentiva il mondo divenire parte del suo corpo. Stava pensando che aveva voglia di correre, si sentiva energico, elettrico. Poi un fulmine taglio’ il cielo a est e lo segui’ un forte boato. Poi, due secondi di assoluto silenzio. Ed ecco che riprendeva il suono, lontano, delle onde.

Giuseppe era totalmente assorbito da cio’ che percepiva.

I suoni presero a dischiudersi un poco, come un fiore che lentamente sboccia e mostra cio’ che contiene e nasconde, il suo pistillo, cosi’ i suoni presero ad aprirsi lentamente lasciando spazio ad altri di emergere, timidi, dal sottofondo. Si accorse dapprima di lontane grida di gabbiani, poi si accorse che tutto era avvolto in un suono setoso, profondo, come un grande mantello che copriva le spalle a tutti gli altri. Era una specie di rombo, un boato continuo, lontano, quasi un eco, come il rumore di una cascata, o il rumore del vento…

Giuseppe si sentiva in pace, si sentiva parte del mondo che lo circondava. Allungo’ la mano, prese la penna che gli era stata donata un paio di anni prima dalla sua ragazza, prese il suo diario, e comincio’ a scrivere, infine, cio’ che non riusciva mai a comunicare alle persone che gli erano piu’ vicine e piu’care. Chi era Giuseppe? Lui sapeva benissimo chi era. Lo aveva sempre saputo. Lo sentiva dentro. Non capiva pero’ come mai le persone non riuscissero a vederlo come si vedeva lui stesso. Era come se ad ognuna mancasse qualche tassello per completare il puzzle per svelarne l’immagine finale. Nessuno si accontentava di vedere il puzzle incompleto, ma si ostinava a completarlo con le proprie supposizioni, ovviamente mai positive. Si ritrovava ad affrontare un problema assai importante, perche’ ogni volta che egli si confidava sinceramente e profondamente con qualcuno, vedeva fronti corrucciarsi, labbra contorcersi, visi storpiarsi da pensieri che evidentemente erano talmente complicati e negativi che cominciava a preoccuparsi egli stesso per quelle reazioni cosi’ esagerate. Quando aveva rivelato che non voleva andare in vacanza, quell’estate, ma voleva starsene da solo in casa, a lavorare dietro alla stesura del suo libro, lo avevano preso per un pazzo. Per lui era una cosa normalissima. Stava benone, gran forma fisica, ottimo morale…Eppure gli continuavano a chiedere in continuazione se non avesse bisogno di un consulente, con cui confidarsi, rivelare i suoi problemi e che lo avrebbe sicuramente aiutato. Lo avevano preso per un pazzo. Ai suoi amici aveva invece rivelato che gli sarebbe piaciuto cambiare lavoro e questi avevano cominciato a chiedergli insistentemente se andava tutto bene con Veronica, la sua attuale ragazza, se avevano avuto qualche problema di recente che, andandosi ad aggiungere al carico pesante gia’ presente nella sua vita, lo avrebbe sicuramente spinto ad una crisi depressiva con conseguente perdita di orientamento e voglia di cambiare professione quale rimedio inconscio alla sua sofferenza.

Ma quale sofferenza? Lui stava benissimo. Il suo problema era anche che gli piaceva tanto scrivere. Perche’ era un problema? Non poteva scrivere di qualcosa che subito la gente gli chiedeva se andava tutto bene. Parlava della nostalgia e gli chiedevano se aveva bisogno di qualcuno che passasse la serata con lui, che probabilmente era stanco o in qualche crisi depressiva. Se parlava della vita o della morte andavano direttamente a casa sua, senza invitarsi, perche’ pensavano che era sul punto di scoppiare e che dovevano, in quanto amici cari, fare assolutamente qualcosa. A lui piaceva tantissimo immedesimarsi invece in qualcos’altro che non fosse se stesso. Gli piaceva viaggiare con la mente e la fantasia, far finta di essere tremendamente e follemente innamorato di qualche strana e complicata donna e scrivere di come si sarebbe sentito. Far finta di essere sul punto di morte e scrivere come si sarebbe sentito. Immaginarsi di essere un airone e scrivere cosa avrebbe provato, come sarebbe stata l’emozione di avere l’aria sotto le sue ali, di sentirla compatta, densa quasi, sostenerlo e scorrere veloce, tutto intorno a lui. Provava infinita curiosita’ a fare questo gioco con ogni cosa e aspetto della vita, indiscriminatamente. Si immaginava di essere una formica schiacciata dal suo stesso piede, si immaginava una morte orribile, in qualche modo strano, si immaginava di essere un pesce, un fiore, un albero, un’altra persona… E via dicendo, unendo il suo spirito, la sua fantasia, immedesimandosi ripetutamente, nell’oceano, nel vento, in un profumo, in una persona, in una situazione, in un’emozione. Questo giochetto gli costava caro. Rendeva le persone intorno a lui completamente confuse, che non sapevano che pesci pigliare, se dovevano preoccuparsi di quello che scriveva, di quello che diceva, se dovevano unire le cose, se dovevano leggere tra le righe che aveva qualche problema… Erano confusi, non sapevano leggere il ragazzo, capire chi fosse e quale che fosse il suo stato d’animo, e questo li preoccupava ancora di piu’.

Mettiamoci ora per un poco nei panni di questa povera gente che era ignara di questo suo quantomeno bizzarro passatempo. Voglio farvi capire come si erano sentiti. Se avessero avuto la certezza che fosse stato un pazzo, avrebbero agito di conseguenza, avrebbero cominciato a fare qualche strategia di recupero, deciso come comportarsi, come rapportarsi con lui. Se avessero saputo che era normale, normale nel senso che loro davano al termine, che era tutto un programma, allora avrebbero saputo allo stesso modo come comportarsi e via dicendo. Ma loro non riuscivano a farsi un’idea. Era questo il loro problema. Mi seguite? Se non riesci a capire dal principio, men che meno dopo tanti anni, che tipo di persona hai di fronte, allora non sai nemmeno come comportarti e la cosa ti agita, non ti va bene, la situazione ti puzza, e’ strana, non e’ normale e quindi senti che bisogna fare qualcosa. Alcuni avevano deciso di evitarlo, perche’ le persone strane non si frequentano di principio proprio perche’ sono strane e strani sono quelli che frequentano persone strane perche’ e’ strano che si frequentino. Altri lo vedevano invece a piccole dosi seppur dentro sentivano che era strano. Altri ancora, quelli che poteva forse chiamare amici, gli stavano vicino ma si agitavano come le bestie e continuavano a non capire un fico secco di come effettivamente si sentiva. Strano. Forse, pensava, avrebbe dovuto pubblicare i suoi libri e i suoi scritti nell’assoluto anonimato, cosi’ nessuno di quella cerchia piu’ ristretta avrebbe avuto piu’ confusione in merito e le cose si sarebbero sistemate. Avrebbe smesso di far partecipi le persone chi gli si avvicinavano di questa parte intima di lui, la sua fantasia, che condivideva apertamente, e forse stoltamente, con tutti. Avrebbero smesso per questo di vederlo confuso, sempre diverso, sempre strano, avrebbero capito che lui stava benone invece, non aveva bosogno di alcun strizzacervelli, perche’ non avrebbero saputo che l’autore era lui. Tuttavia, perche’ c’e’ sempre un tuttavia, il suo stile di scrittura era abbastanza marcato e temeva che se lo avessero scoperto fare una cosa del genere di nascosto allora si’ che gli avrebbero imposto sedute serali da un consulente e questo davvero non lo avrebbe assolutamente sopportato.

to be continued

Giacomo

Il minestrone del lunedì

Un prof una volta mi disse: “Noi siamo nani sulle spalle di giganti.”

Gli credetti. Parlava della storia, di come l’uomo moderno è ciò che è grazie alle fatiche del passato. Come potevo non dargli ragione?

LE CITAZIONI

Oggi la penso un pochino diversamente. L’uomo oggi non è un nano, ne sta proprio sulle spalle dei giganti. Oggi l’uomo tende a nascondersi dietro ai giganti, seguendoli come se fosse un ombra. E’ un modo per sentirsi gigante a sua volta, diventare l’ombra di altri giganti.

L’uomo oggi parla attraverso le parole di altri, dice cose che non pensa e pensa i pensieri di altri credendo che siano i suoi. Razionalmente si è instupidito parecchio. Si è spersonalizzato, e non realizza nulla che sia frutto veramente suo, del suo cervello, della sua intuizione.
Credo che oggi la tendenza sia quella della citazione. Parlo di una cosa usando le parole di altri, ti cito il gran nome famoso che l’ha detto per primo, e guadagno una referenza; risultato: il mio discorso è più vero del tuo.
Mi domando quali parole, quali sentimenti, emozioni, sono oggi davvero nostri e non indotti da altri.

LIMITI E CONFINI

Un mio amico parlava di confini e limiti tempo fa. Il mondo prosegue la sua corsa costruendo confini, questo è il mio spazio, quello il tuo, questa la mia libertà, quella la tua, e via dicendo. Oggi ci dicono dove comincia la privacy, e cominciamo a difenderla accanitamente, arrabbiandoci per sciocchezze.
“Il MIO spazio. La MIA vita. I MIEI diritti. La MIA privacy.”
Il perno del discorso non è lo spazio, la vita, i diritti, la privacy.
Ma direi piuttosto il “MIO”, aggettivo possessivo.
Il possesso possessivo.
Limiti, confini, delimitazioni di spazi.
L’uomo che non pensa più, la spugna che assorbe di tutto, acqua, vino, aceto e piscio.
Sto generalizzando, sicuro. Accetto tutte le critiche. Ma parlo pesante perchè voglio smuovere un po’ le acque, permettete!

GLI ONESTI E I DISONESTI

Il mondo sta diventando un po’ come il vino biodinamico.
Non c’è più una via di mezzo, o trovi le grandi puzze, il marcio, o trovi i profumi più suadenti e fragranti. Una parte avvizzita, l’altra che fiorisce. C’è lo stacco, profonda crepa, ulteriore divisione di correnti di pensiero. Tuttavia questa è reale e richiede che anche tu che leggi ti schieri.
E’ un po’ come il pagare le tasse. Ci sono gli onesti e i disonesti. I disonesti sono disonesti, e gli onesti spesso sono disonesti costretti ad essere onesti. Poi ci sono gli onesti veri, quelli che non scendono a patti ma seguono la via più difficile.

RICOMINCIARE DA CAPO

Non ho citazioni io. Non mi interessano. Sono irriverente. Una cosa può avere 3000 anni di storia ma se è una boiata è una boiata. E a volte per costruire occorre distruggere. Una sorta di “ricominciare da capo”.
Ma si può farlo? E’ possibile davvero ricominciare da capo?

LA GRANDE MATRIOSCA

Il mondo è composto da una matriosca infinita di realtà diverse che si contengono l’una con l’altra, e su più livelli. C’è il sogno che fai di notte, e la realtà che vivi di giorno, che racchiude e comprende anche i tuoi sogni.
C’è la tua vita, che è tua e di cui tu sei il centro, ma puoi cambiare il centro ed esiste la tua famiglia, oppure il tuo condominio, il pugno di case vicino a dove giace la tua, il tuo paese, la tua città, la tua regione, il tuo stato…E così avanti, ognuno ha il suo centro, la sua famiglia, il suo paese…
Ma come si può cambiare se stessi, si possono cambiare affetti, paese, città, regione e stato, si può cambiare lingua, si possono cambiare anche stili di vita, priorità di vita.
Vivere qui, pensando che un lavoro è tutto e base di partenza per costruire una famiglia, o vivere là, dove è la famiglia la base di partenza, o ancora più in là, dove non esiste nemmeno la concezione di base di partenza, ma tutto è quel che è, semplicemente semplice, senza ste cazzate di arrivi e partenze. La realtà di qua, dove servono i soldi, e la realtà di là, dove tutto è diverso, le regole rovesciate, senza la priorità dei soldi.
E non c’è limite, confine che impedisca di passare da qua a là o ancora più in là, esiste solo quello che ci hanno detto o imposto negli anni. C’è la nostra gabbia mentale che ci dice quello che possiamo fare, e quello che non possiamo. Cosa è giusto e cosa non è giusto, quando dobbiamo essere felici e quando tristi.

In realtà il mondo è talmente vasto, le possibili strade da percorrere talmente tante, che penso io che per evitare un cortocircuito della nostra mente, in un eterno domandarsi qual è la strada giusta, ci autolimitiamo le scelte da soli, o così o colà, per far prima.

CORRERE: VOGLIO UNA PAUSA

Per far prima quindi. Tutto per fare in fretta, agire, fare. Ma non si può far tutto tutto di fretta, specialmente vivere. Occorre fermarsi di tanto in tanto, e chiedersi se la strada è quella giusta, se siamo felici, se stiamo andando dove vogliamo. E se la via è chiusa, tornare indietro, trovare un’altra strada. Usare la propria testa, come non ci hanno mai insegnato a fare. Usarla bene, oltre i limiti, con i nostri pensieri e le nostre conclusioni.

Dieci minuti al giorno di volontaria “pausa riflessione”, riordinamento di idee, priorità, scelte di vita, obiettivi, e il mondo sarebbe completamente diverso. Ne sono convinto.

Giacomo