Canzoncina per cretini

C’è un’aria fredda che non so: di rame

un fumo fino fino sminuzzato

dolce sì, ma d’un dolce d’aspartame

che effonde per le strade e per il prato.

Nei crani si fa un blocco di catrame

e il pensiero v’invecchia da neonato:

nessuno che si chieda il nero sciame

d’onde venga, quest’odio raffinato

che pure è nell’inspiro delle genti

criptato nelle parti per milione

cosicché, quando uno inizia a dire

farfuglia imbalbettato e va a morire

la speme poco dopo la ragione.

Non prima: ora siamo, deficienti.

Parti per milione

Giulio

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La mia generazione senza vento

Siamo una generazione? Una generazione si definisce in base alla visione del mondo che la accomuna, indipendentemente che i soggetti la condividano o la contrastino. La generazione non è solo un elemento genealogicamente fondato, ha a che fare con i cambiamenti che l’individuo vive durante la sua crescita, con le tappe della storia del mondo attraverso cui passa, che le viva in prima persona o che solo sia sfiorato dai suoi effetti. Appartengono a generazioni differenti quelli che hanno una certa età in un certo momento storico, perché le opportunità di vita e pensiero che si possono cogliere, coltivare, seguire, sono diversamente distribuite lungo il cammino della collettività. In altre parole, ogni generazione si muove sullo sfondo di un sistema complesso di valori dominanti, opportunità di scelta individuale e collettiva – in un certo senso, politica – e ancora opzioni morali, atteggiamenti verso la realtà e pensieri su come la stessa funzioni, interpretazioni che si formano tramite la visione della vicenda collettiva e l’intersecarsi inevitabile di questa con la vicenda individuale; il tutto sistema collocato nello spazio e nel tempo. La generazione è come una comunità debole di pensiero, una mentalità che l’individuo assorbe e che reitera, riproduce nel resto della propria esistenza, utilizzandola come filtro.

Che generazione siamo noi, quelli che sono nati in Italia dopo il piombo e prima del crollo del muro di Berlino, nella prima metà dei rampanti Ottanta? Che mentalità generazionale abbiamo, conserviamo, e quasi senza saperlo utilizziamo quotidianamente nella ricerca dei modi di raggiungimento dei nostri obiettivi?

Partiamo dagli esempi. Siamo quelli per cui la tecnologia è ancora una conquista, per noi è importante il contenuto che creiamo attraverso il mezzo tecnologico, mezzo che vogliamo saper controllare, il cui utilizzo ci deve essere chiaro: siamo nati prima che il mondo si interconnettesse rendendo accessibile a tutti il mercato dell’informazione. Per noi il cellulare è qualcosa che abbiamo dovuto apprendere, così come internet: nulla ci era dato per garantito, era nostro dovere prendere coscienza della portata di una trasformazione tecnologica, della modalità opportuna di utilizzarlo. Quella che potrei chiamare la generazione del muro aveva la caratteristica di non essere collocata, nella fase di crescita e passaggio alla tarda infanzia (secondo Mannheim il momento più significativo nella formazione di una mentalità generazionale), in una società del benessere diffuso, bensì in un sistema in cui l’accesso al benessere dipendeva dall’azione individuale in concerto con le circostanze politiche e sociali dell’intorno. Tutto era ancora una conquista. Siamo anche la generazione Chernobyl, i bambini che da piccoli non potevano bere il latte con tutta tranquillità, e questo – in qualche maniera – contribuì a creare un certo sentimento di responsabilità individuale e collettiva nei confronti del destino del mondo. Per lo stesso motivo, ci venne detto, e seguimmo la direttiva, che era importante studiare (una costante nella storia dell’educazione familiare italiana), e studiavamo perché pensavamo che questo ci avrebbe dato accesso alle opportunità del futuro. Durante gli anni Novanta eravamo nelle nostre scuole superiori e ricevevamo un’educazione pressoché completa, i programmi erano densi e, chi più chi meno, ci davano la confidenza necessaria ad affrontare il nuovo Anno Mille della Civiltà. Il sistema educativo ci invogliava a seguire il cammino dello studente anche al livello universitario, ancora genitori e professori erano alleati nello spronarci, in senso quasi hegeliano, a buttarci nella società civile extra moenia. Tirando delle somme parziali, si formava la nostra mentalità generazionale e i primi capisaldi erano: che le cose bisogna conquistarle e sapere come funzionano; che ci sono azioni i cui effetti travalicano i confini del piccolo mondo individuale e che per gestire tutto questo è necessario essere preparati, da grandi.

Studiammo, ci preparammo, ci credemmo, ma poi qualcosa è cambiato, ora siamo una generazione che non ha le opportunità su cui pensava di contare, una generazione il cui valore e la cui formazione – gli anni dedicati a conquistare una propria identità culturale e intellettuale – sono quotidianamente misconosciuti o addirittura disconosciuti. Ci viene detto che siamo troppo preparati, troppo formati, per ambire a delle semplici occupazioni. Ci viene detto che, per tutelare la nostra grande formazione, non possono impiegarci in un’attività. Ci viene rinfacciato il fatto che pretendiamo. La nostra mentalità generazionale viene utilizzata contro di noi, come se fossimo colpevoli di aver seguito le aspirazioni che coltivammo nei campi della Storia, nei solchi che l’aratro delle nostre storie individuali avevano creato. Dovevamo essere la generazione che avrebbe soppiantato il rampantismo eighties degli eterni Peter Pan usciti da un’infanzia segnata dal piombo e dalla strage delle idee dei Settanta. Potevamo essere coloro che avrebbero accolto la generazione del benessere, quelli che avrebbero vissuto il mondo dopo la fine dei muri, e che poi si sono beccati la società globale della paura, con i suoi 11 settembre e tutto il conseguente. Invece gli ex-rampanti ce li ritroviamo di fronte a non-selezionarci per un lavoro, e la generazione 11 settembre mette video su Youtube e, volenti o nolenti, si stanno crescendo da soli.

Non siamo collocabili, nello spazio. Quindi esistiamo solo come tempo, e come tempo passiamo.

Grazie.

Gianmarco