Finché c’è vita

La figlia di mia cugina, anni quattro, rimase colpita quando sua mamma le disse che sarebbe andata al funerale della nonna: “Ma come! E’ ancora morta?”.

In effetti.
La morte si può definire come l’evento irreversibile per eccellenza.
Una volta, e poi per sempre.

Eppure chi ancora vivo sperimenta la morte altrui la vede mutare d’aspetto, o meglio osserva variazioni negli stati emotivi che a quell’ancora morta si associano.

Inizialmente, l’incredulità, o a volte – nel caso di malattie lunghe e dolorose – perfino il sollievo: “Ha smesso di soffrire”. Poi (o contemporaneamente) un dolore acuto, a tratti rabbioso. Nostalgia, affetto, vuoto.

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Certo: la vita continua. Ma ogni giorno rinnova a suo modo quell’assenza, mescolata ad altre, e nuove presenze. 

Invecchiare, forse, significa proprio questo: notare le assenze, sempre più numerose, nella folla confusa dei vivi.

Arianna

Foto: Parigi 2013

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Fuga di una sfumatura

Una scrivania era all’interno di uno studio ricolmo di libri di tutti i tipi, variamente grandi e dalle copertine colorate. La stanza era piccola e c’era una finestra di fronte alla scrivania, la poltrona era rivolta verso la finestra che dava su di un altro palazzo, più alto dell’altro. La luce giungeva solo a determinate ore della giornata, il calore di una lampada da studio, posta nella parte a sinistra della scrivania, accesa ormai da tempo, aggiungeva tepore al tiepido della stanzetta. Il grigio metallizzato della lampada contrastava con il marrone caldo della scrivania e col color rosso fuoco del quaderno chiuso al centro del tavolo. In tutta quell’uniformità di colore della scrivania, risaltava il giallo e il blu, a righe, di alcune penne a sfera e il verde di alcune matite. La sedia a fianco alla poltrona reggeva alcuni pesanti tomi di filosofia mentre il cestino della carta straccia era ricolmo di fogli spiegazzati, accartocciati, tutti pieni di scritte e di disegni, di diagrammi e d’appunti. Il peso di svariati volumi di poesie gravava direttamente sul pavimento e sopra tutti c’era un disegno ad acquarello non ancora compiuto, il colore era ancora approssimativo e si capiva che non sarebbe finito in quel modo. Della musica appariva da dei dischi ordinatissimi posti su di un piccolo scaffaletto apposito, piccolo e massiccio, memore della gravosità dello spirito che con quei dischi giaceva. Le pareti della stanza si conciliavano con il colore della scrivania, erano tappezzate da pannelli di caldo legno.
Non c’era alcun moto in tutta la stanza, non un nonnulla che potesse imprimere una qualche variazione a tutta quell’immobilità, si sarebbe detto che quello stato sarebbe perdurato in eterno. Nell’angolo alto della parete in fondo a destra la tana di un ragnetto di tanta pazienza, fiducioso in una preda malcapitata giunta proprio dai quei libri smangiucchiati. Ma quel povero animale non sapeva che i libri non erano usurati dalle grasse tarme ma da quell’uomo magro che viveva di quei testi e li leggeva come cibo e li accarezzava come donne e li beveva come acqua. Tesseva le sue trame per se stesso pur credendo in una futura utilità, ma la tela cresceva con la sua barba.
Nell’armadietto posto in basso a sinistra della stanza erano appoggiati dei vestiti, un cappotto, una sciarpa. Non il più piccolo rumore avrebbe potuto violare quel silenzio sordo e anche un felice grillo avrebbe fermato le sue zampe e non avrebbe saltato all’interno di quella stanza. Tutto immobile, tutto silenzio.
Forse qualcuno dai sensi acutissimi, dall’olfatto sviluppato come i cani, si sarebbe accorto che non tutto era invece così immobile. Alla scrivania era stato lasciato l’incarico di dover tenere una sigaretta accesa in bilico tra il nulla al di sotto e al di sopra di se stessa. La teneva e lei continuava a bruciare. Il fumo aveva colori molto vaghi, quasi inesistenti e impercettibili. Ogni tanto il fumo da una sola riga ferma e sempre rivolta verso l’alto s’infermentava e faceva tremolii e volute, lasciava così cadere un po’ di cenere sul tappeto frangiato color cappuccino. La sigaretta non è come la pipa, che è come un animale domestico che senza il padrone si spegne, e non è neanche come il sigaro, che ha un odore e identità ben più autoritari che non quella di una sigaretta. La sigaretta non ha più bisogno di nessuno per bruciare una volta data la prima tirata dell’ossigeno vitale. Lei bruciava di fuoco interno e invisibile all’occhio dell’osservatore perché il fuoco solo lasciava trasparire un po’ di luce ma non la sua fiamma interna, velata dal grigio della cenere. All’inizio si consumava felicemente con rapidità, poi sempre con più incertezza e lentamente.
Nel mentre che lei godeva i suoi istanti di vita nella sua mobilità, le altre cose rimanevano inermi e ferme, inamovibili. Tutto continuava a giacere. Che importanza poteva avere?, quella che da sola, lasciata lì sulla scrivania, era estraniata dal resto del tutto? La sua vita era la sua vita e pertanto il resto non doveva immischiarsene. Per quanto sembrava che lei reclamasse tutta l’attenzione, per quanto fosse l’unica era pur sempre la sola a vivere realmente. I gruppetti di penne erano fermi da una parte, i dotti libri anche, tutti uniti e sicuri tra sé, i vestiti si scaldavano a vicenda senza trasmettere calore ad altro e il disegno incompleto mostrava con orgoglio la sua vanità senza far condividere altro di sé. Così la sigaretta stava seduta sulla scrivania e piano piano diminuiva e il fuoco tremolava ma non si spegneva ancora, la cenere aumentava e via via che il tempo passava si trovava sempre più in bilico verso l’abisso. Nel suo lento movimento inesorabile verso la caduta, la sigaretta rimaneva paziente tra le altre cose, aspettando e sperando le altre cose. Vacillava e il fumo tremolava, quasi sembrava dovesse sparire ma era talmente consolidata nelle consuetudini che appariva parte integrante della stanza. Invece, tutto d’un sol colpo, senza dare alcun preavviso, quella sigaretta cadde giù, giù, verso quell’abisso che sembrava tanto distante da lei quando invece non bastava che un piccolo passo per raggiungerlo.
Il marroncino del tappeto aveva inglobato la cicca che ormai era indistinguibile dal resto e non era più nulla, era solo una parte indistinguibile del tutto.
Immutabile tutto il resto non aveva potuto che assistere attonito a quell’unico sforzo di movimento manifestato da quella piccola cosa. Però era riuscita a muoversi e respirare e mostrare se stessa in tutta quella quantità di oggetti inermi, impassibili e vittime di se stessi.
La pulizia della casa impose la decisione irremovibile di prendere il tappeto e sbatterlo dalla finestra per poi appenderlo allo stenditoio per un paio d’ore. Nulla sarebbe rimasto di quella piccola, unica, solitaria ed insignificante, vivissima sigaretta.

Si ringrazia per lo scritto
la collaborazione di

Giangiuseppe Pili